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“I russi non ci aiutano, salvateci”. L’angoscia nelle zone allagate dal Dnepr

(reuters)
Gli invasori fanno uscire solo chi ha passaporto di Mosca. Tanti cittadini stanno sui tetti e bevono acqua di fiume
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TBILISI - "È necessaria un'evacuazione urgente, un bambino e tre adulti sono sul tetto, l'acqua continua a salire. Il bambino è sotto choc, per favore aiutateli, il bambino è in crisi isterica. Per favore, aiuto!!! Aiuto, vi scongiuro!!!" (Oleshky, 7 giugno, ore 0:14). "Ci sono 18 persone lì dentro, c'è chi ha problemi cardiaci, chi ha bisogno di insulina, l'acqua è già al secondo piano, vi prego aiutateli" (Kokhany, 9 giugno, ore 3:19).

Sono più di un migliaio le telefonate e i messaggi disperati che l'organizzazione Helping to Leave, nata all'indomani dell'invasione russa dell'Ucraina per aiutare i civili a lasciare le zone di conflitto, ha ricevuto da martedì dalle aree occupate dell'oblast di Kherson che sono state inondate a seguito della distruzione della diga di Kakhovka.

Impegnata con la sua vasta rete di volontari nell'evacuazione delle zone control…

TBILISI - "È necessaria un'evacuazione urgente, un bambino e tre adulti sono sul tetto, l'acqua continua a salire. Il bambino è sotto choc, per favore aiutateli, il bambino è in crisi isterica. Per favore, aiuto!!! Aiuto, vi scongiuro!!!" (Oleshky, 7 giugno, ore 0:14). "Ci sono 18 persone lì dentro, c'è chi ha problemi cardiaci, chi ha bisogno di insulina, l'acqua è già al secondo piano, vi prego aiutateli" (Kokhany, 9 giugno, ore 3:19).

Sono più di un migliaio le telefonate e i messaggi disperati che l'organizzazione Helping to Leave, nata all'indomani dell'invasione russa dell'Ucraina per aiutare i civili a lasciare le zone di conflitto, ha ricevuto da martedì dalle aree occupate dell'oblast di Kherson che sono state inondate a seguito della distruzione della diga di Kakhovka.

Impegnata con la sua vasta rete di volontari nell'evacuazione delle zone controllate dagli ucraini, in stretta collaborazione con le autorità, sta allo stesso tempo gestendo un'enorme quantità di richieste di soccorso provenienti dalle città e dai villaggi sulla riva orientale del Dnepr, in mano alle forze di Mosca.

Rita, trent'anni, è originaria del Donetsk, e preferisce non dare il suo cognome per timore di ripercussioni nei confronti della famiglia, che si trova in territorio occupato dai russi. In un caffè di Tbilisi, in Georgia, dove il coordinamento è stato fondato da un gruppo di giovani esuli, in larga parte di nazionalità ucraina, parla con voce sottile e risoluta: "Per i primi tre giorni, non hanno permesso alle persone prive di documenti russi, a quelli che si sono rifiutati di sottostare alla loro politica di "passaportizzazione" forzata, di uscire dalle città allagate. Ora hanno iniziato a fare delle eccezioni.

Alcune persone da Hola Prystan, una delle città più colpite, sono state evacuate in altre aree occupate. Ma in tantissimi sono bloccati nelle proprie abitazioni, ai piani alti, sui tetti. Non abbiamo nostri volontari nei territori occupati, sarebbe troppo pericoloso, siamo però in contatto con alcune persone coraggiose che si sono autorganizzate per cercare di salvare chi è in difficoltà. I mezzi, purtroppo, sono assai limitati".

E i soccorsi prestati dai russi, secondo le numerose testimonianze raccolte da Helping to Leave, sono insufficienti e inadeguati. "Sappiamo che a Oleshky si sono limitati a spostare alcune persone dalle aree gravemente allagate al centro della città, che si trova in una posizione più elevata. Ma non hanno fornito alcun aiuto umanitario, li hanno semplicemente scaricati lì".

Ad acuire la drammaticità della situazione, c'è il fatto che tante persone si rifiutano di essere soccorse dagli occupanti: "Temono di essere portati in Russia. Sono sui tetti delle case, senza elettricità né viveri, in attesa che l'acqua si ritiri. Molti non vogliono avere rapporti con loro per paura di ripercussioni future. Altri sono orgogliosi, non accettano nulla dagli invasori. Ad ogni modo, i loro aiuti sono carenti. Abbiamo diversi racconti di persone che da giorni chiamano il numero delle emergenze senza che nessuno venga a cercarli".

Molte richieste di aiuto arrivano da familiari di abitanti delle aree inondate, angosciati perché non riescono più ad avere contatti con loro. La connessione è scarsa, e i telefoni ormai scarichi. I volontari di Helping to Leave, insieme a quelli di altre organizzazioni, stanno compilando con ogni richiesta di aiuto una mappa interattiva che copre strada per strada, in tutte le città e i villaggi, e tiene conto delle centinaia di persone di cui non si hanno più notizie.

"La gente sta morendo", afferma Katerina, 22 anni, originaria di Kiev, tra i fondatori dell'organizzazione. Sono diverse le voci ascoltate che riferiscono di aver visto cadaveri galleggiare tra le acque. Non è possibile verificarlo, ma è certo che a quasi una settimana dall'inizio dell'emergenza un numero imprecisato ma elevato di persone si trova ancora in grave pericolo.

"Alcuni hanno ancora cibo e acqua potabile, altri non hanno più nulla", racconta Rita. Quanto potranno andare avanti? "Non possiamo saperlo, ma siamo a conoscenza del fatto che ad alcuni non è rimasta altra scelta che bere l'acqua sporca del fiume".