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Barr: "Avevo chiesto a Trump di parlare con Conte del Russiagate"

William Barr 
L'ex segretario alla Giustizia americano nel suo libro smentisce la versione dell'ex premier sull'indagine condotta a Roma
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NEW YORK - "Avevo allertato il presidente che avrei preso questi contatti, e gli chiesi di menzionare l'inchiesta di Durham ai primi ministri dei tre Paesi, sottolineando l'importanza del loro aiuto". Così scrive l'ex segretario alla Giustizia William Barr a pagina 301 del suo libro One Damn Thing After Another, rilanciando l'interrogativo se l'ex premier Giuseppe Conte abbia detto tutta la verità al Copasir e al Paese, riguardo il suo intervento nell'inchiesta sul "Russiagate". Perché il presidente a cui si riferisce Barr è DOnald Trump, e i primi ministri a cui gli chiede di parlare dell'indagine condotta dal procuratore Durham sono quelli di Italia, Gran Bretagna e Australia. Un tassello importante di questa misteriosa vicenda, che diventa ancora più significativo alla luce del fatto che l'ex capo della Casa Bianca è stato incriminato proprio per la gestione inappropriata delle informazion…

NEW YORK - "Avevo allertato il presidente che avrei preso questi contatti, e gli chiesi di menzionare l'inchiesta di Durham ai primi ministri dei tre Paesi, sottolineando l'importanza del loro aiuto". Così scrive l'ex segretario alla Giustizia William Barr a pagina 301 del suo libro One Damn Thing After Another, rilanciando l'interrogativo se l'ex premier Giuseppe Conte abbia detto tutta la verità al Copasir e al Paese, riguardo il suo intervento nell'inchiesta sul "Russiagate". Perché il presidente a cui si riferisce Barr è DOnald Trump, e i primi ministri a cui gli chiede di parlare dell'indagine condotta dal procuratore Durham sono quelli di Italia, Gran Bretagna e Australia. Un tassello importante di questa misteriosa vicenda, che diventa ancora più significativo alla luce del fatto che l'ex capo della Casa Bianca è stato incriminato proprio per la gestione inappropriata delle informazioni segrete di intelligence, tra cui potrebbero figurare anche quelle ricevute dai servizi italiani.

Nel 2019 il presidente Donald Trump si convince che il "Russiagate" è stato confezionato in Italia, dai servizi di Roma sotto la guida del premier Renzi alleato di Hillary, e dagli agenti dell'Fbi a lui ostili come il capo a via Veneto Michael Gaeta. Tutto nasce dalle accuse dell'ex consigliere George Papadopoulos, secondo cui a passargli la polpetta avvelenata sulle mail di Clinton rubate dai russi era stato il professore della Link Campus University Joseph Mifsud, durante un incontro nella nostra capitale. Perciò il capo della Casa Bianca chiede all'Attorney General di andare a indagare.

Il protocollo vorrebbe che il segretario alla Giustizia contattasse il suo omologo per spiegare cosa cerca, per poi lasciargli gestire il caso. Barr invece scavalca tutti. Si rivolge all'ambasciata italiana a Washington e ottiene un incontro con il capo del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza Gennaro Vecchione, leader dei servizi di intelligence italiani, autorizzato direttamente dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

La mattina del 15 agosto 2019, secondo i documenti del dipartimento alla Giustizia sulla missione, che La Repubblica ha ottenuto nel rispetto delle leggi americane, l'Attorney General atterra a Ciampino e va a messa nella chiesa cattolica di St. Patrick, a due passi dall'ambasciata americana di via Veneto. Alle 17 va in piazza Dante 25, sede del Dis, per incontrare Vecchione. Secondo lo schedule di Barr, però, alle 18,45 l'intero gruppo si dirige verso piazza delle Coppelle per una cena di due ore al ristorante Casa Coppelle, mai rivelata ufficialmente.

Un paio di settimane dopo Conte va al G7 di Biarritz, mentre a Roma si decide il futuro del suo governo. Il 27 agosto 2019 Trump lo appoggia, con questo messaggio su Twitter: "Comincia a mettersi bene per l'altamente rispettato primo Ministro della Repubblica Italiana, Giuseppi Conte... Un uomo di grande talento, che speriamo resti primo Ministro".

