Russiagate, il procuratore speciale: "L'Fbi non doveva aprire l'inchiesta su Trump". Ma nessuna prova di un possibile complotto
di Massimo BasileNEW YORK - Dopo quattro anni di inchiesta che avrebbero dovuto scoprire, per Donald Trump, "il più grande crimine del secolo" commesso dall'Fbi, il risultato è una via di mezzo. Il procuratore speciale John Durham, nominato da The Donald per fare luce sull'inchiesta dei federali riguardo le possibili collusioni tra russi e Trump, il cosiddetto Russiagate, ha trovato "gravi" pecche ed errori nell'inchiesta Fbi ma nessuna prova di un possibile complotto.
Nelle trecento pagine del report, secondo l'agenzia Ap, Durham ha criticato duramente i federali per aver indagato sulla base di "informazioni scarse e non corroborate dall'intelligence", muovendosi sull'onda di "pregiudizi" nei confronti di Trump. Ma nel rapporto il procuratore speciale non indicherebbe prove clamorose e inedite. "L'Fbi, ripeto - continua - ha mancato di analizzare criticamente le ipotesi d'indagine nel caso Hurricane". Il riferimento è al nome in codice usato dai federali.
A sgonfiare le conclusioni è il fatto che molti dei sette episodi citati nel report erano già stati evidenziati e analizzati dal dipartimento Giustizia. L'Fbi ha comunicato che nel frattempo erano già stati presi dei correttivi. "Se questi correttivi - hanno spiegato in una lettera inviata al consigliere - fossero stati presi già nel 2016, si sarebbero evitati errori e passi falsi". "Questo - continua l'agenzia - rafforza la convinzione che l'Fbi continua a operare con il rigore, l'obiettività e la professionalità che il popolo americano si merita e giustamente si aspetta". Trump ha commentato il risultato con un "truffati".
"Wow - ha scritto su Truth - dopo una inchiesta approfondita il consigliere speciale John Durham ha concluso che l'Fbi non avrebbe mai dovuto lanciare la pista Trump-Russia". "In altre parole - ha aggiunto - il pubblico americano è stato truffato, come sono truffati adesso da coloro che non vogliono vedere grande l'America".
Durham era stato nominato da Trump per fare luce sull'inchiesta avviata dall'Fbi nel luglio 2016 e che aveva portato il procuratore Robert Mueller a incrominare una serie di persone legate a Trump. L'Intelligence aveva avuto da un diplomatico australiano l'imbeccata riguardo una persona vicina al tycoon, George Papadoupolos, che aveva detto di avere "roba compromettente" sull'allora candidata democratica alle presidenziali Hillary Clinton. Papadoupolos aveva parlato di "email hackerate".
Nell'inchiesta era finito anche un controverso personaggio, l'ex spia britannica Christopher Steele, che aveva parlato di prove della collusione tra Russia e Trump, con l'obiettivo di aiutare il tycoon a diventare presidente degli Stati Uniti. Le prove però non si rivelarono affidabili. Quando nominò Durham, Trump promise che l'inchiesta avrebbe portato alla luce il "deep state" di Washington, cioè il mondo sotterraneo di complottisti diventato l'ossessione dei trumpiani. Ma alla fine c'è stato solo un agente Fbi che ha ammesso di aver manipolato le indagini per poter spiare una persona vicina a Trump, mentre altri due - un avvocato della campagna di Hillary Clinton e un analista di un think tank russo - accusati di cattiva condotta, sono stati prosciolti.