Trovato morto in carcere Robert Hanssen, la super spia che vendeva segreti Usa ai russi
di Anna LombardiÈ morto nella sua cella del carcere federale di Florence, Colorado. Ma la sua dipartita non è stata certo avventurosa quanto la sua vita. Già. Robert Hanssen, 79 anni, se n'è andato quasi certamente per cause naturali, anche se gli accertamenti di rito sono ancora in corso. Ex agente dell’Fbi, nato a Chicago e figlio di un poliziotto, per oltre vent’anni (dal 1979 al 2001) fu una spia sovietica - “la più compromettente nella storia dell’agenzia” come lo definirono affranti i suoi colleghi. Ricevendo in cambio delle sue informazioni riservatissime diamanti, fondi bancari, preziosi orologi Rolex e almeno 1,4 milioni di dollari in contanti.
Documenti riservatissimi, quelli passati da Hanssen ai r…
È morto nella sua cella del carcere federale di Florence, Colorado. Ma la sua dipartita non è stata certo avventurosa quanto la sua vita. Già. Robert Hanssen, 79 anni, se n'è andato quasi certamente per cause naturali, anche se gli accertamenti di rito sono ancora in corso. Ex agente dell’Fbi, nato a Chicago e figlio di un poliziotto, per oltre vent’anni (dal 1979 al 2001) fu una spia sovietica - “la più compromettente nella storia dell’agenzia” come lo definirono affranti i suoi colleghi. Ricevendo in cambio delle sue informazioni riservatissime diamanti, fondi bancari, preziosi orologi Rolex e almeno 1,4 milioni di dollari in contanti.
Documenti riservatissimi, quelli passati da Hanssen ai russi: i dettagli della strategia statunitense in caso di guerra nucleare. E poi informazioni sugli sviluppi tecnologici delle armi militari. E pure notizie sul programma di controspionaggio americano. Fu infatti proprio lui – insieme, si fa per dire perché i due non si conoscevano, al “collega” Aldrich Ames (che operava all’interno della Cia ed è tuttora detenuto nel Federal Correctional Institute di Allenwood, Pennsylvania) – a compromettere le operazioni di spionaggio americano in Russia, rivelando i nomi degli agenti del Kgb che lavoravano segretamente per gli Stati Uniti. E fu sempre lui a svelare pure l’esistenza di un tunnel costato milioni di dollari, scavato dall’Fbi sotto l’ambasciata sovietica di Washington per meglio intercettarne le attività.
Sotto lo pseudonimo “Ramon Garcia”, negli anni Hanssen passò ai russi almeno 6mila documenti e 26 floppy disk, per sua stessa ammissione “motivato dal solo denaro”. Era dunque ricchissimo: ma con la sua numerosa e cattolicissima famiglia (sei figli) vicina all’Opus Dei, visse sempre in una modesta abitazione della Virginia, dalla quale si spostava guidando una Taurus e che lasciava d'estate per fare le vacanze su un minivan. Il motivo era chiaro e lui stesso lo esplicitò in un messaggio ai suoi referenti datato 1985 dove chiedeva pagamenti alternativi al denaro. Cifre molto elevate erano infatti per lui complicate da gestire perché non poteva "spenderle senza far suonare campanelli d’allarme". In seguito, comunque, alcuni suoi colleghi dissero che a motivarlo doveva essere soprattutto il fatto che non si sentiva abbastanza apprezzato nel suo ufficio, tanto più che professò posizioni anticomuniste per tutta la vita.
A mettere sul chi va là Fbi e Cia, fu proprio la sparizione repentina - intorno al 1986 - di numerose spie americane all’interno del Kgb, arrestate o uccise. Si avviò così al loro interno una vera caccia alla talpa russa, che ossessionò i direttori per anni. Tanto da arrivare a pagare 7 milioni di dollari a un agente del Kgb pur di ottenere un file su quella talpa anonima, successivamente identificato come Hanssen - nell’ambito delle indagini sul collega Ames - attraverso un’impronta digitale e analisi vocali.
Venne arrestato nel 2001, dopo essere stato colto in flagrante, con un sacco dell’immondizia pieno di documenti riservati pronto a passarli ai suoi contatti russi in un parco di Washington. Nonostante avesse rivelato informazioni cruciali per la sicurezza nazionale, ebbe comunque salva la vita in cambio della sua ammissione di colpevolezza per i 15 capi d'imputazione dove lo si accusava di spionaggio e cospirazione. Nel 2002 fu condannato all'ergatolo senza possibilità di libertà condizionale. Un carcere durissimo, isolato per 23 ore al giorno.
Nel tempo la sua storia è diventata anche un film: Breach – L’infiltrato del 2007, con Chris Cooper a vestirne i panni e Ryan Phillippe a interpretare il giovane agente dell'ufficio che lo cattura.