Il 27 settembre Barr torna a Roma per rivedere Vecchione, presumibilmente allo scopo di ricevere le informazioni raccolte dai nostri servizi dopo il primo appuntamento del 15 agosto. Quando la missione segreta di Barr viene scoperta, il Copasir chiede spiegazioni al presidente del Consiglio. Conte difende la legalità delle visite e sottolinea due punti: "Non ho mai parlato con Barr", e "i nostri servizi sono estranei alla vicenda". Poi ai giornalisti dice: "Qualcuno ha collegato il tweet di Trump a questa inchiesta. Non me ne ha mai parlato. La richiesta risale a giugno 2019 ed è pervenuta da Barr. Ha domandato di verificare l'operato degli agenti americani, col presupposto di non voler mettere in discussione l'operato delle autorità italiane dell'intelligence". Se così fosse stato, il premier avrebbe autorizzato il segretario alla Giustizia ad incontrare i vertici dei servizi italiani per ricevere informazioni compromettenti sui colleghi dell'Fbi, tipo Gaeta, con cui poi i nostri agenti lavoravano ogni giorno per garantire la sicurezza del paese. Quindi sul 15 agosto Conte aggiunge: "Si è trattato di una riunione tecnica con il direttore del Dis Vecchione, che non si è svolta all'ambasciata americana, né in un bar, né in un albergo, come riportato da alcuni organi di informazione, ma nella sede di piazza Dante del Dis". Nello schedule ufficiale di Barr però c'è anche la cena a Casa Coppelle, che poi Vecchione ha confermato, descrivendola come un incontro conviviale.

L'ex premier spiega che aveva aperto le porte a Barr in quanto responsabile dell'Fbi, impegnato in uno scambio tra agenzie sulla sicurezza nazionale, ma i fatti contraddicono questa versione, a cominciare dalla reazione dei direttori dei servizi Aise a Aisi, Luciano Carta e Mario Parente, che inizialmente rifiutano la richiesta di Vecchione di partecipare all'incontro con Barr perché non lo ritengono appropriato. L'Attorney General non era venuto per catturare un terrorista, sgominare un attentato, o arrestare un boss mafioso. Era stato inviato da Trump per una missione politica finalizzata ad aiutarlo personalmente sul piano elettorale. Conte ha accettato e autorizzato la missione di Barr, senza passare attraverso le comunicazioni con l'omologo ministro della Giustizia italiano, ma la sicurezza nazionale italiana non c'entrava nulla.

L'ex premier dice che la visita di Barr non aveva come oggetto un'ipotesi di cooperazione giudiziaria, e perciò sarebbe stato improprio indirizzarlo al suo omologo. Ciò però è smentito dalla pratica inoltrata successivamente dal procuratore Durham, che ha effettivamente richiesto alle nostre autorità giudiziarie e di polizia di interrogare Mifsud, come si fa appunto nei casi di cooperazione giudiziaria, ma non è stato accontentato perché la domanda non reggeva sul piano tecnico.

Conte infine sottolinea che Barr indagava sugli agenti americani, non italiani, ma così apre un altro caso. Il premier infatti avrebbe autorizzato il segretario ad incontrare i nostri servizi per ricevere informazioni compromettenti sui colleghi dell'Fbi, tipo il capo a Roma Michael Gaeta, con cui poi i nostri agenti dovevano lavorare ogni giorno per garantire la sicurezza del Paese, mettendola così a rischio a causa dei potenziali attriti con gli agenti Usa in Italia.

Conte infine dice che la sua decisione ha contribuito alle buone relazioni tra Roma e Washington, ma ora sappiamo che era un'iniziativa presa da Trump per il proprio interesse personale ed eventualmente elettorale, non per la sicurezza nazionale dei due Paesi.

Nel suo libro, Barr chiarisce così l'episodio: "Nella primavera e l'inizio dell'estate del 2019, quando John (Durham) e io discutemmo la dimensione internazionale del suo lavoro, ci accordammo per coinvolgere tre paesi che sentivamo sarebbero stati più utili all'investigazione: Regno Unito, Australia e Italia. Io cominciai contattando gli ambasciatori di questi paesi, e in seguito ebbi discussioni con alti funzionari in ciascuno di essi. Andai tanto in Italia, quanto nel Regno Unito, per spiegare l'inchiesta di Durham e chiedere qualsiasi assistenza o informazione che potessero fornire". Quindi arriva la frase chiave su Conte: "Avevo allertato il presidente che avrei preso questi contatti, e gli chiesi di menzionare l'inchiesta di Durham ai primi ministri dei tre Paesi, sottolineando l'importanza del loro aiuto".

Ora l'ex presidente del Consiglio potrebbe sostenere che la conversazione con Trump sollecitata da Barr non è mai avvenuta, ma ciò sarebbe molto sorprendente. L'inchiesta sul "Russiagate" era l'iniziativa politica più importante per il capo della Casa Bianca. Aveva chiesto personalmente al segretario alla Giustizia di lanciarla, spingendolo ad agire. Barr aveva obbedito, prendendo contatto con le autorità italiane e visitando il nostro paese. Quindi aveva chiesto a Trump di parlare dell'inchiesta con Conte, per sensibilizzarlo sulla sua importanza e chiedergli "qualsiasi assistenza o informazione" che potesse fornire. Quanto è probabile che poi Donald non abbia dato seguito alla sollecitazione di Barr, evitando di parlare dell'indagine col presidente del Consiglio? In questi casi non serve una lunga conversazione, basta un accenno per capirsi. Non farlo sarebbe stato un comportamento contrario agli interessi di Trump, e certamente fuori carattere per un capo della Casa Bianca che, come abbiamo visto dall'incriminazione del procuratore Jack Smith, non si faceva certo troppi scrupoli sull'uso personale dell'intelligence.            

