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Brexit, scarseggiano i pescatori britannici: dietrofront sui visti agli stranieri

La pesca è stata un simbolo operaio e nostalgico dell’uscita dall’Ue: “Ora il pesce è di nuovo britannico e felice” esultò il parlamentare conservatore euroscettico Jacob Rees-Mogg. Ma i lavoratori locali non bastano e il governo Sunak è ora costretto ad aprire ai migranti
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LONDRA. È stato uno dei simboli più potenti della Brexit, l’incarnazione operaia e popolare di quell’agognata voglia di libertà per “liberarsi dalle catene di Bruxelles” e delle quote Ue. Ora però la pesca nel Regno Unito, tornata ai livelli pre Covid, ha difficoltà a reclutare lavoratori dopo l’uscita dall’Europa, i pescatori britannici non bastano e le nuove durissime norme sull’immigrazione del governo britannico, sul modello a punti australiano, complicano ancora di più le cose. 

Dunque, dietrofront: dall’anno prossimo Londra concederà visti molto più facili ai pescatori e ai lavoratori dei p…

LONDRA. È stato uno dei simboli più potenti della Brexit, l’incarnazione operaia e popolare di quell’agognata voglia di libertà per “liberarsi dalle catene di Bruxelles” e delle quote Ue. Ora però la pesca nel Regno Unito, tornata ai livelli pre Covid, ha difficoltà a reclutare lavoratori dopo l’uscita dall’Europa, i pescatori britannici non bastano e le nuove durissime norme sull’immigrazione del governo britannico, sul modello a punti australiano, complicano ancora di più le cose. 

Dunque, dietrofront: dall’anno prossimo Londra concederà visti molto più facili ai pescatori e ai lavoratori dei porti. Perché il settore, come altri che impiegano lavoratori a basso costo oltremanica, è in crisi occupazionale. E contribuisce all’oltre un milione di posti di lavoro vacanti che il Regno Unito, da oltre un anno e con la disoccupazione al 3,9%, non riesce a colmare. 


Che proprio la pesca debba fare i conti con le conseguenze post Brexit è esemplare. Il settore rappresenta meno dello 0,1% del Pil britannico, ma durante la campagna del referendum 2016 che ha sancito l’addio alla Ue è diventato di primaria importanza e risonanza, una nostalgica e ideologica “reconquista” di quei mari calcati e conquistati dall’Impero britannico nei secoli scorsi. Parlamentari conservatori come Jacob Rees-Mogg in passato hanno celebrato “il pesce britannico finalmente, dopo Brexit, diventato di nuovo libero e felice”.

Il re euroscettico Nigel Farage all’ultimo giorno di campagna referendaria traversò il Tamigi in barca lungo Westminster avocando proprio l’imminente rivoluzione dei pescatori scozzesi e britannici. E due anni fa quasi si sfiorò l’incidente militare tra Regno Unito e Francia proprio per i litigi e le proteste britanniche sulle quote del pescato da dividere tra Ue e Uk sulla Manica, al largo dell’isola di Jersey. 

Secondo uno studio della Aberdeen University poche settimane dopo il referendum, la Brexit è stata votata dal 92% dei lavoratori ittici britannici. Ora però la cruda realtà morde. Mancano pescatori, skipper e scaricatori di porto e assumere nuove forze dall’Europa è molto più difficile, a causa dei costi del visto e dei salari minimi necessari per entrare nel Regno Unito. Dunque, dal 2024 questi ultimi saranno notevolmente abbassati per permettere l’arrivo di lavoratori Ue ed extra Ue. Il deputato conservatore Sir Robert Goodwill, della circoscrizione costiera e portuale di Scarborough e Whitby (la città dove si ispirò Bram Stoker per Dracula e dove ci si vanta del "miglior fish & chips del Paese”) ha chiesto all’esecutivo Sunak di allentare il prima possibile le maglie dei visti per la pesca: “Altrimenti l’industria locale degli scampi è a serio rischio, e non sto scherzando”. Insomma, il pesce sarà pure tornato britannico e felice dopo Brexit, ma chi lo raccoglierà e lavorerà sarà sempre più straniero.