Migranti ed energia, Meloni stringe nuovi accordi con la Libia. Ma l'accordo sulle elezioni nel Paese resta un'incognita
di Paolo BreraROMA - Il dossier libico torna al centro della diplomazia mediterranea. Mentre la Presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, riceveva a Palazzo Chigi il primo ministro del governo di unità nazionale libico, Abdulhameed Dbeibah, e la sua delegazione di ministri, in Marocco il Comitato paritetico "6+6" formato dai rappresentanti delle due camere del Parlamento libico - in rappresentanza cioè delle due anime principali in cui è spaccato il Paese - annunciava di aver trovato l'accordo per la legge elettorale che avvierebbe il processo di definitiva democratizzazione della Libia, un processo in cui Dbeibah - che è già di fatto un premier dimezzato - verrebbe definitivamente esautorato.
Ma l'accordo annunciato è in realtà un esito molto più incerto e parziale di quanto possa sembrare. I due leader delle due ali del parlamento che lo avrebbero dovuto firmare se ne sono in realtà andati il giorno p…
ROMA - Il dossier libico torna al centro della diplomazia mediterranea. Mentre la Presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, riceveva a Palazzo Chigi il primo ministro del governo di unità nazionale libico, Abdulhameed Dbeibah, e la sua delegazione di ministri, in Marocco il Comitato paritetico "6+6" formato dai rappresentanti delle due camere del Parlamento libico - in rappresentanza cioè delle due anime principali in cui è spaccato il Paese - annunciava di aver trovato l'accordo per la legge elettorale che avvierebbe il processo di definitiva democratizzazione della Libia, un processo in cui Dbeibah - che è già di fatto un premier dimezzato - verrebbe definitivamente esautorato.
Ma l'accordo annunciato è in realtà un esito molto più incerto e parziale di quanto possa sembrare. I due leader delle due ali del parlamento che lo avrebbero dovuto firmare se ne sono in realtà andati il giorno prima, e come dice il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourrita - che ha ospitato il negoziato in un territorio neutro perché la Libia è troppo turbolenta per organizzarlo in casa propria - "il testo dell'accordo rimane solo un testo, se non è accompagnato da una volontà politica. Senza la volontà politica temiamo che si aggiunga ad altri accordi mai attuati".
È il solito pantano libico, insomma, in cui gli interessi particolari, su base etnica e tribale, su base economica e geopolitica, prevalgono sempre sull'interesse nazionale. A Roma all'incontro con i vertici del traballante governo libico c'erano la premier Meloni ma anche i vice presidenti del Consiglio Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi e il ministro per il Made in Italy, Adolfo Russo. Uno squadrone al completo che rende l'idea degli interessi in campo, e Meloni è partita proprio dal tema dei temi, la stabilizzazione della Libia che resta una priorità per l'Italia, per la sicurezza nazionale e per la diversificazione energetica.
E dunque si è parlato di economia ed energia, di infrastrutture e cooperazione, dei cantieri già avviati ma ancora frenati dalla tensione politica e dagli scontri tra le fazioni come quelli del colossale progetto infrastrutturale dell'Autostrada costiera. Correrà lungo il tracciato della via Balbia inaugurata nel 1937 da Mussolini, collegherà il confine tunisino e quello egiziano con una striscia di 1800 chilometri di asfalto: un progetto a regia italiana nell'ambito del Trattato di amicizia e cooperazione firmato da Berlusconi e Gheddafi. O come il progetto per il nuovo aeroporto internazionale di Tripoli, in cui l'appalto principale è stato vinto da un consorzio italiano.
Si è parlato anche degli "sforzi posti in essere dalle autorità libiche nelle operazioni di salvataggio in mare e nel contenimento delle partenze irregolari", delle preoccupazioni per l'estate degli sbarchi in arrivo. Meloni ha detto che è fondamentale intensificare il contrasto al traffico di esseri umani ma confermando in pieno "il costante impegno a supporto delle autorità libiche, nella gestione dei flussi migratori e nell'assistenza alle comunità locali attraverso i progetti del Fondo migrazioni", una politica controversa nei risultati e soprattutto eticamente indigesta.
Ci sono gli affari di Stato, in primo piano: il settore energetico, petrolio e gas di cui l'Italia ha fame e che con il gasdotto Green Stream promette "diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetico" e nuovi accordi come quello firmato oggi tra l'Ad di Eni, Claudio De Scalzi e la National Oil Corporation libica su iniziative congiunte di riduzione delle emissioni. E c'è la Dichiarazione d'Intenti sulla sicurezza firmata dal ministro Piantedosi e dal suo omologo libico, il memorandum tra Telecom Sparkle e le poste libiche per un cavo dati sottomarino, e quello per impianti per il trattamento delle acque reflue urbane in Libia da parte della società Termomeccanica di La Spezia.
Ma Meloni sa che non si va da nessuna parte se non si ritrova l'unità in una Libia divisa e stremata, economicamente in ginocchio e ancora troppo violenta e insicura per riaprire davvero i cantieri. E lo sa anche Dbeibah, che tuttavia quelle elezioni ha partecipato a far sì che non si tenessero perché si sarebbe dovuto dimettere, avrebbe dovuto cedere il passo senza ricandidarsi come prevedeva il suo mandato transitorio. E invece è ancora lì, mentre l'uomo del rivale Haftar che lo insidiava - Fathi Bashagha - è ormai in rotta e fuori dai giochi. Dbeibah e Meloni dunque "hanno discusso dell'importanza di indire le elezioni libiche presidenziali e parlamentari il prima possibile, anche con la mediazione delle Nazioni Unite e del Rappresentante Onu Bathily", avverte un comunicato, e l'Italia "continuerà a lavorare per assicurare una maggiore unità di intenti della Comunità internazionale per garantire il successo della mediazione delle Nazioni Unite".
In Marocco, infatti, il rappresentante dell'Onu non c'era. Lì è in atto un tentativo tutto di matrice libica, sei membri per parte di ognuna delle due camere libiche con un progetto decisivo per riuscire finalmente a convocare le elezioni politiche e presidenziali il prossimo anno scrivendo leggi elettorali condivise e varando un mini governo di scopo per arrivarci. Ma ogni progetto sensato sulla carta si scontra con le difficoltà di questa Libia frantumata, parcellizzata e spolpata da interessi stranieri che si appoggiano sulle milizie usandole come braccia militari con cui presidiare regioni e province, arraffando risorse con cui comprare connivenze. Per questo l'accordo raggiunto, che dovrà essere firmato dai due presidenti e non è affatto scontato perché hanno già ripreso a litigare e a chiedere emendamenti, rischia di essere solo l'ennesimo pezzo di carta da cestinare inattuato. Lo stesso Dbeibah che oggi a Roma incontrava Meloni era stato nominato temporaneamente a capo di un governo di transizione che doveva servire come primo impegno a traghettare il paese verso elezioni che non ci sono state. E l'assenza del rappresentante dell'Onu, che attende di leggere il testo dell'accordo partorito in Marocco prima di commentarlo, è un segno che questo tentativo è nobile negli intenti ma labile nelle prospettive reali, mentre il Paese sopravvive sul ciglio del baratro tra un'economia devastata e la minaccia di una nuova guerra civile.