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Missione di Zuppi in Ucraina: “Il Papa vuole una pace giusta”

(ansa)

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La tappa iniziale del capo della Cei e inviato di Bergoglio è a Kiev: “Prima ascoltiamo le istanze degli aggrediti”. Poi volerà a Mosca e forse negli Usa e in Cina
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Si muove seguendo una "diplomazia dell'empatia" il cardinale Matteo Zuppi, inviato ieri e oggi a Kiev da papa Francesco per tentare di far maturare uno sbocco alla guerra in Ucraina. Non c'è nessun piano di pace vaticano: nelle sacre stanze c'è consapevolezza che altri sono gli attori che possono determinare la fine della guerra. Né Francesco, né i suoi uomini in Segreteria di Stato, né l'arcivescovo di Bologna pensano di avere la bacchetta magica. Ma sono convinti di poter contribuire a sbloccare la situazione. A partire dall'ascolto delle ragioni delle vittime. 


È un segno di riguardo nei loro confronti il fatto che il presidente della Cei sia partito d…

Si muove seguendo una "diplomazia dell'empatia" il cardinale Matteo Zuppi, inviato ieri e oggi a Kiev da papa Francesco per tentare di far maturare uno sbocco alla guerra in Ucraina. Non c'è nessun piano di pace vaticano: nelle sacre stanze c'è consapevolezza che altri sono gli attori che possono determinare la fine della guerra. Né Francesco, né i suoi uomini in Segreteria di Stato, né l'arcivescovo di Bologna pensano di avere la bacchetta magica. Ma sono convinti di poter contribuire a sbloccare la situazione. A partire dall'ascolto delle ragioni delle vittime. 


È un segno di riguardo nei loro confronti il fatto che il presidente della Cei sia partito dalla capitale ucraina, e vi dedichi un viaggio ad hoc senza proseguire per altre mete. La missione di Zuppi, annunciata da tempo, "ha come scopo principale quello di ascoltare in modo approfondito le autorità ucraine circa le possibili vie per raggiungere una giusta pace", ha specificato la Santa Sede, "e sostenere gesti di umanità che contribuiscano ad allentare le tensioni".


Sottolineature significative: c'è l'aiuto umanitario, del quale Bergoglio ha parlato con Zelensky quando lo ha ricevuto a Roma: il presidente ucraino ha chiesto aiuto a Francesco, in particolare, sullo scambio di prigionieri con i russi, un campo nel quale il Papa è già intervenuto discretamente nei mesi scorsi, e per riportare in Ucraina i bambini deportati in Russia. C'è la precisazione che la pace deve essere "giusta", e dunque non una pace che cristallizzi l'aggressione russa. E c'è l'ascolto: Zuppi intende ascoltare le ragioni, le istanze, le richieste degli ucraini, e farlo direttamente lì dove l'esercito russo ha colpito, prima di proseguire la sua missione. 


Di sicuro il cardinale è il primo ad essere consapevole che non è un solo viaggio che può fare la differenza. C'è da tessere una tela. Ci vuole tempo e pazienza. La "equivicinanza" mostrata in questi mesi da Papa Francesco al popolo ucraino e al popolo russo non gli ha permesso di parlare con Putin e ha creato diffidenza a Kiev. Zelensky gli ha ribadito che considera il suo l'unico piano di pace (ma uno dei punti è proprio l'aiuto umanitario). Il portavoce ucraino Oleh Nikolenko lo ha ribadito ieri, sottolineando che la visita di Zuppi è "un'altra opportunità per il Vaticano di vedere da vicino la realtà della guerra di aggressione della Russia".


La prossima tappa sarà Mosca, come è stato confermato in serata dalla Tass. Non ci sono le date, ma il tempo è un fattore importante. Il portavoce del Cremlino Peskov ha escluso che Zuppi incontrerà personalmente Putin. L'obiettivo del cardinale è parlare con i suoi collaboratori più stretti. Ancora, per sondare spiragli, parlare di questioni umanitarie, e ascoltare i suoi interlocutori alla ricerca di un'evoluzione della situazione. 

La missione di Zuppi potrebbe toccare poi altre capitali, a partire da Washington. Nei giorni scorsi il segretario di Stato Pietro Parolin, non ha escluso nessun interlocutore che possa portare alla pace, gli statunitensi così come i cinesi. Ma in Vaticano non anticipano niente: il percorso si definirà cammin facendo, in base agli elementi raccolti e alle porte aperte o chiuse che Zuppi incontrerà. Consapevole che il margine di manovra può essere più ampio di quello che emerge dalle dichiarazioni pubbliche.

Il metodo che il porporato romano segue è quello maturato nei tanti anni con la comunità di Sant'Egidio. Se Zuppi è noto per essere stato tra i demiurghi della pace in Mozambico, ha promosso iniziative anche nei Paesi Baschi, e ha dato un contributo significativo alla pacificazione in Congo, in Burundi, in Guatemala. È ben consapevole che ogni situazione è a se stante e non può essere replicata. Ma ritiene che il tentativo vada fatto, perseguendo un obiettivo preciso. Quello, come ha detto il cardinale Parolin, di "cercare di togliere tutti gli ostacoli", a cominciare dalla minaccia di un'escalation nucleare, "allentare le tensioni", "favorire un ambiente che possa portare a percorsi di pace".

L'alternativa alla guerra, ha detto lo stesso Zuppi in una lectio magistralis che ha tenuto per l'apertura dell'anno accademico dell'Università Roma Tre, "è la politica, non la soppressione dei contrasti schiacciando l'altro. È la loro composizione attraverso il dialogo. E la politica sa e può usare la diplomazia e anche i tanti modi per preparare il terreno, creare l'ambiente favorevole, maturare le convergenze che permettono la pace". Riconoscendo i torti subiti, ma senza rimanerne imprigionati. Comprendendo l'odio e il rancore ma credendo altresì al dialogo. Ascoltando innanzitutto le vittime dell'aggressione. E cercando di favorire la fine di una guerra che rischia di avvitarsi creando ogni giorno più lutti.