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Grecia, la triste parabola di Varoufakis: dai negoziati con Bruxelles a "zero deputati"

(afp)
La formazione dell'ex ministro delle Finanze, che entrò in rotta con Tsipras dopo gli accordi del 2015, non ha superato la soglia di sbarramento per entrare in Parlamento
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ATENE - Un tempo era tutta colpa di Schaeuble, della Troika e di Bruxelles. Ma quando ti rimetti alla volontà degli elettori, è più difficile puntare il dito contro qualcuno. Yannis Varoufakis c’è riuscito anche stavolta. Il suo partitino MeRA25 si è fermato sotto la soglia di sbarramento del 3% e ha incassato zero mandati. E’ fuori dal Parlamento ellenico. Così, dopo aver gridato alla “erdoganizzazione” della Grecia, che avrebbe regalato un trionfo al leader conservatore Kyriakos Mitsotakis, Varoufakis ha accusato il capo della sinistra Alexis Tsipras, che due anni fa ha comprensibilmente rifiutato ogni collaborazione con il suo erratico ex ministro delle Finanze, di essere corresponsabile del suo bruciante flop. Per il resto, l’economista si ritiene battuto da un’“incredibile ondata di conservatorismo” che ha investito il suo Paese. Insomma, la sua sconfitta è tutta colpa dei greci che s…

ATENE - Un tempo era tutta colpa di Schaeuble, della Troika e di Bruxelles. Ma quando ti rimetti alla volontà degli elettori, è più difficile puntare il dito contro qualcuno. Yannis Varoufakis c’è riuscito anche stavolta. Il suo partitino MeRA25 si è fermato sotto la soglia di sbarramento del 3% e ha incassato zero mandati. E’ fuori dal Parlamento ellenico. Così, dopo aver gridato alla “erdoganizzazione” della Grecia, che avrebbe regalato un trionfo al leader conservatore Kyriakos Mitsotakis, Varoufakis ha accusato il capo della sinistra Alexis Tsipras, che due anni fa ha comprensibilmente rifiutato ogni collaborazione con il suo erratico ex ministro delle Finanze, di essere corresponsabile del suo bruciante flop. Per il resto, l’economista si ritiene battuto da un’“incredibile ondata di conservatorismo” che ha investito il suo Paese. Insomma, la sua sconfitta è tutta colpa dei greci che si sono spostati troppo a destra.

Otto anni fa, a gennaio del 2015, l’economista keynesiano con la passione per le giacche di pelle e le moto planò dall’Australia, dove insegnava, ad Atene, chiamato come ‘outsider’ a prendere le redini del ministero più cruciale del neoeletto governo di sinistra di Tsipras: quello delle Finanze. E da subito, con la Grecia pericolosamente sull’orlo del baratro, incrociò le spade con Bruxelles, Francoforte e Berlino per strappare aiuti, più o meno, gratis. Varoufakis, non a torto, riteneva le misure draconiane chieste ottusamente anzitutto da Angela Merkel una disgrazia per un Paese che aveva già distrutto la propria domanda interna con tagli drastici alle pensioni e agli stipendi e aumenti delle tasse. Ma in sei mesi al timone dei conti pubblici riuscì a non proporre nulla e rintronò i suoi interlocutori con dotte lezioni di economia.

Giunta l’estate, in apertura di un Eurogruppo nei Paesi baltici, lo avvertirono che alla Grecia erano rimaste un paio di settimane per non andare in bancarotta, racconta un ex ministro a microfoni spenti. Varoufakis si produsse nuovamente in una divagazione sui destini del mondo, quando un collega dell’Est Europa si infuriò. Aveva appena tagliato le pensioni ai suoi concittadini e voleva sapere che cosa intendesse fare esattamente la Grecia per scongiurare un’ecatombe sui mercati e una nuova crisi dell’euro. Wolfgang Schaeuble, in quell’occasione, parlò poco. Aveva già vinto, ricorda l’ex ministro: “In soli sei mesi Varoufakis era riuscito in un miracolo. Quando si era insediato il governo Tsipras, tutti erano contro Schaeuble, stanchi del predominio del sommo sacerdote dell’austerità. Sei mesi dopo, Varoufakis era riuscito a ottenere un solo risultato: tutti erano con la Germania”.

Anche i dissidi tra il ministro e il suo premier Tsipras aumentarono, in quel periodo. Il leader di Syriza si produsse in un incredibile funambolismo: fece votare un referendum ai greci sulle misure di austerità. Loro votarono contro. E lui andò a Bruxelles e, in un sussulto di pragmatismo, sottoscrisse durante una delle più drammatiche notti del Consiglio europeo, a luglio del 2015, le nuove condizioni poste dalla Troika in cambio di 86 miliardi di aiuti. Varoufakis si dimise, nel suo governo e in Syriza si percepì un colossale sospiro di sollievo, e al timone delle Finanze arrivò un professore di Oxford, Euclides Tsakalotos. Un uomo con un ego nella norma che si mise a testa bassa a raddrizzare le finanze pubbliche alla deriva. 

Nel frattempo, Varoufakis si rifugiò nella scrittura, pubblicò un libro che raccontava la spectre internazionale che aveva cercato di sabotare la sua missione, e fondò un partito che prese il 3,44% e nove seggi alle elezioni del 2019, quelle vinte da Mitsotakis. Non pago, Varoufakis ha creato una succursale di MeRa25 anche in Italia e ha dichiarato, dopo le elezioni dello scorso ottobre, che avendo la Troika creato “fascisti” e “razzisti” come Giorgia Meloni e Matteo Salvini, lui ha il compito di fermarli. A marzo, nel quartiere più anarchico di Atene, Varoufakis è stato preso a cazzotti da un gruppo di balordi all’uscita di un ristorante. “Hai firmato il memorandum”, le misure di austerità in cambio di aiuti, gli hanno gridato. Una brutta nemesi: firmare accordi con l’Europa è l’unica cosa che Varoufakis non si è mai sognato di fare.