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Colombia, quattro bambini ritrovati vivi dopo 40 giorni nella giungla. Erano sopravvissuti a un incidente aereo

I militari con i bambini (reuters)
Sono quattro fratelli di età compresa tra uno e 13 anni, unici superstiti dello schianto del Cessna 206 su cui viaggiavano con la madre, un parente e il pilota
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Li hanno ritrovati. Magri, smunti, disidratati, il corpo martoriato dalle punture di zanzare. Ma vivi. Dopo 40 giorni. Un miracolo. Una forza di volontà incrollabile. La capacità di sapere sopravvivere in una giungla dove piove 16 ore al giorno, talmente fitta che il sole non riesce a filtrare, dove tutto è buio, non si vede oltre i venti metri, è impossibile muoversi, non ti orienti, sei preda di giaguari, serpenti che ti uccidono in pochi secondi, piante velenose. Loro ci sono riusciti. Quattro ragazzini. Tutti fratelli. Si chiamano Lesly Jacobo Bonbaire, 13 anni, Solecni Ranoque Mucutuy, 9 anni, Tien Noriel Ronoque Mucutuy, 4 anni, e Cristian Neryan Ranoque Mucutuy, 12 mesi appena. Si sono salvati perché sono indigeni. Indigeni Uitoto, tribù che vive sulle sponde del fiume Cahuinari, a Caquetá, sud ovest della Colombia, a due passi dai confini con l'Ecuador e il Perù. Cuore dell'Amazzonia.

I soccorritori erano convint…

Li hanno ritrovati. Magri, smunti, disidratati, il corpo martoriato dalle punture di zanzare. Ma vivi. Dopo 40 giorni. Un miracolo. Una forza di volontà incrollabile. La capacità di sapere sopravvivere in una giungla dove piove 16 ore al giorno, talmente fitta che il sole non riesce a filtrare, dove tutto è buio, non si vede oltre i venti metri, è impossibile muoversi, non ti orienti, sei preda di giaguari, serpenti che ti uccidono in pochi secondi, piante velenose. Loro ci sono riusciti. Quattro ragazzini. Tutti fratelli. Si chiamano Lesly Jacobo Bonbaire, 13 anni, Solecni Ranoque Mucutuy, 9 anni, Tien Noriel Ronoque Mucutuy, 4 anni, e Cristian Neryan Ranoque Mucutuy, 12 mesi appena. Si sono salvati perché sono indigeni. Indigeni Uitoto, tribù che vive sulle sponde del fiume Cahuinari, a Caquetá, sud ovest della Colombia, a due passi dai confini con l'Ecuador e il Perù. Cuore dell'Amazzonia.

I soccorritori erano convinti che fossero sopravvissuti allo schianto dell'areo su cui viaggiavano. Li hanno cercati giorno e notte. Senza sosta. Centoventi soldati delle forze speciali e 73 indigeni. Un'alleanza vincente. La chiave di un successo che ha dell'incredibile, a cui pochi ormai credevano. Un paese in preda all'angoscia, sospeso tra speranze e rassegnazione, incollato alle radio e alle tv, impazzito sui social. Le notizie che si rimbalzano, le ricerche affannose, le segnalazioni, gli indizi. L'ostinazione di un comandante, Pedro Sánchez, deciso ad andare fino in fondo, a non mollare mai, a incitare i suoi uomini nel continuare a cercare, girare, scavare, trovare, attento a ogni dettaglio. Un segnale, una traccia, qualcosa che facesse rinascere le speranze e puntare dritto al suo obiettivo. 

La costanza lo ha premiato e adesso, circondato dai suoi soldati e amici, guarda dritto verso la macchina fotografica che immortala il loro successo. I quattro bambini sono avvolti dalle coperte termiche, lo sguardo smarrito e insieme curioso, quasi divertiti da quello che sta accadendo. Forse non si rendono conto, forse sono solo stanchi e provati. Hanno imparato dalla loro nonna a sopravvivere nella giungla. Una lezione di vita che è servita a salvarli.

Questa è la storia del giorno. Una bella favola, di quelle che si leggono ai propri figli prima di metterli a letto. Un lieto fine, raro nella realtà. Ma che il destino ha reso possibile. Ne siamo felici. Come lo sono milioni di colombiani e altri milioni di abitanti nel mondo che hanno seguito, a tratti, questa incredibile avventura nella foresta pluviale. Il primo maggio scorso si imbarcano con la madre Magdalena Mucutuy a bordo di un Cessna 206, targato HK 2803. Devono raggiungere il padre, Manuel Ranoque, costretto a lasciare il suo paese dopo aver ricevuto una serie di minacce da parte dei narcoterroristi che imperversano nella zona. Chiama la moglie le chiede di raggiungerlo a San José del Guaviare. Due ore di volo. La donna prende i figli e s'imbarca sul piccolo velivolo. 

