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La strategia di Mosca: sciami di droni sulle città e missili sulle strutture militari. A Khmelnitskiy distrutti aerei da guerra

Il sito militare che sarebbe stato colpito 
Aumentano gli attacchi notturni, logorando le scorte di missili terra-aria: in un mese lanciati quasi 300 droni. Una tattica che rischia di mettere in crisi i piani per la controffensiva
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Un’altra notte infernale nei cieli dell’Ucraina, con il comando di Kiev che fornisce numeri in apparenza positivi: sono stati abbattuti 29 dei 35 droni e 37 dei 40 missili lanciati da russi. I nove ordigni su 75 che hanno superato lo schermo protettivo sono riusciti a causare perdite significative.

I danni maggiori ci sarebbero stati a Khmelnitskiy, nella regione occidentale già colpita nelle scorse settimane dove erano state accumulate scorte di carburante e munizioni. I cruise sarebbero piombati su una base dell’aviazione, distruggendo cinque velivoli. C’è però un’altra faccia della medaglia, estremamente preoccupante: il logoramento delle difese anti-aeree ucraine, che nell’ultimo mese hanno distrutto già trecento bombardieri teleguidati.

I raid notturni, soprattutto quelli dei velivoli telecomandanti di fabbricazione iraniana, mirano soprattutto a consumare le scorte di missili terra-aria disponibili. E in quest…

Un’altra notte infernale nei cieli dell’Ucraina, con il comando di Kiev che fornisce numeri in apparenza positivi: sono stati abbattuti 29 dei 35 droni e 37 dei 40 missili lanciati da russi. I nove ordigni su 75 che hanno superato lo schermo protettivo sono riusciti a causare perdite significative.

I danni maggiori ci sarebbero stati a Khmelnitskiy, nella regione occidentale già colpita nelle scorse settimane dove erano state accumulate scorte di carburante e munizioni. I cruise sarebbero piombati su una base dell’aviazione, distruggendo cinque velivoli. C’è però un’altra faccia della medaglia, estremamente preoccupante: il logoramento delle difese anti-aeree ucraine, che nell’ultimo mese hanno distrutto già trecento bombardieri teleguidati.

I raid notturni, soprattutto quelli dei velivoli telecomandanti di fabbricazione iraniana, mirano soprattutto a consumare le scorte di missili terra-aria disponibili. E in questa maniera condizionare i piani per l’offensiva terrestre che gli ucraini stanno cominciando ad avviare contro i territori occupati da Mosca. I generali di Kiev devono fare i conti con una coperta molto corta. Che ha sempre meno “frecce” da tirare e che non può fare scudo contemporaneamente alle città e alle brigate in prima linea.

Una carenza che sta assumendo rilevanza strategica, come ha sottolineato lo stesso presidente Volodymyr Zelensky: “Faremo tutto il possibile e tutto l’impossibile – ha dichiarato venerdì scorso - per accelerare la fornitura all’Ucraina di un maggior numero e qualità dei sistemi di difesa aerea: questo è letteralmente un problema quotidiano su cui lavorare con i partner”.

Dopo il tramonto, la falange di mitragliere d’ogni calibro e d’ogni età allestita dagli ucraini per fermare i droni ottiene scarsi risultati: ci sono pochissimi radar per dirigere il fuoco e al buio non possono individuare gli obiettivi. L’unica eccezione sono i semoventi cingolati Gepard consegnati dalla Germania, che però sono soltanto 37 e vengono conservati per accompagnare le colonne corazzate destinate a marciare contro le trincee russe.

Il peso delle battaglie notturne sulla capitale, su Odessa e sulle altre città ricade soprattutto sui missili terra-aria, che sono sempre di meno. Ci sono i sistemi di matrice sovietica, come gli S-300 che hanno sopportato il carico principale degli scontri sin dall’inizio dell’invasione, ma per i quali è sempre più difficile trovare nuove munizioni: vengono prodotte soltanto in Russia e la coalizione che sostiene la resistenza ha saccheggiato i fondi di magazzino di tre continenti.

Sono addirittura stati fotografati vecchi apparati mobili SA-8 Gecko provenienti dai depositi della Giordania, che li ha tolti dal servizio sei anni fa. Uno dei documenti trafugati dal Pentagono e diffusi online sosteneva che gli S-300 sarebbero rimasti privi di munizioni entro la fine di maggio.

