Chi è Kais Saied, il controverso presidente tunisino con una fama di incorruttibile
di
Leonardo Martinelli
Kais Saied
Dopo le visite di Meloni, Von der Leyen e Rutte, in Tunisia continua la deriva autoritaria del rais tra diritti umani negati e profonda crisi economica. Ritratto di un personaggio contraddittorio sospeso tra conservatorismo islamico e velleitarismo panarabo e antioccidentale
Aggiornato alle 3 minuti di lettura
TUNISI - Nessun riferimento ai diritti umani, in una Tunisia in preda alla deriva autoritaria del presidente Kais Saied. Tanti soldi (anche se non basteranno a salvare il Paese dal disastro, se non si sbloccherà il negoziato per il prestito del Fondo monetario internazionale). E una cascata di sorrisi accondiscendenti. Questo e di più hanno assicurato a Saied Giorgia Meloni, in visita ieri a Tunisi, con Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Mark Rutte, premier olandese. Rispettato e temuto il rais, a suo modo ne esce vincitore. Ma chi è davvero? E c’è da fidarsi? Personaggio complesso e contraddittorio, naviga tra un conservatorismo islamico sui temi di società e un velleitarismo panarabo e antioccidentale per il resto. È anche il frutto del suo passato.
TUNISI - Nessun riferimento ai diritti umani, in una Tunisia in preda alla deriva autoritaria del presidente Kais Saied. Tanti soldi (anche se non basteranno a salvare il Paese dal disastro, se non si sbloccherà il negoziato per il prestito del Fondo monetario internazionale). E una cascata di sorrisi accondiscendenti. Questo e di più hanno assicurato a Saied Giorgia Meloni, in visita ieri a Tunisi, con Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Mark Rutte, premier olandese. Rispettato e temuto il rais, a suo modo ne esce vincitore. Ma chi è davvero? E c’è da fidarsi? Personaggio complesso e contraddittorio, naviga tra un conservatorismo islamico sui temi di società e un velleitarismo panarabo e antioccidentale per il resto. È anche il frutto del suo passato.
Sessantacinque anni, è originario di una famiglia modesta di un quartiere popolare di Tunisi, comunque del ceto medio (non miserabile) della Tunisia che fu e con un certo livello intellettuale. Laureato in legge, ha fatto una carriera da docente nella facoltà di scienze giuridiche e politiche all’università pubblica di Tunisi, esperto di diritto costituzionale. Ma è sempre rimasto assistente, perché non è mai riuscito a discutere la tesi di dottorato (lui assicura che sia stata persa dal suo professore: forse pure da lì nasce questa foga anti-élite, che si porta dietro ancora oggi). “Negli anni della dittatura – spiega Hatem Nafti, ricercatore, autore di Tunisia, verso un populismo autoritario? (editore Riveneuve) – Saied era un marginale e non ha mai partecipato alla dissidenza contro Zine el-Abidine Ben Ali. La Tunisia, nonostante la dittatura, fu un Paese precursore in Africa e nel mondo arabo, già una cinquantina di anni fa, con la nascita della Lega dei diritti umani, che influenzò perfino forze poco democratiche come l’estrema sinistra, i nazionalisti arabi e gli islamisti. Saied non è mai appartenuto a quel mondo”.
Nel 2011 scoppiò la rivoluzione. E lui (che fra gli studenti aveva sempre avuto un’immagine di comprensivo, benevolo e flemmatico) iniziò ad andare tra i giovani rivoltosi che bivaccavano davanti ai palazzi del potere, alla Kasba di Tunisi. Spiegava loro con pazienza i temi di diritto costituzionale e le sue teorie di una democrazia “senza partiti ed emanazione del popolo”. A quel momento si unì a un gruppo di intellettuali di estrema sinistra, che ancora oggi, da presidente, sono fra i suoi principali consiglieri. Stiamo parlando di Ridha El-Mekki (soprannominato Lenin) e di Sonia Chartbi, puri prodotti di un marxismo-leninismo in salsa anni 70. A loro si aggiunge Naoufel Saied, fratello di Kais, che negli anni 70 si riconosceva negli scritti dell’iraniano Ali Shariati, uno dei precursori della rivoluzione a Teheran del 1979. Siamo in pieno nella “sinistra islamica“, affascinata da Khomeini.
E Kais Saied è di sinistra? “No, assolutamente, è soprattutto un conservatore islamico – continua Nafti –, che nella sua nuova Costituzione, all’articolo 5, è riuscito addirittura a inserire il rispetto della “sharia”. Neppure gli islamisti di Ennahda, al potere per una decina d’anni, erano arrivati a tanto”. Quello che l’unisce a quel gruppo di vecchi simpatizzanti “sinistrorsi” è soprattutto il rifiuto del sistema politico occidentale, una certa predisposizione al complottismo (sono spesso oscuri fattori e personaggi stranieri all’origine di tutti i mali della Tunisia...) e una fedeltà personale e amicale (importante per una persona diffidente e ormai molto isolata oggi nel suo palazzo di Cartagine). Ebbene, ritorniamo al 2011. In seguito nelle tv iniziarono a invitare Saied nei talk-show e nei programmi politici. Divenne un cronista, austero e un po’ asceta, che mai alzava la voce: apprezzato.
A sorpresa si presentò alle presidenziali del 2019, dove passò al primo turno (con il 18,4% dei voti) e vinse al secondo (72,7%), sfruttando il rifiuto dei tunisini della corruzione e dell’inconcludenza degli anni della democrazia e, quindi, delle forze politiche tradizionali. Sottovalutato inizialmente da tanti, Saied ha in realtà applicato testardamente quelle che erano le sue idee da tempo, in particolare mediante la nuova Costituzione dell’anno scorso, che ha svilito il Parlamento della sua reale funzione. Nel frattempo si è trovato a gestire il negoziato per il prestito dell’Fmi. “Ma non conosce bene l’economia – continua Nafti -: ha grosse lacune. Ad esempio, parte dal presupposto che ci siano persone che, negli anni della democrazia e dopo la rivoluzione, abbiano rubato molto allo Stato. E che, recuperando semplicemente questi soldi, si supererà la crisi economica tunisina, senza neppure avere bisogno del prestito dell’Fmi e degli altri finanziamenti stranieri. Ma non funziona così, non è così semplice”.
Di una cosa, comunque, l’analista è sicuro (ed è una caratteristica rara nel suo Paese): “Non credo assolutamente che sia corrotto. Agli inizi, dopo essere stato eletto, per mesi ha addirittura bloccato il traffico a Tunisi, perché si ostinava a continuare a vivere nel suo modesto appartamento, in un quartiere popolare, per poi trasferirsi ogni giorno a lavorare al palazzo presidenziale di Cartagine”. Proprio la sua fama di incorruttibile fa sì che sia ancora molto popolare, soprattutto nelle classi sociali più basse. Dove il ritornello consueto è che “lui è onesto e vorrebbe cambiare tutto, ma non lo lasciano fare”.