Isabel Díaz Ayuso, la "diva pop della destra" spagnola che da Madrid insidia Sánchez
dal nostro inviato Alessandro Oppes
Isabel Díaz Ayuso (afp)
In vista delle elezioni amministrative e comunali programmate per domenica, la presidente della comunità di Madrid del Partito Popolare spera di raggiungere la maggioranza assoluta che le permetterebbero di sganciarsi dall'alleanza con l'ultradestra di Vox
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MADRID – “O Sánchez, o Spagna”. Sembra sempre che vada fuori tema, Isabel Díaz Ayuso, ogni volta che sale sul palco di un comizio elettorale del Partito Popolare in una delle tante cittadine della cintura madrilena battute a ritmo incalzante nel lungo tour de force di questa campagna chiusa ieri a mezzanotte. Da Leganés a Móstoles, da Alcalá de Henares ad Alcorcón, la musica non cambia. I problemi sono tanti, nella regione che guida da 4 anni con alterni risultati, ma lei divaga, parla d’altro, conferma la sua fama di grande fustigatrice del governo centrale. La “diva pop della destra”, l’ha definita il politologo Pablo Simón.
Ad ogni mítin la accolgono come una star della musica, lei dice quello che il pubblico vuole sentirsi dire e i consensi crescono come la schiuma. Il prossimo obiettivo, per il voto di domani, è di toccare la soglia magica dei 69 seggi che le darebbero la maggioranza assoluta all’assemblea regionale. Due anni fa, nella consultazione anticipata convocata per sbarazzarsi dei soci centristi di Ciudadanos, c’era andata molto vicina, conquistandone 65. Ora, per governare, spera di potersi sottrarre all’abbraccio imbarazzante di Vox, l’ultradestra che le ha messo parecchi bastoni tra le ruote impedendole, tra l’altro, di varare l’ultima legge di bilancio. “Dio non mi ha fatto perfetta, per questo non sono di Vox”, ha risposto stizzita alla leader locale della formazione estremista durante un dibattito sull’aborto, difendendo la “libertà di scelta”.
La sua convinzione è che “dal 1977 (anno delle prime elezioni libere dopo la morte di Franco, ndr) gli spagnoli non si sono mai giocati tanto alle urne”. Un modo per tirare la volata al leader del suo partito, il Pp, Alberto Núñez Feijóo, che a dicembre sfiderà Sánchez nella corsa alla conquista della Moncloa, ma anche per far sentire il proprio peso nelle scelte di un eventuale, prossimo governo di centro-destra. Una strategia di comunicazione studiata con cura dal suo molto influente consigliere Miguel Ángel Rodríguez, che negli anni ‘90 fu portavoce del premier José María Aznar. Una figura controversa, ma vero artefice della costruzione di quel fenomeno ormai conosciuto come “ayusismo”. O, per dirla con il sociologo Ignacio Sánchez Cuenca, trumpismo castizo, cioè puro, tradizionale, autenticamente madrileno. Una specie di populismo fatto su misura per il sentire dominante degli elettori della capitale e della sua regione, che da quasi trent’anni votano per la destra e provano una profonda allergia per tutto ciò che sa di progressista (dicono progre, in tono dispregiativo, quasi fosse una parolaccia) e di politicamente corretto.
Ayuso li delizia con le sue sparate contro il “sanchismo”, il comunismo, a favore della “libertà”. Sánchez “governa in modo totalitario e illegittimo”, vuole “mettere i partiti dell’opposizione in carcere, come il governo del Nicaragua”, addirittura ha un piano “per provocare il crollo della monarchia e ripristinare la repubblica”. Non importa che non ci sia niente di vero, l’unica cosa che conta è che funzioni. “Ayuso è un meme, riduce tutto a un meme, a un emoji, a un tweet”, ha scritto il giornalista, poeta e musicista Javier Gallego. “Lo svuota di contenuto, trasforma tutto in niente”. Nel programma “nazionale” della candidata regionale ci sono proposte per derogare una decina di leggi statali, cancellare la riforma del mercato del lavoro, annullare la modifica del codice penale sui reati di malversazione e sedizione, eliminare l’imposta alle grandi fortune, alle banche e ai colossi dell’energia. In ambito locale, ha tagliato le imposte ai più ricchi adottando ricette neoliberali nel solco della ex presidente regionale Esperanza Aguirre, con la quale Ayuso mosse i suoi primi passi in politica.
Aguirre era considerata la “lady di ferro” spagnola (non è un caso che a Margaret Thatcher sia stata dedicata una piazza nel cuore finanziario di Madrid, lungo il Paseo de la Castellana). Ma se il limite della sua mentore Aguirre era di appartenere a una famiglia aristocratica, Ayuso, di origini piccolo borghesi, ha avuto gioco più facile nel creare un rapporto diretto con il “suo” popolo. Che accetta anche le mille contraddizioni di un discorso politico spesso spericolato. Difende l’autonomia fiscale di Madrid e l’unità della Spagna al tempo stesso, promuove una sorta di "indipendentismo” madrileno ma anche il nazionalismo spagnolo. Si ribella contro le decisioni del governo centrale (l’ha fatto più volte ricorrendo ai tribunali, a cominciare dai tempi della pandemia), ma chiede mano dura contro gli indipendentisti catalani e baschi. Equilibrismi che nascondono i fallimenti nella gestione di una delle regioni tra le più ricche di Spagna (insieme a Navarra e Paese Basco), ma che ha gli investimenti più bassi per abitante in sanità ed educazione, e dove il 40 per cento delle famiglie hanno difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Nel suo partito sono costretti a sopportarne gli eccessi, perché porta voti e può risultare determinante in vista delle prossime legislative di dicembre. Ma molti temono che, se dovesse crescere ancora fino a conquistare la ribalta nazionale, possa diventare una fotocopia della britannica Liz Truss. La leader ultraconservatrice dai programmi impossibili, il cui governo è durato appena un mese e mezzo.