La battaglia dell'Amazzonia, il Senato brasiliano si prepara a stringere i confini degli indigeni. Lula contrattacca con il piano anti-deforestazione
di Daniele MastrogiacomoL’ultima parola spetta al Senato. Ma visto che è in mano alla maggioranza di centro destra e della destra estrema, ci sono poche speranze che l’Amazzonia si salvi dall’assalto dei minatori e dei tagliatori di bosco illegali.
Lula cede alle pressioni delle lobby dell’agroindustria a discapito delle 305 tribù presenti in Brasile che vedono sfumare per l’ennesima volta la possibilità di ottenere ciò che la Costituzione conferisce loro. L’incubo che più temevano gli indigeni si è avverato il 30 maggio scorso quando la Camera dei deputati ha approvato un disegno di legge che proroga il cosiddetto “quadro temporaneo”: stabilisce che gli indigeni possono rivendicare le terre su cui si trovavano solo fino al 5 ottobre del 1988, data in cui è stata approvata l’attuale Costituzione. Tutti quelli che non sono in grado di dimostrare di essere stati in una determinata area prima di quel gi…
L’ultima parola spetta al Senato. Ma visto che è in mano alla maggioranza di centro destra e della destra estrema, ci sono poche speranze che l’Amazzonia si salvi dall’assalto dei minatori e dei tagliatori di bosco illegali.
Lula cede alle pressioni delle lobby dell’agroindustria a discapito delle 305 tribù presenti in Brasile che vedono sfumare per l’ennesima volta la possibilità di ottenere ciò che la Costituzione conferisce loro. L’incubo che più temevano gli indigeni si è avverato il 30 maggio scorso quando la Camera dei deputati ha approvato un disegno di legge che proroga il cosiddetto “quadro temporaneo”: stabilisce che gli indigeni possono rivendicare le terre su cui si trovavano solo fino al 5 ottobre del 1988, data in cui è stata approvata l’attuale Costituzione. Tutti quelli che non sono in grado di dimostrare di essere stati in una determinata area prima di quel giorno dovranno accontentarsi: non avranno alcuna demarcazione, e quindi difesa, del loro territorio.
La trappola
Una vera trappola. A parte la difficoltà di reperire documenti ufficiali che attestino la propria presenza in una certa area, non si considera che tra il 1964 e il 1985 moltissimi appartenenti alle tribù vennero deportati dalle proprie terre dai militari della dittatura. Chi è scampato a questo esodo forzato riuscirà a conservare la terra su cui hanno vissuto da generazioni, molto prima dell’arrivo dei portoghesi; gli altri si dovranno arrangiare e molto probabilmente essere costretti a lasciare il campo a chi ha soldi e forza per comprare nuovi spazi.
I rappresentanti dei potenti settori agricolo e zootecnico, difendono invece la legge. Sostengono che finalmente metterà fine all’incertezza giuridica e alle dispute territoriali portando pace anche nelle sterminate terre destinate al pascolo e alle coltivazioni intensive.
La popolazione indigena la considera una vera condanna a morte. Oltre a fissare questo limite temporaneo, il provvedimento impedisce alle terre già riconosciute di ampliare la loro estensione, autorizza l’estrazione mineraria e la coltivazione transgenica, consente l’avvio di lavori infrastrutturali senza consultare le popolazioni che abitano nelle aree interessate.
Il ruolo delle tribù
Eppure, sono proprio queste 305 tribù a garantire l’equilibrio ambientale e di conseguenza quello climatico che negli ultimi mesi ha dimostrato al mondo quanto sia precario. Vivono nelle 427 riserve attualmente presenti in Brasile, cioè il 14 per cento del suo territorio. Qui la natura è meglio conservata e i tassi di deforestazione sono i più bassi di tutto il paese. Ma sono anche circondate, letteralmente assediate, da un mare di latifondi che finiscono per contagiarle, con inquinamenti chimici e altre attività agroindustriali. Fissare i confini in modo chiaro diventa così fondamentale. Il tema di fondo si ripropone: come conciliare la salvaguardia dell’ambiente, vitale per la nostra esistenza futura, con lo sviluppo industriale che ci aiuta nella sopravvivenza. Si sa che nel mondo - Europa compresa - torna a premere, con una certa forza, una “narrazione” antiambientalista che accredita l’idea di un complotto basato su esagerazioni e falsi allarmi.
Poteri revocati a due ministeri
Lula deve fare i conti con la maggioranza che governa il Congresso ed è costretto, se vuole portare a termine altre importanti riforme, al compromesso. Ha già subito una prima sconfitta a metà maggio quando sempre la Camera ha messo in discussione il progetto dei 19 ministeri da lui organizzati. E’ stato costretto a revocare i poteri dei dicasteri dell’Ambiente e dei Popoli Indigeni, due strutture che erano un fiore all’occhiello del ritorno della sinistra al potere. La ministra dell’Ambiente Marina Silva, con cui Lula già nel suo secondo mandato aveva avuto forti screzi, ha pagato per non essere stata in grado di gestire il registro ambientale rurale; le sue competenze sono state trasferite al ministero della Gestione. Stessa sorte è toccata al ministero dei Popoli Indigeni, retto da Sônia Guajajara, prima indigena nominata ministra, a cui è stata privata la principale attribuzione: occuparsi appunto della delimitazione delle terre indigene, passata adesso al ministero della Giustizia.
Il nuovo piano Amazzonia
Davanti all’allarme delle associazioni ambientalista, alla frustrazione delle due ministre estromesse e la delusione delle popolazioni indigene, il presidente ha rilanciato il suo piano Amazzonia che in attesa del voto alla Camera era stato accantonato. E’ stato elaborato per quattro mesi da 19 ministeri e punta a raggiungere la deforestazione zero entro sette anni. Lo ha presentato ieri. Agisce su 194 linee di intervento. Tra queste spiccano la creazione di tre milioni di ettari di nuove riserve naturali, la protezione di 230 mila chilometri di argini fluviali, il sequestro del 50 per cento dei terreni deforestati illegalmente, la creazione di allerte giornaliere, il rafforzamento delle pattuglie di controllo, l’assunzione di 1.600 analisti “ambientali” prima del 2027. L’obiettivo non è solo mettere al riparo la foresta pluviale. Si vuole creare un’alternativa economica per milioni di brasiliani che vivono in Amazzonia: da nuovi investimenti nella bioeconomia, al turismo sostenibile, all’agricoltura familiare.
Il verdetto del Supremo
Il piano è stato accolto con un misto di ottimismo e di cautela. “E’ inutile”, commentano gli scettici, “fare un bel piano sulla carta quando il Congresso approverà una legge che mette al riparo tagliaboschi e minatori”. Lula non ha molte alternative. Tratta nei corridoi del Senato per convincere le lobby. Qualcosa va ceduto, la soluzione è nel mezzo. In attesa del verdetto della Corte Suprema. Oggi dovrebbe decidere se quella legge sulla demarcazione è costituzionale. Forse. E’ stata rinviata per 16 anni.