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Thailandia, l'avanzata dei partiti democratici che sfidano il potere dei militari

Il comizio finale di Paetongtarn Shinawatra 
Il Peu Thai della "rampolla" Paetongtarn Shinawatra e il movimento Move Forward che sta seducendo i giovani sono distanti anni luce. Ma unendo le forze potrebbero scalzare il governo. L'alternativa, per gli analisti, è il ritorno di disordini e violenza
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BANGKOK - “Guarda, pure i capelli mi sono tinta di rosso, il colore del partito”, dice sorridendo Worawan Sae-aung, per tutti “Zia Pao”, 70 anni, veterana delle proteste, sempre in prima fila assieme ai ragazzi che in questi anni sono scesi in strada per manifestare per la democrazia e per mandare a casa il governo sostenuto dai militari. Se ne sta seduta sul prato davanti all’Impact Arena, il palazzetto da diecimila posti a un’ora di macchina da Bangkok - traffico infernale permettendo - che il Pheu Thai, il principale partito dell’opposizione guidato dalla figlia del miliardario Thaksin Shinawatra (fatto fuori con un colpo di Stato nel 2006), ha scelto venerdì sera come ritrovo per il comizio finale in vista delle elezioni di domenica. 

“Se tutto va secondo le regole, ce la faremo”, dice Zia Pao. “Ma questa è la Thailandia, e non si sa mai”. I Shinawatra sanno bene come vincere, lo hanno fatto negl…

BANGKOK - “Guarda, pure i capelli mi sono tinta di rosso, il colore del partito”, dice sorridendo Worawan Sae-aung, per tutti “Zia Pao”, 70 anni, veterana delle proteste, sempre in prima fila assieme ai ragazzi che in questi anni sono scesi in strada per manifestare per la democrazia e per mandare a casa il governo sostenuto dai militari. Se ne sta seduta sul prato davanti all’Impact Arena, il palazzetto da diecimila posti a un’ora di macchina da Bangkok - traffico infernale permettendo - che il Pheu Thai, il principale partito dell’opposizione guidato dalla figlia del miliardario Thaksin Shinawatra (fatto fuori con un colpo di Stato nel 2006), ha scelto venerdì sera come ritrovo per il comizio finale in vista delle elezioni di domenica. 

“Se tutto va secondo le regole, ce la faremo”, dice Zia Pao. “Ma questa è la Thailandia, e non si sa mai”. I Shinawatra sanno bene come vincere, lo hanno fatto negli ultimi vent’anni. Ma non basta: serve stravincere ora. Per strappare la Thailandia ai filo-militari dopo quasi un decennio di governi guidati o sostenuti dall’esercito a seguito di un altro golpe, quello del 2014, che mandò a casa la sorella di Thaksin, ci vogliono almeno 376 seggi (su 500). La soglia per poter fare a meno - in teoria - dei voti del Senato, pieno di fedelissimi dell’esercito, nella scelta del prossimo primo ministro. 

"Zia Pao", settant'anni veterana delle proteste 

“Se la volontà del popolo verrà sovvertita, allora potremmo andare incontro a un altro ciclo di proteste di piazza. Mi aspetto che possano diventare violente”, dice a Repubblica Robert Horn - ex corrispondente per l’Associated Press e per Time, oggi analista indipendente, che ha seguito le elezioni thailandesi degli ultimi 30 anni - paventando il rischio che i militari possano non concedere la vittoria alle opposizioni. 

Dentro il palazzetto con l’aria condizionata sparata a mille per dare un po’ di sollievo, visti i quasi 40 gradi che ci sono fuori, è un’unica grande marea rossa. Se non hai la maglietta del partito, vanno bene pure quelle dell’Arsenal o del Manchester United. Parte la "ola" a ritmo di musica: pare di stare ad un concerto più che a un comizio. “La nostra è la sfida tra la democrazia e la dittatura”, scaldano la folla i due presentatori in attesa che sul palco salgano i candidati. “Sarà una vittoria incredibile, mandiamo a casa i generali”.

Il momento più atteso è per Paetongtarn Shinawatra, 36 anni, rampolla della ricchissima famiglia che anima e divide la vita politica thailandese da due decenni, in testa nei sondaggi, tornata a fare campagna a tempo di record dopo aver partorito due settimane fa. Ha gli occhi lucidi mentre parla: “Domenica sarà una giornata storica. Manderemo via chi ha gestito questo Paese finora, gente che proviene dalla dittatura. Noi invece vogliamo lavorare per il popolo all’interno di un sistema democratico”. 

