PECHINO - Alla guerra dei semiconduttori tra Cina e Stati Uniti - economica e soprattutto geopolitica - si aggiunge un nuovo capitolo. Dopo quasi due mesi di indagini sul più grande produttore americano di chip di memoria, le autorità cinesi - citando rischi per la sicurezza nazionale - hanno vietato agli operatori di infrastrutture chiave di acquistare prodotti dalla statunitense Micron. “Presentano gravi rischi per la sicurezza della rete, che comportano rischi significativi per la sicurezza della catena di fornitura delle infrastrutture informatiche critiche cinesi, con ripercussioni sulla sicurezza nazionale della Cina”, scrive in una nota l’Amministrazione per il cyberspazio.
Una mossa, letta da molti analisti, come una ritorsione in risposta agli sforzi di Washington di tagliare l'accesso della Cina ai chip di fascia alta. Nell'ottobre scorso gli Usa hanno infatti dato un giro di vite alle esportazioni di tecnologie avanzate per i semiconduttori verso la Cina - seguiti poi da Paesi Bassi e Giappone - citando il rischio potenziale che le tecnologie statunitensi potessero finire nelle mani dell'esercito cinese. A dicembre l'amministrazione Biden ha vietato proprio alla rivale di Micron, la Yangtze Memory Technologies, di acquistare alcuni componenti americani per la produzione di chip avanzati.
Una decisione, quella cinese, che arriva tuttavia dopo che al G7 di Hiroshima il presidente statunitense Joe Biden si è detto sicuro che i legami tra i due Paesi cominceranno a "scongelarsi molto presto".
Non è chiaro ancora quali settori verranno toccati - vista l’ampia definizione di sicurezza nazionale. Tuttavia secondo gli analisti il bando avrà probabilmente un impatto limitato su Micron (che fattura l’11% in Cina) visto che la maggior parte dei chip di memoria venduti al Dragone sono utilizzati nell'elettronica di consumo e non in infrastrutture critiche.
Micron rappresenta un obiettivo facile per Pechino: le aziende cinesi possono senza problemi sostituire i suoi prodotti con quelli di concorrenti come Samsung e SK Hynix. Che già in Borsa esultano: i due produttori di chip sudcoreani hanno visto le loro azioni salire rispettivamente dello 0,9% e del 2,1%. Fu la stessa Casa Bianca, però, il mese scorso, a chiedere a Seul che le proprie aziende non andassero a colmare eventuali lacune di mercato in Cina se la vendita di prodotti Micron fosse stata limitata. Ora il governo di Seul afferma invece che non interverrà per impedire alle aziende sudcoreane di colmare questo vuoto.
Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti dice di "opporsi fermamente a restrizioni che non hanno alcun fondamento nei fatti", definendo la decisione su Micron e le recenti "incursioni e prese di mira di altre aziende americane" incoerenti con l'impegno dichiarato di Pechino per un mercato aperto. Ha risposto direttamente il ministro del Commercio cinese, Wang Wentao, affermando che Pechino continuerà a dare il benvenuto alle aziende americane che vogliono fare business in Cina. Wang dovrebbe recarsi proprio negli Usa nei prossimi giorni: per provare, anche, a mettere dei paletti a questa guerra dei chip e arrivare forse ad una sorta di tregua.
I semiconduttori sono al centro degli sforzi di Pechino per diventare una superpotenza tecnologica. Ha speso centinaia di miliardi di yuan finora per cercare di arrivare all’autosufficienza che continuamente chiede il presidente Xi Jinping, ma la strada è ancora lunga. La Cina ha i suoi produttori, in costante crescita, ma questi forniscono soprattutto processori di fascia medio-bassa. Supercomputer, sistemi di sorveglianza e armi avanzate hanno ancora bisogno della tecnologia che arriva dall’estero. Si era data come obiettivo di coprire entro il 2025 il 70% del suo fabbisogno con la produzione fatta in casa, ma oggi siamo sotto al 20%. Nel campo dei microprocessori più avanzati, la distanza da colmare rispetto ai concorrenti esteri è ancora larga.
Torna ad essere fonte di preoccupazione, allora, il fatto che il 90 per cento dei microchip di ultima generazione sia prodotto nel luogo che gli americani ritengono essere quello di un prossimo conflitto globale: Taiwan. Che Pechino rivuole prima o poi, anche con la forza se necessario. Il controllo di tali tecnologie stuzzica il Dragone. Pechino vuole incrementare la sua capacità di semiconduttori avanzati per essere da un lato economicamente più resistente in caso di invasione, ma anche per sviluppare le sue forze armate per essere preparate a tale conflitto.