A bordo c'è il pilota, Hernán Murcia. Fino a qualche anno fa guidava un taxi, ha imparato a volare da poco. Ma è economico e poi si è offerto volontario. Magdalena non ha molte alternative, si fida. Li accompagna una guida indigena, una persona che la donna conosce bene e che fa parte della sua tribù. Il volo parte da Araracuara. A metà strada il pilota segnala un guasto al motore, cerca di ammarare su un fiume, non ci riesce, si schianta sugli alberi. I tre adulti muoiono sul colpo. I quattro ragazzini sono incolumi. Frastornati, restano al riparo nella carlinga semi distrutta. Poi iniziano a muoversi. Intanto è scattato l'allarme. Il governo si mobilita, il ministro della Difesa attiva il piano di emergenza, incarica i corpi speciali dell'esercito. Si muovono anche le tribù indigene del luogo. Conoscono la giungla che in quel tratto è come un labirinto buio, avvolto dal verde. Il loro aiuto è essenziale.

I 120 soldati e i 73 indigeni gireranno a piedi per oltre 2.500 chilometri. Controlleranno palmo a palmo ogni piccolo tratto di quella giungla. Dall'alto saranno guidati dagli elicotteri che volteggiano incessanti, scrutando con i raggi infrarossi il manto verde della foresta alla ricerca di un calore che dimostri la presenza di qualcosa di vivo. Bisogna distinguerlo dagli animali, feroci, che vagano alla ricerca di cibo e acqua. Si avanza a cerchio, restringendo sempre di più l'area delle ricerche. 

A terra hanno ritrovato un biberon, pezzi di stoffa, bacche e frutti selvatici mangiati. Dimostrano che i bambini sono vivi. Se fossero morti anche loro nello schianto del Cessna sarebbero stati ritrovati. Gli indigeni ne sono certi. Il comandante Sánchez si fida. Dall'alto lanciano di tanto in tanto dei kit di sopravvivenza. La nonna si offre volontaria. Anche lei, dall'elicottero che continua a volteggiare su quel tratto di giungla, sembra guidare i suoi nipotini con i consigli su cosa fare gridati dagli altoparlanti. La caccia ai sopravvissuti è una sfida allo stremo. I soldati sono stanchi, come gli indigeni. Ma non demordono. Tutti restano convinti che sono sopravvissuti. Lo confermano altre tracce del loro passaggio trovate in questa ricerca convulsa ma pragmatica, razionale. Il cerchio si strige in un raggio di 300 metri. "Non si sono mossi molto", ragiona il comandante. "Sono qui e vanno trovati". 

Il presidente Gustavo Petro evita di fare altri annunci compromettenti. Dieci giorni fa aveva ricevuto una segnalazione da parte dell'Associazione delle Comunità indigene che dicevano di aver trovato i bambini. Si era lanciato su Twitter e aveva scritto di getto la notizia. Era stato subito smentito: nessun ritrovamento. Imbarazzo e nuove polemiche. L'ossessione dei social lo ha tradito per l'ennesima volta. E' accaduto anche in passato, nella serie di tregue con la guerriglia sempre annunciate e poi smentite. Adesso è diverso. Li hanno trovati davvero. Grazie a un cagnolino. 

I quattro ragazzini lo hanno incontrato mentre si aggiravano nella foresta. La loro mascotte. L'angelo che li ha guidati verso la salvezza. Piano piano li ha portati verso il villaggio di Palma Rosa, cinque chilometri dal luogo in cui era caduto il Cessna. Gli abitanti li hanno visti uscire da quella giungla impenetrabile. Sono rimasti impietriti. Non potevano credere a quello che vedevano. Li hanno soccorsi tra grida di gioia. I soldati sono arrivati di corsa, la voce si è diffusa in tutta la regione, nell'intera Colombia, nel mondo. Gustavo Petro è raggiante. Questa volta non sbaglia: allega al post su Twitter la foto dei militari che circondano i quattro bambini.  "Oggi è il compleanno di mia figlia. Dedico a lei questo splendido regalo", scrive. "Nelle famiglie indigene imparano a vivere nella giungla. Questo li ha salvati".