El Güero, il boss dei narcos di Sinaloa incastrato due volte: il socio in affari del Chapo scarcerato e rimesso in cella in pochi minuti. Gli era già accaduto
di Daniele MastrogiacomoPer la seconda volta ha assaporato il gusto della libertà. E per la seconda volta gliela hanno negata. È proprio sfortunato Héctor Palma, oggi 62 anni, socio fondatore con Joaquín “Chapo” Guzmán Loera del Cartello di Sinaloa. Brutto karma. In cella, una moglie decapitata, i figli sfracellati sui sassi di un torrente, decine di morti sulle spalle.
Accuse “infondate”
Arrestato nel 1995 dopo lo schianto del suo jet Lear da 12 posti, con cui stava andando a un matrimonio, era stato rilasciato due anni fa. Un giudice aveva definito “infondate” le prove che lo incastravano. I due testimoni portati dall’accusa non si erano presentati in aula. Ma fu questione di secondi, neanche il tempo di tornare in cella per riprendersi le sue cose che il pubblico ministero spiccò un secondo ordine di cattura per omicidio.
Il secondo rilascio
“El Güero”, il biondo come veniva chiam…
Per la seconda volta ha assaporato il gusto della libertà. E per la seconda volta gliela hanno negata. È proprio sfortunato Héctor Palma, oggi 62 anni, socio fondatore con Joaquín “Chapo” Guzmán Loera del Cartello di Sinaloa. Brutto karma. In cella, una moglie decapitata, i figli sfracellati sui sassi di un torrente, decine di morti sulle spalle.
Accuse “infondate”
Arrestato nel 1995 dopo lo schianto del suo jet Lear da 12 posti, con cui stava andando a un matrimonio, era stato rilasciato due anni fa. Un giudice aveva definito “infondate” le prove che lo incastravano. I due testimoni portati dall’accusa non si erano presentati in aula. Ma fu questione di secondi, neanche il tempo di tornare in cella per riprendersi le sue cose che il pubblico ministero spiccò un secondo ordine di cattura per omicidio.
Il secondo rilascio
“El Güero”, il biondo come veniva chiamato per la sua carnagione e gli occhi chiari, figura di spicco nella storia del narcotraffico negli Anni 80-90, si rassegnò al suo destino. Ma si trovava in Messico, gli Usa lo avevano rispedito a casa nel 2016 per scontare la sua pena. E in Messico continuava a incutere timore, aveva i suoi contatti, veniva ancora rispettato. Per lui parlava il suo passato. Così è riuscito a convincere un altro giudice, una donna, María Dolores Olarte, che senza testimoni con cui confrontarsi il nuovo provvedimento restrittivo non aveva basi giuridiche. Due giorni fa si è visto annullare l’ordine di cattura e le porte del carcere si sono di nuovo aperte. La scena si è ripetuta. E’ tornato in cella, ha preparato le sue cose ma le guardie gli hanno riferito che non era libero. Il pubblico ministero aveva impugnato la sentenza e aveva emesso l’ennesimo ordine di cattura in attesa di rintracciare i famosi testimoni nel frattempo spariti.
Pioniere dei trafficanti
Héctor Palma paga per essere stato il pioniere dei trafficanti messicani. Inizia la sua carriera come sicario di Miguel Ángel Félix Gallardo, un ex agente di pattuglia della polizia federale che arrotondava il suo magro stipendio coltivando erba con il fratello. Una marijuana speciale, la “semsemilla”: profumata e senza semi. Gallardo è abile, cinico, ottimo uomo d’affari. Capisce subito che l’erba è in declino e si butta sulla coca. Lo fa prima degli altri che restano scettici. Allarga il suo giro, fa una montagna di soldi, forma il primo grande Cartello, quello di Guadalajara. Stabilisce dei contatti con i colombiani grazie al narcotrafficante honduregno Juan Matta-Balestreros. Il quale collabora con la Cia che a sua volta chiude un occhio sulle partite di droga in cambio di qualche viaggio carico di armi per i Contras, i mercenari impiegati nella lotta ai sandinisti in Nicaragua. La protezione dell’intelligence messicana gli garantisce piena libertà di movimento. È usato.
L’omicidio di “Kiki” Camarena
Ma commette un errore. Imperdonabile anche per la Cia. Sequestra, fa torturare e uccidere l’agente della Dea Enrique “Kiki” Camarena che era riuscito a infiltrarsi nel vertice del Cartello. Il nuovo re della cocaina lo scopre, teme che abbia scoperto anche i nomi dei politici che lo coprono. Va nel panico, commette altri errori, è isolato e viene arrestato. Senza più un capo, il gruppo di Gadalajara sbanda. Il giovane “Chapo”, furbo come lo sono tutti i contadini, coglie l’occasione e si allea con il “Güero”. Formano il loro Cartello, quello di Sinaloa. Ma devono fare i conti con i nipoti di Félix Gallardo, i fratelli Arellano Félix, che sono i padroni di Tijuana, la porta d’ingresso negli Usa. I quali non sono disposti a mollare l’egemonia del traffico. Ogni partita deve passare per la loro “piazza” e il transito prevede una tassa. Percentuale che può arrivare anche al 70 per cento.
Il “pizzo” a Tijuana
Il “Chapo” soffre, scalpita pieno di rancore. Sinaloa non ha sbocchi sulla frontiera statunitense. Deve pagare il pizzo a Tijuana. Ai colombiani non interessano questi dettagli. Chiedono solo impegni sui carichi e sul loro volume. L’uomo che diventerà il boss mondiale della cocaina forza la mano e ruba una partita ai fratelli Arellano. I capi di Tijuana si infuriano e decidono di dare una lezione ai “bifolchi” di Sinaloa. Una vendetta atroce. È sceneggiata bene nella serie Messico della famosa saga Narcos su Netflix. Assoldano il sicario venezuelano Rafael Clavel Moreno. E’ giovane e belloccio, corteggia la moglie del “Güero”: Guadalupe Leja che cede alla sue lusinghe e accetta di fuggire con lui negli Usa portandosi dietro i due figli di 8 e 10 anni.
La vendetta degli Arellano
I quattro arrivano a Los Angeles e qui Moreno porta a termine il compito che gli era stato affidato. Uccide la donna e spedisce a casa del marito, in un termo contenitore, la sua testa. Poi prende i due bambini e nel viaggio di ritorno, da un ponte in Venezuela, li getta vivi nel vuoto. Héctor Palma non si riprenderà più dallo strazio. Resta inebetito per settimane, con il “Chapo” che lo consola e medita vendetta. Arriverà anche questa: la famiglia degli Arellano Félix viene sterminata, il killer Rafael Clavel Moreno sgozzato in carcere dove era finito grazie a una soffiata. Ma per il “Güero” è la fine della sua avventura. Arrestato in Messico, viene estradato negli Usa dove nel 2005 si dichiara colpevole di traffico di droga. Il suo socio vola alto. Il “Chapo" è diventato padrone del campo. Ha accumulato 14 miliardi di dollari. Resisterà fino al 2016 quando anche lui finisce dentro. Chi lo proteggeva lo molla e nel 2017, dopo 25 anni di fulminante carriera, è condannato all’ergastolo negli Usa.