Accordo Ue sui migranti. Dai rimpatri ai movimenti secondari. Ecco tutto quello che c'è da sapere
Una vittoria di Pirro, un accordo con effetti peggiorativi per l'Italia sulla complessiva gestione dei flussi migratori. Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi e la premier Giorgia Meloni esprimono grande soddisfazione per l'esito finale del negoziato sul nuovo Patto asilo e immigrazione approvato ieri sera a maggioranza qualificata al Consiglio degli Affari Interni della Ue riunito a Lussemburgo. Ma andando a vedere il ricasco concreto delle nuove norme si scopre che c'è poco da essere soddisfatti. Perché la maggiore responsabilità a cui l'Italia e gli altri Paesi di primo approdo saranno chiamati sui migranti che sbarcano è certamente superiore al miraggio dei rimpatri effettivi di chi non ha diritto all'asilo, specialmente nei cosiddetti Paesi terzi. Ma vediamo perché.
Una vittoria di Pirro, un accordo con effetti peggiorativi per l'Italia sulla complessiva gestione dei flussi migratori. Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi e la premier Giorgia Meloni esprimono grande soddisfazione per l'esito finale del negoziato sul nuovo Patto asilo e immigrazione approvato ieri sera a maggioranza qualificata al Consiglio degli Affari Interni della Ue riunito a Lussemburgo. Ma andando a vedere il ricasco concreto delle nuove norme si scopre che c'è poco da essere soddisfatti. Perché la maggiore responsabilità a cui l'Italia e gli altri Paesi di primo approdo saranno chiamati sui migranti che sbarcano è certamente superiore al miraggio dei rimpatri effettivi di chi non ha diritto all'asilo, specialmente nei cosiddetti Paesi terzi. Ma vediamo perché.
Che vuole dire rimpatri nei Paesi terzi sicuri?
L'accordo siglato ieri sera, su insistenza di Piantedosi, prevede che le persone alle quali non viene riconosciuta la protezione internazionale potranno essere rimpatriate, con procedure accelerate alle frontiere, anche nei cosiddetti Paesi terzi sicuri con i quali, però, deve essere stabilita una qualche connessione. In concreto: i migranti che approdano sulle coste italiane partendo dalle coste africane potrebbero essere rispediti non nei Paesi d'origine ma nei Paesi di transito, dunque - nel caso dell'Italia - Tunisia, Libia, Algeria, anche se non sono originari di quei Paesi. Ci sono però due condizioni: Il Paese terzo in questione deve essere compreso nella lista di quelli che ogni Stato europeo considera sicuri e deve essere accertata una qualche connessione, ad esempio il migrante deve avere lì legami familiari o deve avere vissuto o lavorato lì per un periodo congruo di tempo. E, naturalmente, il Paese terzo deve riaccettarli e avere un accordo ad hoc con l'Italia. E qui casca l'asino, perché basta scorrere la lista dei 25 Paesi sicuri appena aggiornata dalla Farnesina per vedere che di Paesi di transito verso l'Italia ci sono di fatto solo Tunisia e Algeria (da cui ogni anno approda qualche migliaio di persone in Sardegna). Esclusa naturalmente la Libia (che neanche l'Italia considera sicura nonostante il sostegno alla Guardia costiera per i respingimenti mascherati che l'Europa giudica illegittimi). Dunque, resta la Tunisia dove l'enorme afflusso dalle frontiere sud di migranti subsahariani è assai poco tollerato. Difficile dunque sperare che il presidente Saied accetti di riprendersi quelli che dalle coste tunisine riescono ad arrivare in Italia, ma potrebbe essere proprio questo uno degli obiettivi della nuova visita a Tunisi della premier Meloni in programma per domenica.
Niente ricollocamenti obbligatori in Europa
Il tentativo di ottenere un meccanismo di redistribuzione obbligatori in tutti e 27 i Paesi europei di coloro che sbarcano nei Paesi di primo approdo era già fuori discussione. Fallita anche la redistribuzione volontaria, l'unica cosa che l'Europa ha accettato è un meccanismo di solidarietà obbligatoria che, di fatto, prevede (per 30.000 migranti l'anno) l'obbligo per tutti gli Stati di aderire o con i ricollocamenti o con il pagamento di 20.000 euro a migrante per finanziare un fondo europeo per il rafforzamento delle frontiere esterne. Che, in altre parole, significa tutto quello che i Paesi rivieraschi (e dunque anche l'Italia) dovranno approntare (dagli hotspot agli uomini e ai mezzi per le procedure che si pretendono severe di identificazione di chi sbarca con relative richieste di asilo) dovranno approntare per garantire all'Europa che ogni migrante che arrivi sia registrato e la sua domanda di protezione esitata in tempi brevi. E inevitabilmente dovranno sorgere grandi centri chiusi alle frontiere dove detenere chi è destinato al rimpatrio immediato, famiglie con bambini comprese.
Raddoppiano gli oneri per l'accoglienza di chi sbarca in Italia
Ma c'è un punto che è assolutamente peggiorativo per l'Italia ed è quello sui movimenti secondari. Le nuove norme infatti hanno raddoppiato (da uno a due anni) il periodo in cui ogni Paese di primo approdo è responsabile di chi sbarca. Il che significa che ogni migrante che arriva in Italia deve fare qui richiesta di asilo (come da regolamento di Dublino) ma se poi si allontana e viene trovato in un altro Paese può essere rispedito in Italia entro due anni. L'unica cosa che Piantedosi è riuscito ad ottenere è un regime differenziato (soli 12 mesi) per chi arriva con operazioni di ricerca e soccorso, facendo passare il giusto principio che le operazioni di ricerca e soccorso devono essere europee e non solo italiane. Di fatto, però così si crea un regime diverso a seconda che il migrante arrivi con operazioni Sar, o con operazioni di polizia, o autonomamente.