Esco dalla stazione di polizia dopo essere stata interrogata in merito alle mie pubblicazioni pacifiste. Ora in Russia chi osa dire la verità rischia dieci anni di detenzione. “È ora che te ne vada”, dice Igor. Me lo dice ogni giorno dall’inizio della guerra, ma adesso per la prima volta sono d'accordo con lui.
Mancano ancora tre mesi alla fine del mio periodo di restrizione della libertà, ma capiamo già che alla scadenza di questo termine non mi lasceranno rimanere libera. Torniamo a casa, mi sdraio sul letto e penso. Igor entra nella stanza: “Allora, ce ne andiamo?”. “Sì”, sorprendentemente mi è più che facile essere d'accordo. Ci ho messo solo un secondo a prendere la decisione. Non è il momento di procrastinare.
Esco dalla stazione di polizia dopo essere stata interrogata in merito alle mie pubblicazioni pacifiste. Ora in Russia chi osa dire la verità rischia dieci anni di detenzione. “È ora che te ne vada”, dice Igor. Me lo dice ogni giorno dall’inizio della guerra, ma adesso per la prima volta sono d'accordo con lui.
Mancano ancora tre mesi alla fine del mio periodo di restrizione della libertà, ma capiamo già che alla scadenza di questo termine non mi lasceranno rimanere libera. Torniamo a casa, mi sdraio sul letto e penso. Igor entra nella stanza: “Allora, ce ne andiamo?”. “Sì”, sorprendentemente mi è più che facile essere d'accordo. Ci ho messo solo un secondo a prendere la decisione. Non è il momento di procrastinare.
Il percorso è attraverso un Paese terzo fino alla Georgia, dove poter chiedere un visto umanitario, attendere Igor e partire per l’Europa. Igor resta per chiudere i suoi affari e prepararsi alla partenza. I biglietti per la Georgia costano circa 400 euro, ma per il sabato costano la metà. L'avvocato dice di acquistare i biglietti in contanti all'aeroporto del terzo Paese.
Di notte facciamo una passeggiata per Mosca e faccio del mio meglio per imprimermela nella memoria.
Ce ne sbattiamo di quasi tutte le misure di sicurezza: non portarti dietro il telefono, né tanto meno la Sim intestata a te, non dire a nessuno della tua partenza, non partire direttamente da casa tua, soprattutto in macchina di un conoscente, soprattutto in quella intestata a un membro della famiglia.
Stiamo in cucina in completa confusione su che cosa fare dopo.
“Ma che cosa ci impedisce di metterci in cammino proprio adesso in auto per il checkpoint Verkhnij Lars con la Georgia?”.
“Stai parlando sul serio?”, Igor è sorpreso.
“Beh, perché no?”.
Dopo aver discusso questa idea ancora per qualche minuto, decidiamo di andare subito in Georgia: sono 2mila km da percorrere. Dopo aver caricato in macchina alcune paia di ciabatte e aver preso dei berretti colorati per sembrare dei turisti, ci mettiamo in moto.
Dopo un’ora di viaggio, ma in realtà fermi nell’ingorgo, ci ricordiamo di aver dimenticato qualcosa. Adeso non ricordo più di che cosa si trattasse. Dobbiamo tornare indietro e questo ci fa perdere altre due ore. Per le strade di Mosca gira un veicolo che spruzza acqua per rinfrescare l’asfalto e io mi sporgo dal finestrino. Un getto mi finisce direttamente in faccia e torno felice.
Si fa sera e siamo ancora in viaggio. Per strada scrivo a un amico che si trova a Tbilisi che non c'è bisogno di venirmi a prendere all'aeroporto perché arriverò in auto con Igor attraverso il checkpoint di Vekhnij Lars. Mi chiede se per caso sono matta: Verknij Lars è famoso per i duri interrogatori al confine e, quando ti è proibito per legge lasciare la città e persino uscire di casa a quest’ora, questo diventa un problema. L’amico cerca di convincermi a rinunciare a questa pessima idea e ad acquistare i biglietti aerei. Gli dico, sperando al solito mio nella fortuna, che tutto andrà bene.
