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Ucraina, il sindaco Reva: "Bakhmut è persa ma la ricostruiremo più bella di prima"

Bakhmut prima e dopo la guerra in Ucraina 
Intervista al primo cittadino nel suo ufficio a Dnipro, dove ha ricostruito il gabinetto municipale in esilio dopo la conquista della città da parte dei russi
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DNIPRO - "Scommettiamo che tra due anni saremo lì, dove ora sventolano le bandiere russe, per cominciare a ricostruirla più bella di prima, la nostra Bakhmut?". Non ha perso l'ottimismo, il sindaco Oleksiy Reva. Nel suo ufficio a Dnipro, al piano alto di un edificio che è un dedalo di porte blindate, ha ricostruito il gabinetto municipale in esilio ed è tutto un entra ed esci di collaboratori indaffarati, un firma e discuti, un "per oggi è proprio impossibile guardi, il sindaco ha troppi impegni: facciamo mercoledì, va bene?".

La battaglia è finita, lei ha 70 anni. Cosa resta da amministrare?
"Sosteniamo i residenti, creiamo centri di supporto, abbiamo trasferito l'ospedale, aiutiamo le categorie protette, organizziamo attività culturali, ricreative, sportive. Oggi Bakhmut è cenere e rovine, purtroppo. Ma non è finita".

Due anni fa che città era?
"Fu la prima…

DNIPRO - "Scommettiamo che tra due anni saremo lì, dove ora sventolano le bandiere russe, per cominciare a ricostruirla più bella di prima, la nostra Bakhmut?". Non ha perso l'ottimismo, il sindaco Oleksiy Reva. Nel suo ufficio a Dnipro, al piano alto di un edificio che è un dedalo di porte blindate, ha ricostruito il gabinetto municipale in esilio ed è tutto un entra ed esci di collaboratori indaffarati, un firma e discuti, un "per oggi è proprio impossibile guardi, il sindaco ha troppi impegni: facciamo mercoledì, va bene?".

La battaglia è finita, lei ha 70 anni. Cosa resta da amministrare?
"Sosteniamo i residenti, creiamo centri di supporto, abbiamo trasferito l'ospedale, aiutiamo le categorie protette, organizziamo attività culturali, ricreative, sportive. Oggi Bakhmut è cenere e rovine, purtroppo. Ma non è finita".

Due anni fa che città era?
"Fu la prima capitale del Donbass, lo sapeva? È una delle città più antiche della regione, fondata nel 1571. Aveva grandi potenzialità industriali".

Certo, lo spumante, 25 milioni di bottiglie spedite in tutto il mondo...
"Artyomovsk era una delle più grandi fabbriche in Europa a produrlo, ed era ottimo. Ma avevamo anche la lavorazione dei metalli non ferrosi, le manifatture di macchinari industriali, un'importante azienda farmaceutica. Una compagnia belga, Siniat, produceva materiale per costruzioni. Prima della guerra a Bakhmut lavoravano 15 compagnie straniere, era un polo del business ma anche una città molto verde. I parchi, il lungo fiume stupendo, bellissimo e curato, in cui passeggiare. Avrebbe dovuto vedere cos'era la Valle delle rose. Mi creda: favolosa. Era nel nostro Guinness dei primati: 5.000 tipi di rose".

Il sindaco di Bakhmut Oleksiy Reva durante l'intervista 
Le città di stile sovietico lo sono sempre, verdi.
"Ma creavamo infrastrutture di standard europeo come scuole e asili nido; come i poliambulatori, le cliniche e gli ospedali".

Poi la guerra. Prima esplosione?
"Subito dopo il 24 febbraio. Nel 2015 c'era stato qualche 'arrivo' con i 'Grad', eravamo vicini alla linea del fronte, ma non se ne andò nessuno: un episodio sporadico, pensavano".

La prima vittima?
"Conta il totale, 204 morti e 505 feriti. Ci hanno ammazzato 4 bambini e ne hanno feriti 17".

L'ultima volta in cui vide le rose?
"Due mesi fa erano ancora lì. C'era anche il bellissimo Palazzo della cultura. Ora non esiste più niente".

Quando è iniziata l'agonia della città?
"La parte orientale è stata la prima attaccata. La sponda destra del fiume dove c'erano case private, due scuole, gli asili. Dopo ogni esplosione andavo sul posto con polizia e soccorritori. In via Lumumba colpirono un palazzo di 5 piani: c'era un cadavere a pezzi, un corpo senza la testa, feriti che sanguinavano. E non c'era modo di trovare una donna: scomparsa, non l'abbiamo più trovata. Non riesco a dimenticarlo, quando vedi cose del genere ti rimane un incubo dentro. Conoscevo molti in quel palazzo. Uno strazio. Quando monitoriamo i video di Bakhmut, dalle rovine non riesco neanche a capire quale quartiere sia".

