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Zelensky in Vaticano, la tela di Francesco per fermare le armi

Papa Francesco (fotogramma)
Oggi l’incontro tra il Papa e il presidente ucraino, il primo dall’inizio dell’invasione. La Santa Sede prosegue nella sua “missione” per cercare una soluzione politica
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CITTÀ DEL VATICANO — Profezia e realpolitik, preghiera e calcolo delle forze in campo, ecumenismo e politica. Il Papa riceve questo pomeriggio Volodymyr Zelensky per tentare di intraprendere una strada che conduca alla pace in Ucraina.

Un percorso accidentato ma necessario, che Francesco e i suoi uomini non intendono imboccare da soli. In questi mesi Bergoglio non ha snobbato nessuno dei molteplici interlocutori che possono aiutare a raggiungere l’obiettivo di far tacere le armi.

C’è la Russia, innanzitutto. «Io non escludo il dialogo sia pure con l’aggressore», ha avuto a dire il Papa argentino, «a volte il dialogo puzza, ma si deve fare. Perché altrimenti chiudi…

CITTÀ DEL VATICANO — Profezia e realpolitik, preghiera e calcolo delle forze in campo, ecumenismo e politica. Il Papa riceve questo pomeriggio Volodymyr Zelensky per tentare di intraprendere una strada che conduca alla pace in Ucraina.

Un percorso accidentato ma necessario, che Francesco e i suoi uomini non intendono imboccare da soli. In questi mesi Bergoglio non ha snobbato nessuno dei molteplici interlocutori che possono aiutare a raggiungere l’obiettivo di far tacere le armi.

C’è la Russia, innanzitutto. «Io non escludo il dialogo sia pure con l’aggressore», ha avuto a dire il Papa argentino, «a volte il dialogo puzza, ma si deve fare. Perché altrimenti chiudiamo l’unica porta ragionevole per la pace». Francesco è convinto che Mosca vada coinvolta in un negoziato ma Vladimir Putin non gli risponde al telefono.

Ora ha perso anche l’ultimo interlocutore col Cremlino, quell’ambasciatore Aleksandr Avdeev grazie al quale è riuscito a mediare, nei mesi scorsi, alcuni scambi di prigionieri tra Russia e Ucraina e che ora, dopo 10 anni nella sede diplomatica presso la Santa Sede, ha concluso il suo mandato.

Più fruttuoso, ma comunque complicato, il rapporto con il patriarcato ortodosso. Se Kirill si è schierato fin dall’inizio dell’invasione con Putin, Francesco ha però coltivato i rapporti tanto con il suo “ministro degli Esteri”, lo scialbo metropolita Antonio, nei giorni scorsi a Roma, quanto con il predecessore, quel metropolita Hilarion che, “esiliato” in Ungheria per avere criticato la guerra in ucraina, Bergoglio ha incontrato nel suo recente viaggio a Budapest.

Bergoglio incontrò Kirill a Cuba nel 2016, la prima volta di un Papa con un patriarca russo: e coltiva la remota speranza di poter replicare un incontro del genere, che, nel frangente attuale, potrebbe incidere sui destini della guerra. Sarebbe in questo quadro che il Papa ha avviato una “missione”, per ora riservata, alla quale ha accennato sul volo di ritorno dall’Ungheria. I cui frutti, però, sono di là da venire.

Poi ci sono gli Stati Uniti. Joe Biden è il secondo presidente cattolico del paese dopo John Fitzgerald Kennedy e ha grande rispetto nei confronti di Francesco, che ha visitato nel 2021. Il Papa latino-americano non condivide molte idee della Casa Bianca, ha indicato come causa ultima della guerra gli interessi degli “imperi”, è arrivato a dire, suscitando reazioni indignate a Washington e a Kiev, che la Nato ha “abbaiato” alle porte della Russia.

Ma Francesco sa di poter alzare il telefono e chiamare Biden. E ha apprezzato, in questi mesi, un certo “self restraint” militare mostrato dall’amministrazione statunitense.

Così come, sempre in nome della pace in Ucraina, ha intensificato i rapporti con due leader europei molti diversi l’uno dall’altro, Emmanuel Macron e Viktor Orbán. Bergoglio ha ricevuto lo scorso ottobre il presidente francese, incoraggiandolo nei suoi tentativi di convincere Putin. E poche settimane fa, con lo stesso intento, è volato a Budapest dal premier sovranista magiaro perché è il più filorusso dei leader europei, possibile trait-d’union verso Mosca.

Ma per percorrere la strada della pace il primo Papa latino-americano della storia è molto sensibile anche ai diversi attori del “Global south”. Condivide con il presidente brasiliano Inacio Lula da Silva la stessa urgenza di porre fine alla guerra ed è bene informato sulle iniziative dell’amministrazione indiana nella stessa direzione.

Quanto alla Cina, con la quale la Santa Sede non ha rapporti diplomatici, i contatti non mancano. E se l’accordo bilaterale sulle nomine dei vescovi non è privo di problemi, il Palazzo apostolico è ben consapevole che Pechino è l’attore che più può accelerare una tregua.

Non a caso l’Osservatore Romano oggi in edicola registra con un certo rilievo la missione dell’inviato speciale di Pechino sulla crisi ucraina, l’ambasciatore Li Hui, che lunedì inizia una missione di alcuni giorni in Europa in cerca, titola il quotidiano di oltretevere, di «una soluzione politica».

Una rete di rapporti a 360 gradi grazie ai quali la Santa Sede si presenta anche a Zelensky come un interlocutore di riguardo. Nonostante la “equivicinanza” mostrata da Roma verso Kiev e Mosca abbia irritato il presidente ucraino. E nonostante lo stesso Pontefice non abbia condiviso nel corso dei mesi la scelta ucraina di chiudere ogni spiraglio per un negoziato.

La visita di oggi sarà una opportunità per riflettere sulla pace. Il Papa e i suoi uomini vogliono ascoltare e aiutare. Non hanno potere economico o militare, ma non hanno interessi diretti nella guerra. Per questo possono risultare preziosi. Disponibili ad intraprendere, insieme, una strada che porti a far tacere le armi.