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Dalla guerra al clima, la mano dell’uomo dietro quelle inondazioni

 L’inondazione di ieri a Kherson (ansa)
L’azione umana, più visibile nella marea ucraina, si intuisce pure nel disastro romagnolo. Il mondo combatte un altro conflitto non meno cruento: quello contro il meteo impazzito
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Nell'Oblast' di Kherson, le persone vengono tratte in salvo su chiatte di fortuna, gli anziani si affacciano alle finestre sulle strade mutate in fiumi, le bestie muoiono nelle stalle. È esattamente quello che è accaduto in Romagna poche settimane fa, stesse immagini, stesso assedio incontenibile delle acque, solo che un guizzo di rabbia ci assale al pensiero che in Ucraina è la volontà esplicita dell'uomo ad aver fatto saltare la diga di Kakhovka come un devastante atto di guerra. Parliamo di un bacino artificiale gigantesco, al punto che otto mesi fa, durante i combattimenti intorno a Kherson, l'ipotesi di un abbattimento della diga era stata equiparata all'uso di un'arma nucleare, "con esiti catastrofici". La famosa linea da non oltrepassare? Adesso l'hanno varcata, con tutto quello che può significare e anticipare.


Ma poiché le immagini hanno sempre un valore potentissimo, e in esse sta sigillato…

Nell'Oblast' di Kherson, le persone vengono tratte in salvo su chiatte di fortuna, gli anziani si affacciano alle finestre sulle strade mutate in fiumi, le bestie muoiono nelle stalle. È esattamente quello che è accaduto in Romagna poche settimane fa, stesse immagini, stesso assedio incontenibile delle acque, solo che un guizzo di rabbia ci assale al pensiero che in Ucraina è la volontà esplicita dell'uomo ad aver fatto saltare la diga di Kakhovka come un devastante atto di guerra. Parliamo di un bacino artificiale gigantesco, al punto che otto mesi fa, durante i combattimenti intorno a Kherson, l'ipotesi di un abbattimento della diga era stata equiparata all'uso di un'arma nucleare, "con esiti catastrofici". La famosa linea da non oltrepassare? Adesso l'hanno varcata, con tutto quello che può significare e anticipare.


Ma poiché le immagini hanno sempre un valore potentissimo, e in esse sta sigillato il senso delle cose, proviamo a concentrarci sul confronto fra lo tsunami dello Dnepr e quello delle decine di corsi d'acqua che hanno sommerso le province di Ravenna, di Cesena e giù fino a Riccione. Sono veramente così diversi? Ci può bastare, a marcarne la distanza, attribuirne la causa a Madre Natura invece che a un razzo imbottito d'esplosivo? 


Per tentare una risposta, vorrei partire proprio da quella parola antica, "catastrofe", che in greco stava a significare il completo capovolgimento delle umane prospettive, ovvero quella situazione in cui ogni riferimento salta e l'individuo si scopre travolto, disorientato, privato dei suoi punti fermi. Insomma, c'è una differenza sostanziale fra la rovina e la catastrofe, perché la prima indica il mero precipitare, mentre la seconda implica l'aggravante della destabilizzazione, il capogiro di chi non riconosce più niente, e nel rovesciarsi si perde. Tale è l'inondazione (climatica o bellica) che in pochissimo tempo trasforma il paesaggio, sommerge abitazioni e vie, azzera le opere dell'uomo e i suoi sforzi, cancellando quindi non solo lo spazio ma anche il tempo, i suoi segni, la stratigrafia tangibile del passato e della sua necessità. 


"Qui fino a ieri c'era una piazzetta" diceva un uomo coi capelli bianchi, dalla zona di Lugo, ripreso da uno dei tanti notiziari a bordo di un gommone, e queste parole sono la testimonianza più spietata della catastrofe, nel suo significato lessicale. Certo, direte voi, ma resta il fatto che a Kherson la furia dello Dnepr è stata intenzionalmente scatenata, non ci sono perturbazioni atlantiche dal tragitto insindacabile o fattori congiunti come la mareggiata dell'Adriatico e il disgelo dei nevai: chi sta combattendo con migliaia di metri cubi d'acqua sa che quel disastro è al 100% umano. E peraltro, mentre Mosca e Kiev si palleggiano le responsabilità, secondo consueto copione, a noi tocca constatare l'amara coincidenza che proprio pochi giorni fa ci ha visti commemorare l'ottantesimo dell'operazione Dambuster, ovvero l'attacco sferrato nel maggio '43 dall'aeronautica degli Alleati contro le dighe tedesche della Ruhr.


Per l'ondata devastante dopo il collasso della diga sull'Eder e sulla Mohne, si calcola che morirono oltre 1500 civili, spazzati via in quello che fu il più letale attacco mai prima sferrato contro il Reich, con tutto che a farne le spese furono soprattutto profughi russi e ucraini, da mesi ai lavori forzati nelle industrie della zona. Ma per molti fu in realtà solo un macabro déjà-vu, perché già da due anni la Wehrmacht e l'Armata Rossa si sfidavano sulle rive del Dnepr facendone saltare le dighe. A distanza, appunto, di ottant'anni, lo scenario si ripete con una precisione millimetrica, clamorosamente attestando che l'uomo è recidivo, non ha mai imparato la lezione e sprofonda nell'istinto distruttivo di cui a ragione scriveva Freud nell'epistolario con Einstein.

Tutto vero. Ma con la piccola basilare differenza che nel frattempo il mondo combatte anche un'altra guerra, non meno cruenta, con il clima impazzito dell'antropocene. Ed ecco, questo è il punto, perché sebbene la mano dell'uomo sia certo più visibile nella marea che allaga il Sud Est dell'Ucraina, sbaglieremmo del tutto se non la intuissimo, nell'ombra, seminascosta, anche dietro i flagelli di un meteo feroce che spacca la terra per la siccità e dopo un attimo la inonda di fango. Insomma, se le case sommerse di Korsunka o di Kozachi Laheri ci infondono la rabbia di chi reclama nomi e cognomi dei mandanti, altrettanta reazione dovrebbe farci fremere davanti alle devastazioni di casa nostra, figlie di un pianeta che se ne sbatte del proprio harakiri e continua a procrastinare drastiche politiche ambientali. Spiace quindi dover prendere atto di una squassante evidenza, ma le immagini da Kherson o da Cesena documentano entrambe la ferocia di due simmetriche guerre, solo che in una delle due possiamo stringerci nelle spalle e sorridendo far finta che il nemico non esista, che la pioggia ci sia sempre stata e che abbiamo ben altro a cui pensare. Fino al prossimo bombardamento.