La sua routine quotidiana?
"Ogni mattina una riunione operativa in un ospedale pediatrico. Avevamo ricavato un'area in cui distribuivamo carbone e legna, stufe e generatori, alimentari e aiuti. Un giorno è arrivato un 'Grad', è stato un miracolo che nessuno sia stato colpito. Un minuto prima mi avrebbe centrato in pieno. Parcheggio accanto al mercato e vado a parlare con la gente, riparto arriva un missile dove avevo parcheggiato. Svolto vicino a una chiesa per Kostantinivka e cade un missile dieci metri davanti a noi. Metà degli abitanti della mia città ha avuto esperienze simili".

Non tutti possono raccontarla.
"In centro viveva un operaio, era partito dopo il 24 febbraio ma aveva deciso di tornare. È uscito a fare due passi e il missile non è cascato a 10 metri: lo ha preso in pieno. Vivere o morire era solo destino".

Quando capì che era persa?
"A fine marzo, è stata presa la parte orientale e c'erano bombardamenti massicci. Militarmente... non posso dire tutto, ma la situazione era ormai chiara. Il problema a quel punto era solo cercare di evacuare tutti".

Qualcuno voleva restare?
"In tremila non volevano andarsene. Col governatore abbiamo fatto di tutto per convincerli, e soprattutto per evacuare almeno i bambini. Pochissimi giorni fa abbiamo evacuato una 14enne. È inutile girarci intorno: parte della città aspettava i russi, in 500 sono rimasti".

Anche qualche bambino?
"Due bambini. Li nascondevano per non farceli trovare".

Come viveva chi restava?
"Nascosto nei seminterrati, abbiamo creato punti di resistenza con le dotazioni minime per mangiare. C'era il WiFi con Starlink, e potevano scaldarsi. Otto giorni fa uno dei vice del Comune che viveva lì con la famiglia è stato ucciso da un missile nel seminterrato. Lo hanno sepolto lì. Era nato nel 1976. Gli dicevo: Vladimir Vladimirovich, andiamo, e ora di venire via. Ma lui rispondeva questa è la mia casa, la mia terra; i miei genitori sono sepolti qui. Valodia, gli dicevo (è il diminutivo, ndr), bisogna partire! E lui niet, resto: Moy dom, moy gorod, moya rabota, è la mia città, la mia casa, il mio lavoro.

I seminterrati non erano sicuri?
"Se il colpo arriva da un lato, no".

Bakhmut era già morta?
"In autunno hanno chiuso i negozi. Non c'era più luce né gas né acqua. Abbiamo portato medicinali, aiuti, rifornimenti ma sì, la città è morta in autunno. Hanno colpito le stazioni di pompaggio dell'acqua, le sottostazioni elettriche, il gasdotto".

Attacchi deliberati?
"Non credo, bombardavano a tappeto ma hanno distrutto tutto. Però fino a marzo nei seminterrati avevamo l'assistenza medica, il legname, il generatore, le stufe. Riuscivamo a sopravvivere. Sono rimasto lì fino a marzo, giravo le vie della città che conosco fino all'ultimo mattone ma non riuscivo più a riconoscere nulla. Il risultato sono famiglie separate, destini persi. Tutti i nostri sogni sterminati".

Risorgerà una Bakhmut ucraina?
"Assolutamente sì. Ho vissuto lì 70 anni, sindaco per più di 30: il mio sogno ora è a riportarla alla vita"

La storia che l'ha colpita di più?
"Il destino che sceglie. Un missile in una casa e all'improvviso bambini, anziani... tutti morti".

Ha creduto che la controffensiva fermasse la conquista?
"Fino all'ultimo. Continuavo a dire ai miei collaboratori che non sarebbe caduta, che non era persa. Anche oggi penso che tornerà nostra".

Gli animali si sono salvati?
"Mi fa venire in mente Stella, faceva le pulizie nel consiglio municipale. Viveva con 17 cani e più di 20 gatti. Tornava dal lavoro con le borse della spesa piene di mangime, ma un missile l'ha fatta a pezzi. Con l'aiuto dei volontari abbiamo evacuato tutti i suoi cani e i suoi gatti. Ecco (mostra le foto che gli hanno appena inviato sul telefonino) questa è la Valle delle rose, guardi... questo era lo Stadio Metallurgico, qui la palestra paraolimpica, una delle migliori tre nel Paese. Questa è la Casa della cultura, il nostro teatro: non esiste più niente. Ecco il Consiglio comunale, anche lui distrutto. La mia collaboratrice che me le ha appena girate mi ha mandato un messaggino: 'Sto scegliendo le foto e sto piangendo'".