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"Diritti negati". Il viaggio a Tunisi di von der Leyen preoccupa i partner del Nord Europa

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente della Tunisia Kais Saied (afp)

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In cerca di un secondo mandato, la presidente prova a non scontentare nessuno: dall’Italia ai critici di Saied
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"Sarà solo un breve incontro". Sabato scorso, alla vigilia della missione a Tunisi, era questo il messaggio che la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, lanciava per spiegare il senso della sua iniziativa. Lo voleva, insomma, depotenziare.

Perché? Era soprattutto il tentativo di placare le irritazioni di molti dei governi dell'Unione. In particolare del nord Europa. Perché i metodi del leader tunisino Kais Saied non piacciono a nessuna delle Cancellerie del Vecchio Continente, ma per alcune sono davvero indigeste.

Commenti che sono ben arrivati a Palazzo Berlaymont. Accompagnati da una formula che inizia a circolare con insistenza: "Il doppio gioco di Ursula". Anche per lei, infatti, è i…

"Sarà solo un breve incontro". Sabato scorso, alla vigilia della missione a Tunisi, era questo il messaggio che la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, lanciava per spiegare il senso della sua iniziativa. Lo voleva, insomma, depotenziare.

Perché? Era soprattutto il tentativo di placare le irritazioni di molti dei governi dell'Unione. In particolare del nord Europa. Perché i metodi del leader tunisino Kais Saied non piacciono a nessuna delle Cancellerie del Vecchio Continente, ma per alcune sono davvero indigeste.

Commenti che sono ben arrivati a Palazzo Berlaymont. Accompagnati da una formula che inizia a circolare con insistenza: "Il doppio gioco di Ursula". Anche per lei, infatti, è iniziata la campagna elettorale. Vuole candidarsi per un bis alla guida della Commissione. Tutti lo sanno e ognuno ne coglie gli aspetti problematici.

La presidente della Commissione, in effetti, in questa fase non vuole scontentare nessuno. Nemmeno l'Italia di Giorgia Meloni. Ma compiendo un passo da una parte, ne fa un altro in direzione opposta. In un costante giochi di specchi.

In questo caso si tratta dei soldi. I 100 milioni annunciati a Tunisi, ad esempio, erano già programmati da tempo e provengono dai Fondi su Migrazione e Cooperazione. Tutto il resto è da verificare. Il principio dello "Stato di diritto" che genera ormai tensioni costanti con la Polonia e l'Ungheria, per diversi membri non può essere derogato in Tunisia.

Saied, poi, viene soprannominato "Robocop" dagli oppositori in patria ma anche nei corridoi delle istituzioni europee. L'incapacità di esprimere sentimenti e al tempo stesso di essere spietato lo fa paragonare ad una macchina. E quel paragone non passa senza conseguenze in Europa.

(ansa)
Von der Leyen, allora, viene rimproverata di concedere con una mano la visibilità reclamata dalla premier italiana, e dall'altra accogliere i dubbi del fronte "nordista" dell'Unione sbarrando la strada a qualsiasi ipotesi concreta di sostegno a Tunisi. Basti pensare che quando la Germania dovette affrontare la crisi migratoria siriana, l'Ue mise sul tavolo due tranche da 3 miliardi ciascuna. Altro che 100 milioni.

Non è un caso, quindi, che nella missione di ieri si sia aggiunto il capo del governo olandese, il liberale Mark Rutte. È evidente che l'Olanda ha interesse a bloccare la rotta migratoria del Mediterraneo centrale. Il suo incubo sono i cosiddetti "movimenti secondari", ossia gli extracomunitari che da un paese come l'Italia passano ad un altro senza controlli.

Il governo di Amsterdam deve fare i conti con la protesta mossa dal neonato partito dei contadini che si scaglia contro il "Green Deal" (il mega-provvedimento per la transizione ecologica), ma che alla fine sta diventando un movimento di protesta generale populista. Simile ai "gilet gialli" francesi e all'M5S di qualche anno fa.

Ma Rutte aveva bisogno, anche per conto della Germania del socialdemocratico Olaf Scholz, di controllare che non ci fossero concessioni sproporzionate nel riconoscere la legittimità democratica di Saied. Non per niente le sue prime parole erano volte proprio a rammentare che ogni tipo di aiuto dovrà essere condizionato al rispetto dei diritti umani e democratici. Soprattutto dopo aver visto le foto dell'obitorio di Sfax.

Inoltre ci sono le riforme economiche senza le quali, ha già avvertito il Fondo Monetario internazionale, l'assistenza finanziaria di quasi due miliardi di euro (1,1 dello stesso Fmi e 0,9 dell'Ue), non verrà mai erogata. E se il Fondo chiede garanzie sulle riforme economiche, l'Europa le reclama sullo Stato di Diritto.

Condizioni al momento non realizzate. Nemmeno nel corso del vertice di ieri. Sebbene, dunque, tutti siano interessati a trovare una soluzione, ormai in pochi danno credito al governo italiano. La struttura di Bruxelles e le opinioni degli alleati, a partire da Francia e Germania, hanno cambiato orientamento negli ultimi mesi: da una attesa neutrale a un giudizio critico di inaffidabilità. Perché il mancato rispetto del Pnrr e la denegata ratifica del Mes (il Meccanismo di Stabilità) hanno provocato una una sorta di disilusione.

A meno di uno anno dal voto europeo, poi, il dossier-migranti entra nella partita elettorale. In gioco ci sono pure le massime cariche istituzionali dell'Unione (Rutte ad esempio spera nella presidenza del Consiglio europeo) e nessuno intende consegnare una carta per la campagna al governo di destra di Giorgia Meloni.