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Kosovo, l'azzardo del premier Kurti: il braccio di ferro con Belgrado mette a rischio i rapporti con l'Europa

 Albin Kurti (ansa)
Il leader socialdemocratico dal 2021 gestisce i complicati rapporti tra etnie applicando, a suo modo, un principio di reciprocità destinato a generare pericolosi attriti. E i partner occidentali temono l'apertura di potenziali fronti di conflitto mentre la guerra in Ucraina è in corso e si estende l'ombra degli interessi della Russia
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ZVECAN - La chiamano “reciprocità”. È il principio che dal 2021 guida le mosse del leader socialdemocratico Albin Kurti, diventato premier col sostegno anche delle anime più nazionaliste della comunità albanese. Applicato a una terra complicata e ferita qual è il Kosovo, grande quanto l’Abruzzo ma arsenale a cielo aperto di fucili e bombe nascoste dopo la guerra del 1998-1999, presidiato da un contingente militare a guida Nato e su cui si allunga l’ombra dell’interesse della Russia di Putin, suona come un rischioso occhio per occhio, dente per dente. Un azzardo, insomma. Con l’attuale livello di risentimento tra le due etnie può infiammarsi in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo. Non ci sono argomenti secondari, nel Kosovo autoproclamatosi indipendente nel 2008. Tutto si carica di significato identitario.

ZVECAN - La chiamano “reciprocità”. È il principio che dal 2021 guida le mosse del leader socialdemocratico Albin Kurti, diventato premier col sostegno anche delle anime più nazionaliste della comunità albanese. Applicato a una terra complicata e ferita qual è il Kosovo, grande quanto l’Abruzzo ma arsenale a cielo aperto di fucili e bombe nascoste dopo la guerra del 1998-1999, presidiato da un contingente militare a guida Nato e su cui si allunga l’ombra dell’interesse della Russia di Putin, suona come un rischioso occhio per occhio, dente per dente. Un azzardo, insomma. Con l’attuale livello di risentimento tra le due etnie può infiammarsi in qualsiasi momento e per qualsiasi motivo. Non ci sono argomenti secondari, nel Kosovo autoproclamatosi indipendente nel 2008. Tutto si carica di significato identitario.

La reciprocità, dicevamo. È il principio-faro del 48enne Kurti. Belgrado non riconosce le carte di identità kosovare alla frontiera? E allora anche Pristina non riconosce quelle serbe. Il presidente Vucic lascia che la sua motorizzazione emetta targhe con lo stemma nazionale per le auto che circolano nel nord del Kosovo? Kurti le dichiara fuorilegge (decisione che a Bruxelles considerano legittima) e impone una road map per sostituirle. I serbi a novembre si dimettono in massa dalle istituzioni kosovare per la mancata istituzione della Comunità delle municipalità serbe? Pristina indice elezioni e proclama i nuovi sindaci, di etnia albanese. E poco importa se alle urne è sia andato solo il 3,4 per cento degli aventi diritto (1.500 su 43.000) e i serbi, boicottato il voto, ora ne chiedano l’annullamento con sit-in violenti, armati, eccitati da gangster locali e bande di hooligan ultranazionalisti: per Kurti sono valide.

La politica della reciprocità, per come la intende il premier, segue un rodato canovaccio in cinque atti: 1) cercare un accordo diplomatico con Vucic; 2) appurare che non c’è modo di raggiungere una sintesi in tempi brevi; 3) compiere un atto unilaterale; 4) valutare il grado di irritazione causato all’inviato speciale dell’Ue, al comandante generale di Kfor e, soprattutto, agli ambasciatori del Quint (Usa, Gran Bretagna, Germania, Italia, Francia); 5) rimodulare l’atto unilaterale in base anche alla reazione dei serbi, sia coloro che siedono sulle poltrone del potere di Belgrado, sia chi vive oltre il fiume Ibar nel nord del Kosovo.

L’obiettivo di Kurti è spingere in avanti, anche di poco, il processo di completamento della Repubblica indipendente, che per essere tale manca ancora di alcuni elementi: il riconoscimento di molti Paesi membri dell’Onu (Russia e Cina la considerano ancora una provincia serba), la possibilità di costituire un vero esercito (al momento esiste la Kosovo Police, che prima delle dimissioni del novembre scorso impiegava anche agenti serbi), la sovranità piena. Gli accordi di Bruxelles del 2013, puntualmente disattesi, e i più recenti negoziati di Bruxelles e Ohrid promettono molto ma producono poco, avanzando al passo della lumaca. E Kurti ha promesso risultati al suo popolo.

Per il governo del Paese con l’età media più bassa dell’Europa, l’approdo finale non può che essere Bruxelles. La strada è lunga perché, a differenza della Serbia che ha già lo stato di candidata, il Kosovo è ancora “potenziale candidato”, e ha presentato la domanda di ingresso appena nel dicembre scorso. Il problema è che ai partner occidentali l’approccio della reciprocità non piace, genera attrito e scalda il confine, aprendo potenziali fronti di conflitto quando ce n’è già uno, l’Ucraina, cui dedicare la massima attenzione. Non è un segreto che Washington abbia chiesto a Kurti di non forzare la mano con l’insediamento dei nuovi sindaci e di ritirare la polizia dai municipi. “Bisogna evitare provocazioni ed escalation”, ripete da giorni l’ambasciatore Usa Jeffrey Hovenier. Per adesso inascoltato. La stessa raccomandazione è arrivata a Pristina dai ministri italiani Tajani e Crosetto, che si sono consultati con Kurti più volte durante la recente crisi.

Dopo gli scontri di lunedì a Zvecan, il premier kosovaro è andato a Bratislava per incontrarsi con l’Alto rappresentante Ue per la politica estera Josep Borrell. “Gli attacchi della milizia serba alla polizia, ai soldati di Kfor e ai giornalisti sono inaccettabili”, scrive su Twitter. “Il percorso da fare è radicato nella democrazia, nello stato di diritto e nella completa realizzazione degli accordi base”. Sa che la voce grossa può farla ma fino a un certo punto, perché se l’esercito serbo rimane fuori dal Kosovo è solo perché da questa parte c’è la Nato. E se Pristina vuole sperare di entrare prima o poi nell’Unione Europea, Kurti deve dosare l'azzardo.