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Harvard, bandiere rosse e voglia di democrazia: Bangkok sfida i militari

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Il reportage. Il voto di domani in Thailandia potrebbe chiudere un decennio di governi pro esercito. E riavvicinare il Paese-chiave a Washington. Rischio scontri
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BANGKOK - Jeep rosse fiammanti, camioncini, bus a due piani. Tutti i candidati a sfilare per le vie del centro di Bangkok per convincere gli ultimi indecisi in vista delle elezioni di oggi: un voto storico per la Thailandia, con i partiti dell'opposizione in netto vantaggio, che potrebbe mettere la parola fine a quasi un decennio di governi guidati o sostenuti dall'esercito dopo il golpe del 2014. Dalle 18 di oggi silenzio elettorale. Sempre dalla stessa ora e fino alle 18 di domani - come da tradizione - divieto di vendere alcolici. Alle urne si va da sobri. Qualcuno, tra i vicoli, trova comunque il modo di farsi una birra.

"Guarda, pure i capelli mi sono tinta di rosso, il colore del partito", ci dice sorridend…

BANGKOK - Jeep rosse fiammanti, camioncini, bus a due piani. Tutti i candidati a sfilare per le vie del centro di Bangkok per convincere gli ultimi indecisi in vista delle elezioni di oggi: un voto storico per la Thailandia, con i partiti dell'opposizione in netto vantaggio, che potrebbe mettere la parola fine a quasi un decennio di governi guidati o sostenuti dall'esercito dopo il golpe del 2014. Dalle 18 di oggi silenzio elettorale. Sempre dalla stessa ora e fino alle 18 di domani - come da tradizione - divieto di vendere alcolici. Alle urne si va da sobri. Qualcuno, tra i vicoli, trova comunque il modo di farsi una birra.

"Guarda, pure i capelli mi sono tinta di rosso, il colore del partito", ci dice sorridendo Worawan Sae-aung, per tutti "Zia Pao", 70 anni, veterana delle proteste, sempre in prima fila assieme ai ragazzi che in questi anni sono scesi in strada per la democrazia mettendo in discussione pure la monarchia, argomento tabù. Se ne sta seduta sul prato davanti all'Impact Arena, il palazzetto da diecimila posti a un'ora di macchina dalla capitale - traffico infernale permettendo - che il Pheu Thai, il principale partito dell'opposizione, in testa nei sondaggi, guidato dalla 36enne Paetongtarn Shinawatra, figlia del miliardario Thaksin (fatto fuori in un altro colpo di Stato, quello del 2006), ha scelto come ritrovo per il proprio comizio finale. "Se tutto va secondo le regole, ce la faremo", dice Zia Pao. "Ma questa è la Thailandia, e non si sa mai".

I pericoli maggiori per il premier uscente, l'ex generale golpista Prayuth Chan-ocha, rieletto nel 2019 nonostante il partito degli Shinawatra avesse ottenuto più seggi, e ora in cerca di un terzo mandato, arrivano proprio dal Pheu Thai e dai riformisti di Move Forward del 42enne Pita Limjaroenrat, laureato ad Harvard, che sta conquistando i giovani e che ha promesso di porre fine alla coscrizione militare obbligatoria e di modificare il reato di lesa maestà. Una coalizione tra i due partiti è quello che spaventa di più l'attuale classe dirigente.

L'incognita più grande di queste elezioni è proprio questa: l'establishment dominato dai militari lascerà che la volontà del popolo faccia il suo corso con la formazione di un nuovo governo? Il capo dell'esercito rassicura che un altro colpo di Stato non ci sarà, ma "se il risultato delle urne verrà sovvertito, allora potremmo andare incontro a nuove proteste di piazza violente", ci dice Robert Horn, ex corrispondente per Ap e Time, che ha seguito le elezioni thailandesi degli ultimi 30 anni. Per strappare il "Paese del sorriso" ai filo-militari, ci vogliono infatti almeno 376 seggi (su 500) alla Camera in modo da poter fare a meno, in teoria, dei voti del Senato - non eletto e pieno di fedelissimi dell'esercito dopo la modifica della Costituzione - quando il nuovo Parlamento dovrà votare per il prossimo primo ministro. "Se la vittoria delle opposizioni sarà schiacciante, sarà più difficile per i generali fare qualcosa. Ma questo non significa che non ci proveranno", spiega Horn.

Gli Shinawatra sanno vincere, lo hanno fatto negli ultimi vent'anni. Ma non basta: serve stravincere ora. Dentro il palazzetto con l'aria condizionata sparata a mille, è un'unica grande marea rossa. Se non hai la maglietta del partito, vanno bene pure quelle dell'Arsenal o del Manchester United. "La nostra è la sfida tra la democrazia e la dittatura", scaldano la folla i due presentatori. Il momento più atteso è per Paetongtarn, rampolla della dinastia che anima e divide la vita politica thai da due decenni, tornata a fare campagna dopo aver partorito due settimane fa. Ha gli occhi lucidi mentre parla: "Sarà una giornata storica". Il suo programma populista promette generosi aiuti finanziari. Aumento del salario minimo. Nuovi posti di lavoro.

Se la dovrà vedere con gli ex capi dell'esercito, Prayuth e il suo mentore, Prawit Wongsuwan, del partito di governo Palang Pracharat. I sondaggi per loro non sono per niente buoni, ma poco importa. La Costituzione garantisce un solido riparo. A meno di una vittoria a valanga: quella che il Pheu Thai chiede con forza ai suoi elettori. 

Chi vincerà il voto di oggi dovrà rimettere in sesto l'economia, frenata dal pesante debito delle famiglie e dall'invecchiamento della forza lavoro. Facendo ripartire anche il turismo dopo tre anni di pandemia. Il ritorno della democrazia in Thailandia potrebbe infine contribuire a riportare Bangkok all'ovile di Washington, proprio mentre gli Usa cercano di contrastare Pechino in Asia. L'ultimo decennio sotto la guida di Prayuth è stato infatti spesso spostato più verso la Cina.