Grecia, perché Mitsotakis ha stravinto nonostante gli scandali
dalla nostra inviata Tonia MastrobuoniATENE - Le intercettazioni organizzate per spiare i suoi avversari politici, il disastro ferroviario di febbraio con i suoi 57 morti, la durezza nelle politiche migratorie e le rivelazioni del New York Times sui profughi respinti in mare dalle autorità greche: niente sembra aver scalfito Kyriakos Mitsotakis, il premier greco uscente che ha incassato ieri un travolgente risultato alle elezioni politiche. Nea Dimokratia ha preso il 41% dei voti e nel giro di poche ore il leader conservatore ha restituito il mandato di formare un governo ricevuto stamane dalla presidente greca Katerina Sakellaropoulou. “Così possiamo procedere verso nuove elezioni. Penso che questo Paese abbia bisogno di un governo forte e stabile, con una prospettiva di quattro anni, e prima chiudiamo questo dossier, meglio è per il Paese”. Le prossime elezioni potrebbe tenersi, secondo lo stesso premier uscente, il 25 giugno. Se si guarda ai distretti elettorali, da ieri la Gr…
ATENE - Le intercettazioni organizzate per spiare i suoi avversari politici, il disastro ferroviario di febbraio con i suoi 57 morti, la durezza nelle politiche migratorie e le rivelazioni del New York Times sui profughi respinti in mare dalle autorità greche: niente sembra aver scalfito Kyriakos Mitsotakis, il premier greco uscente che ha incassato ieri un travolgente risultato alle elezioni politiche. Nea Dimokratia ha preso il 41% dei voti e nel giro di poche ore il leader conservatore ha restituito il mandato di formare un governo ricevuto stamane dalla presidente greca Katerina Sakellaropoulou. “Così possiamo procedere verso nuove elezioni. Penso che questo Paese abbia bisogno di un governo forte e stabile, con una prospettiva di quattro anni, e prima chiudiamo questo dossier, meglio è per il Paese”. Le prossime elezioni potrebbe tenersi, secondo lo stesso premier uscente, il 25 giugno. Se si guarda ai distretti elettorali, da ieri la Grecia è diventata un enorme distesa blu - il colore di Nea Dimokratia - tranne per Rodopi, una regione montuosa nel nordest del Paese, al confine con la Bulgaria.
Formalmente il capo dello Stato dovrà dare l’incarico al secondo arrivato, il leader della sinistra Syriza, Alexis Tsipras, ma è quasi impossibile che riesca a formare un governo, ad esempio con i socialisti del Pasok o i comunisti del Kke. La sinistra ellenica è tradizionalmente spaccata e si contende gli elettori: ai socialisti del Pasok, cresciuti all’11,5%, converrà tentare di cannibalizzare Syriza nelle settimane che mancano al prossimo appuntamento elettorale. Inoltre il suo leader, Nikos Androulakis, ha vincolato qualsiasi accordo con Syriza alla rinuncia ad avere Tsipras come primo ministro. Una richiesta irricevibile. E i comunisti del Kke, che hanno preso il 7%, non fanno tradizionalmente accordi con nessuno e lo scorso inverno hanno escluso specificamente di volersi alleare con Tsipras.
“I miei concittadini vogliono stabilità e tranquillità, dopo tredici anni duri, di mostruosi sacrifici”, ragiona Manos Matsaganis, professore di Scienza delle Finanze al Politecnico di Milano. Una sensazione che sembra confermata anche dai numeri che riguardano i giovani: il 31,5% dei 17-24enni ha votato per i conservatori, Syriza si è fermata tre punti sotto. E i giovani sono stati, peraltro, le vittime principali del disastro ferroviario di febbraio. Sull’indignazione sembra però aver prevalso anche tra di loro il desiderio di un governo solido.
Matsaganis non condivide i grandi trionfalismi della stampa anglosassone sull’uscita della Grecia dalla crisi. I numeri della robusta ripresa economica e la discesa del debito al 170% del Pil nascondono un’amara realtà: “E' una crescita dopata, basata su una cementificazione galoppante, che è per eccellenza crescita una tantum, inoltre sul turismo e su una domanda interna molto schiacciata”.
Negli anni della troika e dell’austerità, almeno mezzo milione di giovani sono scappati all’estero, ricorda l’economista greco, “e con un tasso di natalità a 1,3 abbiamo anche un drammatico problema demografico”. Il Pil è ancora del 16% al di sotto del livello del 2009, “i salari sono fermi da molti anni e molto più bassi del periodo pre-crisi”, argomenta.
“Insomma, la strada è ancora lunga, ma i greci vogliono sentirsi dire che la direzione è giusta” sostiene Matsaganis. Ed è il motivo per cui hanno anche punito il principale rivale di Mitsotakis, il leader della sinistra Syriza, Alexis Tsipras. “La sua opposizione intrisa di pessimismo, tossica, è stata controproducente”. Ieri Syriza si è fermata al 20%, contro pronostici molto più favorevoli, ed è stata letteralmente doppiata da Nea Dimokratia.
E’ quasi certo che dalle consultazioni di queste ore non emergerà un governo. Mitsotakis ha sfiorato, con 146 seggi, la maggioranza assoluta dei 300 eletti in Parlamento. Ma può sperare, se le consultazioni tra i partiti falliranno, di tornare al voto a fine giugno o inizio luglio, e di conquistare un’amplissima maggioranza grazie alla legge elettorale che entrerà in vigore non appena sarà sciolto l’attuale Parlamento. Un sistema che gli garantirà almeno 50 seggi di premio di maggioranza e con il quale potrà tranquillamente formare un governo monocolore. E che lui punti a questo scenario, lo ha già detto ieri sera, a caldo: “Nea Dimokratia ha ricevuto il sostengo dai greci per governare da solo”.
Matsaganis, però, nutre qualche preoccupazione su questo scenario: “Trovo inquietante che un partito riesca ad andare al governo con maggioranze colossali anche con percentuali intorno al 35-40%. E non è un bene per la democrazia se i partiti di opposizione sono spaccati”. Il Pasok, che ha preso l’11,5% dei voti, è l’altro vincitore di queste elezioni: sta rosicchiando consensi a Syriza, la forza politica che aveva invece saccheggiato i socialisti negli anni dell’austerità.
Dal 2009 era stato l’ex premier George Papandreou, quando il Pasok era ancora un partito del 43%, a traghettare la Grecia attraverso le misure draconiane dei primi, durissimi anni della troika. E i suoi elettori si erano rifugiati nella sinistra radicale di Tsipras. Ma ora sembrano, in parte, voltargli le spalle: anche Tsipras ha negoziato nel 2015 l’ultimo piano lacrime e sangue per ricevere soldi europei. I greci sembrano aver punito stavolta anche il suo ministro delle Finanze di allora, Yannis Varoufakis. Il suo partito non è neanche riuscito a superare la soglia di sbarramento del 3%.