Kosovo, la linea dura del premier Kurti: “Elezioni solo se vanno via i fascisti serbi”
dal nostro inviato Fabio TonacciPRISTINA - Non si può dire che Albin Kurti non regga la pressione internazionale. Nonostante tutti i partner occidentali gli stiano chiedendo, chi esplicitamente come Macron e Scholz, chi attraverso i canali felpati della diplomazia, un approccio più morbido e condiviso verso la comunità serba, arrivando ad attribuirgli la responsabilità politica degli incidenti di lunedì scorso, il premier del Kosovo non fa passi indietro. Almeno per ora.
"Ho un piano per arrivare alla de-escalation della situazione nel Nord del Paese e viaggia su due binari", spiega in un colloquio con la stampa italiana a margine dell'evento organizzato dall'ambasciata italiana a Pristina in occasione della Festa della Repubblica. "Primo binario: sono disposto a indire tra qualche mese nuove elezioni nelle municipalità a maggioranza serba, perché sono consapevole che i sindaci attuali sono stati eletti con pochissimi voti dato il boicottaggio,…
PRISTINA - Non si può dire che Albin Kurti non regga la pressione internazionale. Nonostante tutti i partner occidentali gli stiano chiedendo, chi esplicitamente come Macron e Scholz, chi attraverso i canali felpati della diplomazia, un approccio più morbido e condiviso verso la comunità serba, arrivando ad attribuirgli la responsabilità politica degli incidenti di lunedì scorso, il premier del Kosovo non fa passi indietro. Almeno per ora.
"Ho un piano per arrivare alla de-escalation della situazione nel Nord del Paese e viaggia su due binari", spiega in un colloquio con la stampa italiana a margine dell'evento organizzato dall'ambasciata italiana a Pristina in occasione della Festa della Repubblica. "Primo binario: sono disposto a indire tra qualche mese nuove elezioni nelle municipalità a maggioranza serba, perché sono consapevole che i sindaci attuali sono stati eletti con pochissimi voti dato il boicottaggio, ma fino ad allora sono sindaci a tutti gli effetti e devono poter entrare nei municipi. Non è più il tempo di avere sindaci via zoom, quello avveniva durante il Covid".
Non sono esattamente le parole che si aspettano di sentire a Parigi, a Berlino, a Washington o a Roma, ma Kurti fa capire di essere a sua volta irritato per le accuse di aver agito con poco senso di responsabilità. L'ultima in ordine di tempo ("Kfor non è un ombrello per riparare i danni delle azioni unilaterali") gli è arrivata da un uomo con la divisa, il comandante italiano del contingente Kfor Angelo Ristuccia.
E questo è un passaggio del suo ragionamento che va letto bene tra le righe: Kurti percepisce troppa attenzione delle cancellerie europee verso il governo serbo che, a suo parere, è il modo sbagliato di procedere. "Non devono blandire Vucic, essere generosi con lui è un errore: nel marzo dello scorso anno ho ricevuto pressioni per evitare di metterlo in difficoltà durante la sua campagna presidenziale perché l'Europa era convinta che avrebbe autorizzato le sanzioni contro la Russia. Dopo il voto non lo ha fatto. E la Russia non accetta che in Kosovo mettiamo insieme democrazia e sviluppo economico. Quindi ai nostri partner dico che non possiamo essere d'accordo su tutto ma dico anche che il mio Paese va trattato con correttezza".
"Non ce ne andiamo, prima devono ritirare la polizia kosovara". Ed è la sintesi dello stallo: i serbi non abbandonano il sit-in fino a quando ci sarà la polizia kosovara, Kurti non ritira i poliziotti fino a quando ci saranno i manifestanti serbi. E nello stallo germina la violenza: al ponte di Mitrovica un albanese è stato aggredito in pieno giorno.