Il ruolo dell'Italia è confermato e chiarito dal rapporto appena pubblicato da Durham. La giornata chiave è il 3 ottobre del 2016, in piena campagna presidenziale fra Trump e Hillary Clinton, quando a Roma si incontrano cinque personaggi molto importanti. Di due conosciamo l'identità, sono l'analista supervisore dell'Fbi Brian Auten e l'ex capo del Desk Russia all'MI6 Chris Steele. Gli altri vengono identificati solo come Special Agent-2, Acting Section Chief-1 e Handling Agent-1, ma sono pezzi grossi del Federal Bureau of Investigation. Sono nella capitale italiana per vedere l'ex agente segreto britannico, autore del famoso dossier sulle relazioni pericolose fra Trump e Mosca, all'origine del "Russiagate". Vogliono offrirgli un milione di dollari, se riuscirà a provare le sue accuse contro il candidato repubblicano alla Casa Bianca.

Questa rivelazione scottante, contenuta nel rapporto di 316 pagine appena pubblicato dal procuratore John Durham, rimette l'Italia al crocevia dello scandalo che ha paralizzato per anni gli Stati Uniti. Infatti nelle carte si scopre che Steele era gestito da un agente dell'ufficio di Roma dell'Fbi, allora guidato da Michael Gaeta. Così si spiega l'interesse di Trump ad investigare sul ruolo del nostro paese nel "Russiagate", e si riaprono gli interrogativi sulle decisioni prese dall'allora premier Conte. Ora infatti sappiamo che quando vennero nella nostra capitale, Barr e Durham cercavano informazioni compromettenti sugli agenti dell'Fbi che avevano gestito Steele dalla nostra capitale. I capi dei nostri servizi, messi in imbarazzo, risposero di non saperne nulla, ma il 26 gennaio scorso il New York Times ha scritto che rivelarono agli ospiti americani di aver sentito voci su potenziali reati commessi da Trump: "In uno dei viaggi in Europa di Barr e Durham, secondo fonti a conoscenza della vicenda, funzionari italiani - pur negando qualsiasi ruolo nell'avvio dell'indagine sulla Russia - hanno inaspettatamente offerto una soffiata potenzialmente esplosiva che collegava Trump a certi sospetti finanziari crimini. Barr e Durham hanno deciso che la soffiata era troppo seria e credibile per essere ignorata. Ma invece di assegnarla ad un altro pubblico ministero, Barr ha chiesto a Durham di indagare lui stesso sulla questione, conferendogli poteri di azione penale per la prima volta, anche se il possibile illecito di Trump non rientrava esattamente nell'incarico di esaminare le origini dell'inchiesta Russia. Il procuratore non ha mai sporto denuncia e non è chiaro quale fosse il livello dell'indagine, quali misure abbia intrapreso, cosa abbia appreso e se qualcuno alla Casa Bianca lo abbia mai scoperto. Il fatto straordinario che Durham abbia aperto un'indagine penale che includeva Trump è rimasto segreto".

Il primo febbraio scorso, parlando con il Los Angeles Times, Barr ha confermato che i servizi italiani gli avevano passato una soffiata, ma ha sostenuto che "non riguardava direttamente Trump". Quindi ha detto che "era appropriato inserirla nell'inchiesta di Durham, perché "aveva una relazione con le cose del Russiagate. Non era completamente separata da esso. Ma si è rivelata un completo non problema"".

Questo sostiene l'ex segretario alla Giustizia di Trump, che proprio per il suo ruolo non è evidentemente la fonte più attendibile. A maggior ragione visto che ora l'ex presidente è di nuovo candidato alla Casa Bianca, ed è il favorito per conquistare la nomination del Partito repubblicano.

Quando questi fatti iniziarono ad emergere il Copasir, guidato allora dall'attuale ministro Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, decise di non richiamare Conte per avere chiarimenti, perché a suo dire tutte le informazioni sulla vicenda erano già state raccolte. Quindi non ci furono ulteriori audizioni per approfondire la storia. Poi si sono tenute le elezioni, Giorgia Meloni è diventata premier, e molte alleanze o intese anche trasversali sono mutate.

Ora però ci sono nuovi sviluppi che rilanciano gli interrogativi, e l'incriminazione di Trump forse rende ancora più urgenti i chiarimenti. Almeno quattro sono le domande che il Copasir, guidato adesso da Lorenzo Guerini, dovrebbe essere interessato a chiedere a Conte. Primo: la conversazione tra l'ex capo della Casa Bianca e l'ex premier, caldeggiata da Barr, era avvenuta? Se sì, cosa si erano detti? Se no, era stata ricevuta una richiesta e rifiutata? Conte era a conoscenza delle potenziali notizie di reato rivelate dai servizi italiani al segretario alla Giustizia americano, e di cosa si trattava? Ne va della sicurezza nazionale italiana, e potenzialmente dei futuri equilibri globali. Perciò sarebbe essenziale ricevere le risposte.