Zelensky in Vaticano, la tela di Francesco per fermare le armi
di Iacopo ScaramuzziCITTÀ DEL VATICANO — Profezia e realpolitik, preghiera e calcolo delle forze in campo, ecumenismo e politica. Il Papa riceve questo pomeriggio Volodymyr Zelensky per tentare di intraprendere una strada che conduca alla pace in Ucraina.
Un percorso accidentato ma necessario, che Francesco e i suoi uomini non intendono imboccare da soli. In questi mesi Bergoglio non ha snobbato nessuno dei molteplici interlocutori che possono aiutare a raggiungere l’obiettivo di far tacere le armi.
CITTÀ DEL VATICANO — Profezia e realpolitik, preghiera e calcolo delle forze in campo, ecumenismo e politica. Il Papa riceve questo pomeriggio Volodymyr Zelensky per tentare di intraprendere una strada che conduca alla pace in Ucraina.
Un percorso accidentato ma necessario, che Francesco e i suoi uomini non intendono imboccare da soli. In questi mesi Bergoglio non ha snobbato nessuno dei molteplici interlocutori che possono aiutare a raggiungere l’obiettivo di far tacere le armi.
Ora ha perso anche l’ultimo interlocutore col Cremlino, quell’ambasciatore Aleksandr Avdeev grazie al quale è riuscito a mediare, nei mesi scorsi, alcuni scambi di prigionieri tra Russia e Ucraina e che ora, dopo 10 anni nella sede diplomatica presso la Santa Sede, ha concluso il suo mandato.
Bergoglio incontrò Kirill a Cuba nel 2016, la prima volta di un Papa con un patriarca russo: e coltiva la remota speranza di poter replicare un incontro del genere, che, nel frangente attuale, potrebbe incidere sui destini della guerra. Sarebbe in questo quadro che il Papa ha avviato una “missione”, per ora riservata, alla quale ha accennato sul volo di ritorno dall’Ungheria. I cui frutti, però, sono di là da venire.
Ma Francesco sa di poter alzare il telefono e chiamare Biden. E ha apprezzato, in questi mesi, un certo “self restraint” militare mostrato dall’amministrazione statunitense.
Così come, sempre in nome della pace in Ucraina, ha intensificato i rapporti con due leader europei molti diversi l’uno dall’altro, Emmanuel Macron e Viktor Orbán. Bergoglio ha ricevuto lo scorso ottobre il presidente francese, incoraggiandolo nei suoi tentativi di convincere Putin. E poche settimane fa, con lo stesso intento, è volato a Budapest dal premier sovranista magiaro perché è il più filorusso dei leader europei, possibile trait-d’union verso Mosca.
Quanto alla Cina, con la quale la Santa Sede non ha rapporti diplomatici, i contatti non mancano. E se l’accordo bilaterale sulle nomine dei vescovi non è privo di problemi, il Palazzo apostolico è ben consapevole che Pechino è l’attore che più può accelerare una tregua.
Non a caso l’Osservatore Romano oggi in edicola registra con un certo rilievo la missione dell’inviato speciale di Pechino sulla crisi ucraina, l’ambasciatore Li Hui, che lunedì inizia una missione di alcuni giorni in Europa in cerca, titola il quotidiano di oltretevere, di «una soluzione politica».
La visita di oggi sarà una opportunità per riflettere sulla pace. Il Papa e i suoi uomini vogliono ascoltare e aiutare. Non hanno potere economico o militare, ma non hanno interessi diretti nella guerra. Per questo possono risultare preziosi. Disponibili ad intraprendere, insieme, una strada che porti a far tacere le armi.