Disastro ambientale in Ucraina, l'esperto: "Si rischiano tumori e danni genetici"
di Giacomo Talignani"La portata del disastro la capiremo solo dopo, ma se il petrolio arriva sino al Mar Nero si rischiano forti impatti a lungo termine come l'insorgenza di forme di cancro e mutazioni genetiche nelle specie". Ezio Amato è responsabile del Cre-Ema, l'area per le emergenze ambientali in mare dell'Ispra. La squadra del suo dipartimento in passato è stata inviata su alcuni dei peggiori disastri ambientali legati allo sversamento di petrolio e idrocarburi, dalle Bahamas allo Sri Lanka. E non è escluso, in caso di richiesta, che possano dover intervenire anche in questo caso.
Che impatto ambientale può avere la rottura della diga di Kakhovka e la conseguente fuoriuscita di petrolio dalla centrale idroelettrica?
"È presto per dirlo. Se come hanno inizialmente annunciato gli ucraini si tratta di qualche centinaio di tonnellata di petrolio, è una quantità che normalmente potrebbe riguardare un traghetto, non tali…
"La portata del disastro la capiremo solo dopo, ma se il petrolio arriva sino al Mar Nero si rischiano forti impatti a lungo termine come l'insorgenza di forme di cancro e mutazioni genetiche nelle specie". Ezio Amato è responsabile del Cre-Ema, l'area per le emergenze ambientali in mare dell'Ispra. La squadra del suo dipartimento in passato è stata inviata su alcuni dei peggiori disastri ambientali legati allo sversamento di petrolio e idrocarburi, dalle Bahamas allo Sri Lanka. E non è escluso, in caso di richiesta, che possano dover intervenire anche in questo caso.
Che impatto ambientale può avere la rottura della diga di Kakhovka e la conseguente fuoriuscita di petrolio dalla centrale idroelettrica?
"È presto per dirlo. Se come hanno inizialmente annunciato gli ucraini si tratta di qualche centinaio di tonnellata di petrolio, è una quantità che normalmente potrebbe riguardare un traghetto, non tali da presagire un disastro immediato enorme sull'immediato. Ma a lungo termine è un'altra storia, e soprattutto bisogna capire cos'altro ha trascinato tutta quell'acqua verso il Mar Nero".
Si parla di idrocarburi, sostanze chimiche, persino mine. Quali specie potrebbero risentirne?
"Senza dubbio l'impatto c'è. In termini di ecologia marina e non solo. Non è l'immagine di un uccello annerito che ci deve impaurire, ma quello che potrebbe arrivare sul lungo-medio termine come l'insorgenza di forme di cancro e, nel tempo, anche di potenziali mutazioni genetiche. La preoccupazione reale è cosa si porterà a mare questo grande fiume: se ha coinvolto depositi di carburante, pompe di benzina, fabbriche di qualche prodotto chimico o addirittura residuati bellici potrebbe causare - oltre ai pesci morti che già vediamo - gravi danni sugli ecosistemi per varie specie. Ci sono poi danni i collaterali futuri: ad esempio, se parliamo di pesci, l'impossibilità di riprodursi o di procurarsi prede".
Il Mar Nero quali rischi corre?
"Più che soffermarci su un Mar Nero che diventerà ancora più nero, bisogna ragionare sul fatto che già quotidianamente questo bacino è inquinato ma ora, col fatto che c'è un conflitto armato in corso, tutte le condizioni ecologiche sono esasperate all'estremo. Una somma pericolosa di fattori negativi".
Come si può monitorare e intervenire su un tale disastro?
"È difficile da monitorare. Il fatto che i satelliti ci possono continuamente tenere informati sull'evoluzione del fenomeno non è vero: bisogna vedere quanto passano su quella zona e come ci danno conto della chiazza. I Paesi interessati da eventuale inquinamento hanno l'obbligo di disporre di mezzi antinquinamento specifici per combattere la possibile contaminazione accidentale da idrocarburi. Inoltre la Commissione Europea ha distribuito mezzi pronti e attrezzati per intervenire sugli incidenti. Ma in questo caso la situazione è complessa".
Intende che per via della guerra in corso c'è il rischio che nessuno intervenga?
"In Libano nel 2016 Israele bombardò una centrale idroelettrica. Noi italiani, fummo i primi ad andare a dare una mano per ripristinare l'ambiente. Era la conseguenza di un atto di guerra: ma in quel caso il conflitto era terminato da poco e il sistema ha permesso l'invio di aiuti. In una zona di conflitto in corso, al personale che si occupa di protezione ambientale solitamente non è permesso entrare, si va solo per questioni umanitarie. Le sponde del Mar Nero, credo, non sono considerabili teatro di guerra ufficiale, quindi potrebbe essere possibile un intervento".
Anche la vostra squadra potrebbe essere inviata?
"Forse, appunto, solo sul Mar Nero. Qualora la Protezione civile italiana, su richiesta, offrisse il proprio aiuto come successo in Sri Lanka o altrove, allora sì, potrebbe mandare una squadra di esperti internazionali di cui facciamo parte anche noi".
In disastri del genere quanto tempo può passare prima che sia troppo tardi per gli ecosistemi?
"Intervenire prontamente è sempre un bene. Ma prima, qui, c'è bisogno di pensare alle persone e, diciamocelo, l'ambiente difficilmente ha un interesse immediato. Guardiamo anche alla Romagna: anche lì c'è stato il potenziale sversamento di inquinanti, ma sono questioni di cui ci si occupa solitamente dopo".
Concorda su chi ha definito il danno alla diga come una catastrofe "peggio di Chernobyl"?
"Personalmente no, credo sia un'esagerazione. Ma - ripeto - è presto per capire i reali danni".