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Meloni torna a Tunisi con la Ue, ma sui rimpatri rischia il flop

(afp)
La premier domenica da Saied con von der Leyen e Rutte ad appena cinque giorni dalla sua prima infruttuosa visita. Dopo il nuovo patto europeo spera di ottenere il “sì” al ritorno dei migranti transitati dal Paese e al prestito dell’Fmi  
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ROMA-TUNISI - Si è messa in testa di diventare il ponte tra l'Europa e la Tunisia, fra gli Stati Uniti e l'ambiguo e imprevedibile presidente Kais Saied. Per questo Giorgia Meloni volerà domani a Tunisi, a soli cinque giorni di distanza dalla precedente visita, ma accompagnata stavolta da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e dal premier olandese Mark Rutte, tra i leader più interessati a chiudere la rotta migratoria dal Paese nordafricano. Il terzetto porterà in dote un piano di assistenza finanziario della Ue (che potrebbe totalizzare 900 milioni di euro) a un Paese sull'orlo del default per le finanze pubbliche. Basterà per evitare il precipizio? No, perché il volano di ogni finanziamento, di organizzazioni internazionali (compresa la Ue) o singoli Paesi, resta il prestito dell'Fmi da 1,9 miliardi di dollari, ancora oggi negoziato faticosamente da Tunisi: da quello bisognerà passare anche per s…

ROMA-TUNISI - Si è messa in testa di diventare il ponte tra l'Europa e la Tunisia, fra gli Stati Uniti e l'ambiguo e imprevedibile presidente Kais Saied. Per questo Giorgia Meloni volerà domani a Tunisi, a soli cinque giorni di distanza dalla precedente visita, ma accompagnata stavolta da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e dal premier olandese Mark Rutte, tra i leader più interessati a chiudere la rotta migratoria dal Paese nordafricano. Il terzetto porterà in dote un piano di assistenza finanziario della Ue (che potrebbe totalizzare 900 milioni di euro) a un Paese sull'orlo del default per le finanze pubbliche. Basterà per evitare il precipizio? No, perché il volano di ogni finanziamento, di organizzazioni internazionali (compresa la Ue) o singoli Paesi, resta il prestito dell'Fmi da 1,9 miliardi di dollari, ancora oggi negoziato faticosamente da Tunisi: da quello bisognerà passare anche per sbloccare l'eventuale sostegno europeo. E finora Saied, dall'approccio populista e anti-occidentale, non è stato disponibile a dare il via libera alle riforme sociali da "lacrime e sangue" e le garanzie sullo stato di diritto che il Fondo pretende per sborsare quei soldi.

"Sto lavorando quotidianamente al dossier - ha detto oggi Meloni nella masseria di Bruno Vespa, dove era ospite - e domenica ci recheremo con von der Leyen e Rutte a Tunisi. Grazie al lavoro molto prezioso che l'Italia ha fatto e grazie alla mia missione dello scorso martedì, si dovrebbe concretizzare il primo pacchetto di aiuti della Commissione europea, che è anche propedeutico a favorire l'accordo con l'Fmi". Sullo stesso argomento giovedì Paolo Gentiloni, commissario Ue all'Economia, era intervenuto su Skytg24 ma aveva parlato del piano previsto per la Tunisia come di "complementare a quello dell'Fmi", al quale "si aggiungerà". Aveva anche accennato alla possibilità che raggiunga 900 milioni. Nei mesi scorsi anche i Paesi del Golfo avevano stabilito di stanziare generosi finanziamenti per salvare la Tunisia, ma avevano vincolato l'erogazione al prestito dell'Fmi e alle riforme richieste al Paese, perché non ricada nei problemi attuali.



Riguardo al prestito, la presidente del Consiglio oggi ha detto: "A Tunisia e Fmi chiedo un approccio il più possibile pragmatico e non ideologico. E mi pare che su questo stiamo facendo passi in avanti". Ottimista, forse troppo, a meno che non conti che la prossima settimana Antonio Tajani non riesca a convincere Usa e Fondo a soprassedere su riforme e diritti nel suo viaggio negli Stati Uniti. Già, perché se si ritorna a martedì scorso, dopo il primo incontro con Meloni, la presidenza tunisina aveva pubblicato il suo comunicato dove rigettava "i diktat imposti dall'Fmi" (tipo ristrutturare le oltre cento aziende pubbliche, perlopiù sull'orlo del fallimento, e togliere parte delle costose sovvenzioni a certi prodotti di base) e ribadiva la richiesta illusoria di "un annullamento del debito estero tunisino". Ecco, vedremo domani se Saied ha cambiato idea.

Intanto da martedì scorso è intervenuta un'altra novità, che potrebbe interessare la Tunisia. Giovedì sera a Lussemburgo i ministri degli Interni dell'Unione hanno raggiunto un accordo sul nuovo Patto sulla migrazione. Prevede la possibilità di individuare "Paesi terzi sicuri", dove rimandare dal territorio europeo i migranti espulsi. L'Italia guarda alla possibilità di "utilizzare" così la Tunisia. Insomma, ritorna l'idea di una soluzione tipo Turchia: riempire Tunisi di soldi, perché freni la migrazione clandestina ma anche perché si riprenda una buona parte dei migranti partiti dalle sue coste.



Ma è davvero possibile? E a Tunisi cosa ne pensano? Riprendiamo l'inizio del comunicato reso noto dalla presidenza tunisina, martedì scorso: "Kais Saied ha sottolineato a Giorgia Meloni che la Tunisia sopporta oneri pesanti riguardo all'immigrazione clandestina, perché il nostro Paese non è più soltanto un punto di passaggio ma anche una destinazione per numerosi immigrati che s'installano illegalmente in Tunisia, creando scuole private e attività economiche fuori da ogni quadro giuridico. Questo è inaccettabile". Ecco la predisposizione tunisina ad accogliere nuovi migranti...

D'altra parte, lo scorso febbraio, dopo un discorso duro di Saied nei confronti dei subsahariani, si era scatenata un'offensiva delle autorità contro di loro, senza considerare le aggressioni razziste di comuni delinquenti, che continuano ancora oggi (è una delle ragioni dell'aumento delle partenze degli ultimi mesi). Questi migranti restano soprattutto nella zona di Sfax, facendo lavori precari per pagarsi il passaggio da clandestini a Lampedusa. Ma la Tunisia di oggi, un piccolo Paese (non la Turchia) e alle prese con una grave crisi economica, non ha certo la capacità di assorbire migranti di ritorno dall'Italia, che mai (o quasi mai) accetteranno di rientrare a casa loro, mentre un flusso nuovo continua ad arrivare dalla frontiera con l'Algeria, che non ha nessuna intenzione di fermarlo. Pure il progetto della Tunisia "Paese terzo sicuro" rischia di rivelarsi una mera illusione.