Cosa succede se Erdogan perde le elezioni in Turchia
dalla nostra inviata
Gabriella Colarusso
(reuters)
Svolta filoeuropea e accordo con la Siria per il rimpatrio dei migranti
Aggiornato 2 minuti di lettura
ANKARA - Recep Tayyip Erdogan e Kemal Kilicdaroglu hanno poche cose in comune. Divisi sulla politica interna, distanti nel mondo di concepire il potere, sono tuttavia uniti da un'ambizione antica quanto la Repubblica, che a ottobre compie 100 anni: riportare la Turchia allo status di grande potenza e garantirne la centralità nel Mediterraneo allargato, riservandosi un ruolo di ponte tra Occidente e Oriente. Questo presupposto è indispensabile per capire come potrebbe o non potrebbe cambiare la politica estera turca.
"Sui maggior dossier come i rapporti con la Russia, la presenza nel Mediterraneo, il Caucaso, ci sarà continuità se anche dovesse vincere Kilicdaroglu", ragiona un diplomat…
ANKARA - Recep Tayyip Erdogan e Kemal Kilicdaroglu hanno poche cose in comune. Divisi sulla politica interna, distanti nel mondo di concepire il potere, sono tuttavia uniti da un'ambizione antica quanto la Repubblica, che a ottobre compie 100 anni: riportare la Turchia allo status di grande potenza e garantirne la centralità nel Mediterraneo allargato, riservandosi un ruolo di ponte tra Occidente e Oriente. Questo presupposto è indispensabile per capire come potrebbe o non potrebbe cambiare la politica estera turca.
"Sui maggior dossier come i rapporti con la Russia, la presenza nel Mediterraneo, il Caucaso, ci sarà continuità se anche dovesse vincere Kilicdaroglu", ragiona un diplomatico europeo ad Ankara. "Ma con Europa e Nato le cose cambieranno, in positivo". Unal Cevikoz, il capo consigliere di politica estera di Kilicdaroglu, lo conferma: "Lavoreremo per ripristinare lo stato di diritto in Turchia, i valori democratici e il rispetto dei trattati internazionali: questo ci permetterà di avviare una nuova stagione di fiducia con l'Ue".
L'obiettivo è arrivare alla liberalizzazione dei visti per i turchi in Europa, a una modernizzazione dell'unione doganale e in futuro anche a una riapertura dei negoziati per l'adesione. In quest'ottica, è possibile che un nuovo governo tenti anche di ridiscutere l'accordo sui migranti del 2016, che già prevedeva la liberalizzazione dei visti, adempiendo alle richieste di Bruxelles per ottenerla. Con la Grecia, altro fronte di scontro in questi anni tra Europa e Turchia, restano aperte le dispute nell'Egeo, ma cambierebbero di molto i toni con un nuovo esecutivo sulla strada di un riavvicinamento già iniziato dopo il terremoto del 6 febbraio.
Una riflessione diversa meritano invece i rapporti con la Russia. La Turchia, pur essendo membro e secondo esercito della Nato, non ha aderito alle sanzioni occidentali, mantenendo una sorta di equidistanza attiva tra Mosca e Kiev nel conflitto, posizione che le ha permesso di ritagliarsi un ruolo di mediazione come per l'accordo sul grano. Improbabile che un nuovo governo si discosti da questa linea. "La Turchia dipende da Mosca per le forniture energetiche, deve trovare compromessi, ma penso che un governo Kilicdaroglu manterrebbe buone relazioni con Mosca senza rinunciare a una posizione più pro-Ue e pro-Nato", dice il Fuat Keyman, direttore dell'Istanbul Policy Center.
In Medio Oriente, il cambiamento principale in caso di una vittoria dell'opposizione riguarderà sicuramente la Siria. "Erdogan ha tentato di ripristinare i rapporti con Damasco, ma Assad ha chiuso la porta, non voleva fargli un regalo prima delle elezioni", osserva Soner Cagaptay, direttore del programma Turchia del Washington Institute e uno dei massimi conoscitori di politica turca. La Turchia ospita circa 4 milioni di siriani fuggiti dalla guerra civile e dal regime di Assad, ma - complici la crisi economica interna e la propaganda nazionalista - negli ultimi anni il sentimento anti-rifugiati si è rafforzato, cavalcato con insistenza più dall'opposizione in campagna elettorale che da Erdogan. "Rimanderemo i siriani in Siria in due anni", ha ribadito Kilicdaroglu nel suo ultimo comizio elettorale. La realtà è più complessa, la Siria è distrutta e la comunità internazionale non potrebbe tollerare il rimpatrio forzato di rifugiati politici. Ma Kilcdaroglu è pronto a una rapida normalizzazione dei rapporti con Assad, sulla scia di quanto sta accadendo con tra Damasco e le monarchie del Golfo.
L'altra grande differenza tra il leader dell'opposizione e Erdogan è il sostegno ai Fratelli Musulmani, l'organizzazione politico religiosa nata in Egitto e molto influente in tutta una serie di Paesi, dalla Libia alla Tunisia al Qatar. "Dopo averli supportati per due decenni, Erdogan ha allentato i rapporti per riavvicinarsi alle monarchie del Golfo e ottenere i loro investimenti - spiega Cagaptay - un governo Kilicdaroglu non darebbe alcun sostegno alla Fratellanza. La componente ideologica della politica estera turca verrà meno". Anche per una ragione concretissima: la Turchia in crisi ha bisogno dei soldi del Golfo, chiunque vinca.