Usa, DeSantis in campo lancia la sfida a Trump. E Musk fa da cerimoniere
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNEW YORK - Resta solo da vedere se sia ancora in tempo per recuperare lo svantaggio accumulato da Trump, ora che Ron DeSantis ha messo da parte le paure di sfidare il suo mentore e si è candidato alle primarie presidenziali repubblicane. E poi bisognerà capire se Elon Musk è diventato il nuovo "kingmaker" del Grand Old Party, soppiantando la Fox di Rupert Murdoch.
Il governatore della Florida ha scelto Twitter per lanciare la sua corsa alla Casa Bianca, e lo ha fatto questa sera chiacchierando proprio con il nuovo proprietario del social media dei cinguettii. Si è presentato come la versione più disciplinata di Trump, oltre che più giovane, ma soprattutto come l'unico vero conservatore in campo, forte delle leggi approvate in Florida che promette di replicare sul palcoscenico nazionale. Musk ha detto che voterà repubblicano nel 2024, ma non chi, forse per non bruciarsi ora scegliendo il cavallo sbagliato. Nel frattempo pe…
NEW YORK - Resta solo da vedere se sia ancora in tempo per recuperare lo svantaggio accumulato da Trump, ora che Ron DeSantis ha messo da parte le paure di sfidare il suo mentore e si è candidato alle primarie presidenziali repubblicane. E poi bisognerà capire se Elon Musk è diventato il nuovo "kingmaker" del Grand Old Party, soppiantando la Fox di Rupert Murdoch.
Il governatore della Florida ha scelto Twitter per lanciare la sua corsa alla Casa Bianca, e lo ha fatto questa sera chiacchierando proprio con il nuovo proprietario del social media dei cinguettii. Si è presentato come la versione più disciplinata di Trump, oltre che più giovane, ma soprattutto come l'unico vero conservatore in campo, forte delle leggi approvate in Florida che promette di replicare sul palcoscenico nazionale. Musk ha detto che voterà repubblicano nel 2024, ma non chi, forse per non bruciarsi ora scegliendo il cavallo sbagliato. Nel frattempo però vuole trasformare Twitter nella piazza dove avviene il dibattito elettorale scavalcando la Fox, che dopo il licenziamento di Tucker Carlson è sospettata dai conservatori duri e puri di volersi trasformare in un network più moderato. Tuttavia la decisione di dialogare con DeSantis per lanciarne la candidatura rivela quanto meno un interesse per la sua biografia, che fino a qualche mese fa veniva presentata come il futuro del Partito repubblicano
Il destino di DeSantis è scritto nella sua vicenda personale. Pronipote di italiani sbarcati ad Ellis Island all'inizio del secolo scorso, suo padre installava i box della Nielsen per rilevare l'audience televisiva. A scuola era campione di baseball, arrivando fino alle Little League World Series, ma poi era entrato a Yale per la laurea e a Harvard per la specializzazione in legge. Con questi pezzi di carta poteva scegliere qualsiasi lavoro, invece si era arruolato in Marina nel servizio legale, lavorando prima a Guantanamo e poi con il Seal Team One a Fallujah, in Iraq. Al ritorno si era candidato alla Camera e il resto è storia.
All'inizio questa vicenda è stata scritta sottobraccio a Trump, che nel 2018 lo aveva appoggiato per la candidatura a governatore, contro il prediletto dell'establishment Adam Putnam. Poi però sono diventati rivali, perché le ambizioni presidenziali di Ron erano evidenti. Perciò Donald lo ha soprannominato "Desanctimonius", l'ipocrita, minacciandolo: "Se si candida si farà molto male. Posso rivelare cose non proprio lusinghiere sul suo conto, che forse sa solo sua moglie". E lo ha fatto, iniziando a demolirlo con spot televisivi infanganti prima ancora della candidatura, e accusandolo persino di pedofilia quando era professore.
DeSantis ha evitato di rispondere, un po' perché non vuole alienarsi la base trumpiana di cui vuole ereditare i voti, e un po' perché ha pensato che consolidare le sue credenziali conservatrici con le iniziative prese in Florida sarebbe bastato a farlo prevalere su Trump. Quindi si è fatto notare con operazioni tipo la legge "Don't Say Gay", che vieta di nominare l'omosessualità nelle scuole; la battaglia culturale contro la Disney, accusata di essere strumento dell'agenda dei liberal; o con il rapimento dei richiedenti asilo venezuelani in Texas, per scaricarli sull'isola dei vip democratici Martha's Vineyard. In altre parole, ha cercato di diventare il leader del "trumpismo senza Trump": stesse politiche, ma gestite con più disciplina.
All'inizio aveva funzionato e i sondaggi lo davano avanti. Poi però Donald si è scatenato, aiutato anche dalle incriminazioni, e ora ha un vantaggio che nell'ultimo rilevamento Harvard Caps/Harris è salito a oltre 40 punti, 58% a 16%. Perché Trump è Trump, ma anche perché DeSantis non ha il carisma per conquistare gli elettori su base nazionale. I suoi finanziatori del Never Back Down Super Pac hanno raccolto 200 milioni di dollari per rilanciarlo, ma ora pare veramente un'impresa.