Riusciamo a muoverci ancora per un po', poi si fa buio: è ora di organizzare un pernottamento. Non ci resta che dormire in macchina. Intorno a noi c'è un campo infinito di girasoli, sopra di noi ci sono le stelle.
Ci svegliamo presto, stropicciati, ma dinamici, e proseguiamo per la nostra strada. Viaggiare in auto per molte ore è molto difficile anche per un passeggero, per non parlare dell’autista, quindi ogni tot ore ci fermiamo in una città di confine e facciamo una passeggiata. Più ci avviciniamo al terzo Paese, più numerose diventano in giro le “svastiche Z”, gli slogan patriottici e altri simboli fascisti. Molto presto tutto ciò per me finirà per sempre.
La mattina dopo ci resta poco da guidare in Russia e siamo presto nel Paese vicino. Al controllo di frontiera, fingeremo di andare dai parenti e che non resteremo a lungo nel Paese.
Quando ci avviciniamo al valico di frontiera, Igor non se ne accorge subito e frena bruscamente proprio davanti alla guardia. “Ma dov’è che vi state precipitando così?”, chiede la guardia, puntando il dito al segnale stradale che indica il limite di 20 km orari. “Stiamo andando dai parenti”, risponde Igor in modo teso e un po’ goffo. Il mio corpo si contrae.
Dopo aver appena aperto e subito chiuso i passaporti - solo per assicurarsi, a quanto pare, che si tratti proprio di passaporti - la guardia di frontiera ce li restituisce. I miei timori sul controllo dei telefoni non si avverano.
Passiamo la frontiera e finalmente ci rilassiamo. Sto canzonando Igor, che, dopo tutte le nostre prove, si è comportato in modo molto sospetto. E lui risponde qualcosa del genere: “Te l’avevo detto che qui c'è un confine facile”. E in effetti, non abbiamo neppure dovuto superare un posto di blocco al confine russo, semplicemente non esisteva.
Igor mi accompagna fino in aeroporto. Poi va via. Non ho roaming: potrò connettermi a Internet soltanto una volta arrivata in Georgia. La guardia di frontiera si limita a chiedermi, senza molto interesse, dove sto andando e io dico: “Da mia zia”. Mi ero già preparata un'intera favoletta, con nomi e dettagli, ma non serve. Mi lasciano passare, salgo a bordo e decolliamo.
Sorvolando i fuochi che si vedono a terra, mi dico che questa potrebbe essere l’ultima volta che vedo la Russia. Ricordo che pure due anni fa passeggiavo per Mosca di notte, guardavo l’alba e pensavo di vederla per l'ultima volta. Il giorno dopo sono stata imprigionata.
Atterriamo a Tblisi. Al controllo passaporti mi trattengono particolarmente a lungo: tutti gli altri sono passati già da tempo, mentre io cerco di rispondere alle domande in un inglese scarso. Alla fine mi portano da qualche parte senza restituirmi il passaporto e mi dicono di aspettare. Rimango insieme ad altra gente trattenuta come me: non c'è un solo russo, soltanto gente proveniente da Paesi arabi. Perché non gli è piaciuto il mio passaporto?
Dopo mezz'ora di interrogatorio, l'uomo mi restituisce il passaporto e mi dice di andare al controllo di confine. Tiro un sospiro di sollievo: ce l'ho fatta. La guardia di frontiera mi chiede in russo da chi sto andando e, quando mi vede indugiare, sorride e mi dice: “Non si preoccupi. Va tutto bene”. Ha ragione. Mi restituisce il passaporto con il timbro d'ingresso, sorride e dice: “Benvenuta in Georgia!”.
Traduzione di Aleksej Larionov
L’attivista Olga Misik, 21 anni, icona delle proteste moscovite del 2019, nel 2021 è stata condannata a due anni e nove mesi di domiciliari. La scorsa estate ha scelto l’esilio per sfuggire alla repressione seguita all’invasione russa dell’Ucraina e lo racconta qui per la prima volta. Oggi sarà al Salone del Libro di Torino: alle 12 dialogherà con Rosalba Castelletti all’Arena Robinson e nel pomeriggio sarà ospite del premio Inge Feltrinelli.