Offerta di Biden a Erdogan: F-16 in cambio della Svezia nella Nato. Così parte la nuova era del Rais
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoANKARA - Ad Ankara tutti ricordano molto bene quel fuorionda che congelò i rapporti con Washington per diverso tempo, Biden che definiva Erdogan "dittatore". Era il 2021, ora i due leader tornano a parlarsi, con il presidente americano che chiama il leader turco per congratularsi dopo la vittoria alle elezioni di domenica. Ma sono ammiccamenti timidi, prudenti. Biden spera di chiudere l'accordo al vertice Nato di Vilnius a luglio, offrendo ad Ankara i cacciabombardieri F-16 in cambio del si all'ingresso della Svezia nell'Alleanza. La Turchia si oppone all'allargamento perché vorrebbe l'estradizione di un centinaio di curdi che vivono nel Paese, ma il governo di Stoccolma non può ordinare alla magistratura di rispedirli dove probabilmente li attenderebbe il carcere. Il presidente americano è pronto a riprendere le forniture di armi alla Turchia ma deve convincere il Congresso, che vuole la fine delle ostilità con la Greci…
ANKARA - Ad Ankara tutti ricordano molto bene quel fuorionda che congelò i rapporti con Washington per diverso tempo, Biden che definiva Erdogan "dittatore". Era il 2021, ora i due leader tornano a parlarsi, con il presidente americano che chiama il leader turco per congratularsi dopo la vittoria alle elezioni di domenica. Ma sono ammiccamenti timidi, prudenti. Biden spera di chiudere l'accordo al vertice Nato di Vilnius a luglio, offrendo ad Ankara i cacciabombardieri F-16 in cambio del si all'ingresso della Svezia nell'Alleanza. La Turchia si oppone all'allargamento perché vorrebbe l'estradizione di un centinaio di curdi che vivono nel Paese, ma il governo di Stoccolma non può ordinare alla magistratura di rispedirli dove probabilmente li attenderebbe il carcere. Il presidente americano è pronto a riprendere le forniture di armi alla Turchia ma deve convincere il Congresso, che vuole la fine delle ostilità con la Grecia e dell'espansionismo turco nel Mediterraneo Orientale.
Un Paese "dual use"
Per gli americani e per la Nato, Ankara è un interlocutore prezioso nel conflitto russo-ucraino, soprattutto dopo il successo ottenuto con la mediazione sul grano - accordo peraltro ora in bilico - ma guardano con diffidenza ai rapporti d'affari con Mosca che possono offrire una scappatoia a Putin sulle sanzioni. Prima del voto, funzionari Usa sono volati a Istanbul proprio per discutere con Erdogan degli intrecci tra le imprese turche e russe.
Il leader turco ieri ha parlato anche con Putin: Mosca è il principale fornitore di gas per Ankara, a cui ha scontato il pagamento di una bolletta energetica di circa 10 miliardi prima delle elezioni. Con l'inverno alle porte, il sostegno russo può rivelarsi prezioso così come l'intercessione di Putin su Assad perché accetti un accordo con Erdogan.
Difficilmente il leader turco abbandonerà la posizione "dual use" che gli ha dato un indubbio vantaggio strategico. "Manterrà i legami commerciali con la Russia fornendo a Putin e agli imprenditori russi un canale di accesso ai mercati internazionali e un canale agli oligarchi per fare le vacanze sulla riviera turca ora che non possono più andare in Italia e in Francia", dice Soner Cagaptay, autore di numerosi libri su Erdogan e direttore del programma Turchia del Washington Institute, "ma continuerà una politica bilanciata tra russi e americani, provando ad ottenere gli F16 e soprattutto questa volta un incontro con Biden alla Casa Bianca che sancirebbe la sua legittimità".
I diritti in bilico
Sul piano interno, "avendo vinto non a valanga ma di stretto margine, sarà business as usual - secondo Cagaptay: non abbandonerà la sua politica economia eterodossa e continuerà con lo stesso livello di repressione". Erdogan ha vinto, ma il Paese è spaccato in due, 25 milioni di turchi hanno votato per il cambiamento. "Dovrà tenerne conto", dice Fevzi Caki, anchorman dell'emittente Haberturk. Nel discorso della vittoria, il presidente si è mostrato sicuro di sé, padre della patria ma anche fustigatore, di nuovo aggressivo contro gli oppositori: ha attaccato il leader del partito curdo Selahattin Demirtas, in carcere dal 2016 - "terrorista, fin quado ci sarà io non uscirà mai", ha detto - e ha accusato l'opposizione di flirtare "con le ideologie perverse Lgbtq", continuando a fomentare quella guerra culturale che gli ha consentito di vincere ancora.
La campagna per Istanbul
L'ideologia, certo. Ma la ragione è anche concreta: il prossimo marzo ci sono le amministrative ed Erdogan è già di nuovo in campagna elettorale. Nelle grandi città, Ankara e Istanbul, che già gli avevano voltato le spalle nel 2019, ha perso circa il 7% dei voti. Caki prevede un repulisti nel partito, l'Akp: "Cambierà tutta la classe dirigente locale perché questa volta non vuole perdere". Istanbul è la preda più ambita e l'opposizione teme che il governo userà la magistratura per rimuovere dall'incarico il sindaco repubblicano, Ekrem Imamoglu, su cui pende una condanna per presunti insulti alla commissione elettorale.
Venti di crisi
Agli elettori Erdogan ha promesso il ritorno all'antica gloria ottomana, ma ha una strada difficile davanti. La lira continua a perdere valore. La Banca centrale turca ha esaurito le riserve di valuta estera, negative per la prima volta dal 2002, bruciando 25 miliardi solo negli ultimi tre mesi per sostenere la moneta e consentire al presidente le spese elettorali. Il costo della ricostruzione post-terremoto ammonta a oltre 100 miliardi di dollari. Erdogan ha bisogno di soldi. "In campagna elettorale ha usato il tema della sicurezza per coprire i problemi economici, ora cercherà la fiducia degli investitori internazionali adottando misure contro l'inflazione"dice Caki.
È improbabile tuttavia che rinunci alla sua politica monetaria eterodossa, secondo cui i tassi alti sono frutto della speculazione e haram, "peccato": "Questa idea nasce dalle sue convinzioni islamiche. Erdogan crede che il suo sia un nuovo modello economico da esportare in tutto il mondo musulmano e farà tutto ciò che può per dimostrare che funziona. Cercherà di aumentare la produzione e l'export senza alzare i tassi". Cemil Kilic, teologo turco molto critico con il presidente, la mette così: "Erdogan si accorgerà presto di aver incassato una vittoria di Pirro".