Il suo partito promette generosi aiuti finanziari, soprattutto ai più colpiti dalla pandemia. Aumento del salario minimo. Nuovi posti di lavoro. Più cauto sull’abrogazione dell’articolo sulla lesa maestà. Uno dei punti, invece, di Move Forward, il partito progressista che sta conquistando i giovani thailandesi e che nei sondaggi ora tallona proprio il Pheu Thai, trascinato dal suo leader, Pita Limjaroenrat, laureato ad Harvard, che ha promesso di porre fine alla coscrizione militare obbligatoria e affrontare i monopoli che dominano l’economia thai. Una coalizione tra i due partiti è quello che spaventa di più l’attuale classe dirigente. 

L’incognita più grande di queste elezioni è proprio questa: l'establishment dominato dai militari lascerà che la volontà del popolo faccia il suo corso con la formazione di un nuovo governo?

“La Thailandia ha avuto più di 20 costituzioni in circa 90 anni. L'attuale, che è l'unica effettivamente sottoposta al voto del popolo nel 2016, conferisce ai militari un ruolo importante nel governo attraverso il Senato, non eletto ma nominato. Se il risultato delle elezioni è in bilico, i loro voti in parlamento potrebbero riportare al potere l'attuale primo ministro o qualcuno di simile. Se i partiti di opposizione vincono con una valanga di voti, sarà più difficile per loro sovvertire la volontà del popolo. Ma questo non significa che non ci proveranno”, continua Horn.

I due principali partiti dell’opposizione se la dovranno vedere con gli ex capi dell'esercito coinvolti in colpi di Stato: il primo ministro uscente Prayuth Chan-ocha, del neonato partito Utn, e il suo mentore, Prawit Wongsuwan, del partito di governo Palang Pracharat. I sondaggi per loro non sono affatto buoni, ma poco importa. Un complesso sistema elettorale e la Carta riscritta proprio dai militari garantiscono un solido riparo. A meno di una vittoria a valanga: quella che il Pheu Thai chiede con forza ai suoi elettori. 

“Sembra improbabile che un partito abbia abbastanza seggi in parlamento per formare un governo da solo. Ciò significa che si dovrà formare una coalizione. Ci saranno molti negoziati e accordi dietro le quinte. I nemici più acerrimi potrebbero unirsi. Sono successe cose strane in questi anni in questo Paese”, continua Horn.

La corsa, secondo lui, si riduce comunque al partito di Shinawatra contro la Vecchia Guardia. “Gli Shinawatra amano le elezioni perché sanno come vincerle. Ma il loro bilancio, una volta al potere, non è molto democratico. Thaksin ha usato il potere per minacciare, attaccare e intimidire i suoi avversari politici. E arricchire se stesso e i suoi compari attraverso la corruzione e il conflitto di interessi. Non che anche la vecchia guardia non abbia problemi di corruzione. Ma non dimentichiamo che Thaksin ha lanciato una guerra alla droga, in stile Duterte, che ha ucciso migliaia di thailandesi senza processo nel giro di pochi mesi. Molti dei quali non erano spacciatori. E le sue politiche hanno infine riacceso la violenza nel sud musulmano. Quindi, se la Vecchia Guardia non è certo un esempio di democrazia, non lo è nemmeno il Pheu Thai. Si tratta di una battaglia tra due élite che sfruttano diversi gruppi di poveri per il proprio potere e beneficio”.

Da non sottovalutare, però, è il ruolo di Move Forward, che continua ad avanzare nei sondaggi, spinto dai più giovani. “Non è stato macchiato da grandi scandali di corruzione. Il Pheu Thai invece sì. Se Move Forward ottenesse più voti, sarebbe un terremoto politico”, conclude Horn. “Le generazioni più giovani vogliono avere più voce in capitolo nel governo e nella società. La vecchia guardia non sa come gestire questo tipo di cambiamento. Si dedica a proteggere un sistema che comincia a sfilacciarsi e che non è in contatto con il mondo moderno. Sopprimendo le voci dei giovani stanno creando una pentola a pressione che prima o poi potrebbe esplodere in disordini civili e violenza. Il cambiamento arriverà. La domanda è quando e come. I thailandesi sono stanchi dopo un decennio di governi del genere. L’opposizione vincerà, certo. Ma anche tra i thailandesi che vogliono il cambiamento, molti sono diffidenti nei confronti di chi lo porterà”.