Poi ci sono le batterie occidentali, di moderna concezione: Patriot, Iris-T, Nasams. Con due limiti: sono poche e usano missili costosissimi. Il primo sistema Iris-T donato da Berlino ha consumato quasi quaranta ordigni in una dieci giorni: ognuno costa più di mezzo milione. Il Patriot ripreso da un video a Kiev due settimane fa in pochi minuti ha scagliato trenta armi verso il cielo, con una spesa vicina a 100 milioni di euro, mentre i Nasams utilizzano gli Aim-120 da oltre un milione ad esemplare.

Questi missili sofisticati infatti sono stati progettati per inseguire e abbattere aerei ad alte prestazioni, che spesso hanno un prezzo di ottanta milioni, mentre ora vengono impiegati contro droni killer in plastica che si assemblano con poche migliaia di euro. Secondo alcune stime, Mosca avrebbe ottenuto da Teheran quasi mille low cost Shahed.

Le disponibilità negli eserciti Nato sono abbastanza limitate, perché dopo la fine della Guerra Fredda pochi hanno investito in questi apparati costosissimi e concepiti ad affrontare un nemico che pareva scomparso. Inoltre rimpiazzare le donazioni richiede tempi lunghi, non inferiori a tre anni, e nessuno stato maggiore vuole rimarne sguarnito.

Finora Zelensky ha ottenuto 4 batterie di Patriot – due dagli Usa, una dalla Germania e una dell’Olanda -; due Iris-T con una terza unità in arrivo nei prossimi giorni e una quarta ad agosto; due Nasams donati da Usa e Norvegia, con altri tre previsti nel corso dell’estate; due Crotale francesi. Nel giro di pochi giorni dovrebbe arrivare anche il Samp-T promesso da Italia e Francia, che sarà il più avanzato dei sistemi disponibili: i missili vengono oltre due milioni l’uno.

Sono comunque poche batterie per coprire un Paese sterminato come l’Ucraina, tutte di modelli differenti che hanno bisogno di personale qualificato e ricambi per la manutenzione di radar e strumentazioni elettroniche. In più questi strumenti hanno un altro ostacolo tecnico: è difficile integrarli in un’unica rete centralizzata, che possa coordinare gli interventi e dividere i compiti tra le singole batterie. Quasi sempre non agiscono come “un’orchestra” dislocata su più strati a fare schermo all’intero territorio nazionale ma come “solisti”, impegnati ciascuno a fronteggiare l’intero sciame diretto contro una città.

Ci sono poi armamenti terra-aria di vecchia generazione rastrellati dai magazzini in giro per l’Europa – gli Aspide italiani e spagnoli, gli Hawk spagnoli – solo in piccola parte già operativi e segnati, da quel che si capisce, da numerosi guasti di funzionamento.

Un’altra strada che si sta percorrendo a tappe forzate è quella dei “sistemi Frankestein”: adattare le batterie sovietiche a sparare missili occidentali. In particolar modo, si cerca di convertirle a impiegare Sidewinder e Sparrow, missili presenti in quantità nei Paesi della Nato, da lanciatori S-300. Ma Zelensky sta chiedendo un aiuto per la contraerea ovunque: lo ha fatto a Roma e lo ha fatto a Riad, con risultati rimasti segreti.

L’Ucraina guarda pure al futuro, ordinando armi nuove con i finanziamenti dei donatori internazionali. In Germania verranno costruiti 16 Iris-T con un costo di 2,7 miliardi; in Italia sono in produzione due Skynex sovvenzionati sempre da Berlino e altri probabilmente ne verranno commissionati: si è vociferato pure dell’acquisto dei Camm-Er italo-britannici.

Il dilemma riguarda le prossime settimane. Quando i tank Leopard e Challenger andranno alla carica delle fortificazioni russe chi li proteggerà dai droni e dai caccia? In quest’anno l’aviazione di Mosca ha perfezionato le tattiche e ottenuto bombe di precisione, che permettono di colpire da maggiore distanza: si tratta della forza che ha subìto perdite minori e può ancora esprimere una potenza significativa, senza particolarmente temere le squadriglie avversarie.

I generali di Kiev dovranno scegliere se trasferire le batterie più moderne in prima linea o mantenerle intorno alle città, garantendo in entrambi i casi una scorta di missili. Che viene ridotta ogni notte dall’esigenza di fermare le ondate di raid scatenate dal Cremlino: sciami che continuano a crescere in numero, rischiando di mettere in crisi la pianificazione ucraina.