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La strategia di Saied. Così la Tunisia in crisi usa l'emergenza migranti per dettare le condizioni al Fmi

(agf)
Un comunicato della presidenza conferma la pretesa di rivedere le ricette del Fondo monetario internazionale. Il governo non vuole rischiare proteste civili che comprometterebbero il suo potere
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Kais Saied non delude mai. Dopo che Giorgia Meloni (per la seconda volta a Tunisi in cinque giorni), stavolta con Ursula von der Leyen, alla guida della Commissione europea, e Mark Rutte, premier olandese, hanno lasciato domenica la capitale del Paese, il presidente ha pensato bene di raffreddare subito le speranze in uno sblocco del negoziato con l’Fmi, per ottenere il prestito, che salverebbe la Tunisia dal default.

Un comunicato della presidenza ha rivelato il Saied-pensiero. Eccolo: “Bisogna rivedere le ricette dell’Fmi e poi parleremo del seguito della storia”. Insomma, la Tunisia è in gravissime difficoltà, ma è lei a imporre le condizioni (l’arma del controllo del flusso migratorio verso l’Europa, in effetti, l’aiuta non poco).

Kais Saied non delude mai. Dopo che Giorgia Meloni (per la seconda volta a Tunisi in cinque giorni), stavolta con Ursula von der Leyen, alla guida della Commissione europea, e Mark Rutte, premier olandese, hanno lasciato domenica la capitale del Paese, il presidente ha pensato bene di raffreddare subito le speranze in uno sblocco del negoziato con l’Fmi, per ottenere il prestito, che salverebbe la Tunisia dal default.

Un comunicato della presidenza ha rivelato il Saied-pensiero. Eccolo: “Bisogna rivedere le ricette dell’Fmi e poi parleremo del seguito della storia”. Insomma, la Tunisia è in gravissime difficoltà, ma è lei a imporre le condizioni (l’arma del controllo del flusso migratorio verso l’Europa, in effetti, l’aiuta non poco).

E ancora: “Se la Tunisia vive oggi una situazione finanziaria, economica e sociale difficile, è perché i tunisini sono stati vittime a lungo delle ripercussioni di vecchie politiche interne, ma anche estere”. Sì, è solo colpa degli altri.

“Le soluzioni della situazione in Tunisia devono emanare della sola volontà dei tunisini” e  “la Tunisia non rappresenta un dossier internazionale: è una questione puramente nazionale e la soluzione, con i suoi partner, deve essere trovata su questa base”. Amen. Siamo sempre lì.

In realtà, forse un passo in avanti verso la ripresa del negoziato con il Fondo (di fatto bloccato dalla fine dell’anno scorso) è stato fatto, al di là di questa demagogia da quattro soldi da dare in pasto al popolo e ai suoi social. Ma prima, alcune osservazioni.

A Tunisi, da una parte, c’è il governo, sotto la guida di Najla Bouden Romdhane, che conta una serie di ministri-tecnici di alto livello come la Tunisia e la sua élite sanno produrre, in particolare il responsabile del dicastero dell’Economia, Samir Saied, che, assieme al governatore della Banca centrale, Marouane Abassi, hanno concretamente il dossier Fmi tra le mani (entrambi sono passati dalle migliori università parigine).

Dall’altra parte c’è lui, Saied, che “in economia ha grosse lacune – spiega Hatem Nafti, ricercatore, autore di “Tunisia, verso un populismo autoritario?” (editore Riveneuve) -. Ad esempio, parte dal presupposto che ci siano persone che, negli anni della democrazia e dopo la rivoluzione, abbiano rubato molto allo Stato. E che, recuperando semplicemente questi soldi, si supererà la crisi economica tunisina, senza neppure avere bisogno del prestito dell’Fmi e degli altri finanziamenti stranieri. Ma non funziona così”.

Le sue dichiarazioni minacciose, da panarabista anni Settanta, sono il frutto della sua ristretta cerchia di consiglieri: vecchi amici, come Ridha El-Mekki (soprannominato Lenin) e Sonia Chartbi, puri prodotti di un marxismo-leninismo in salsa anni 70. O il fratello Naoufel Saied: proviene dalla “sinistra islamica”, che ai tempi credette nella rivoluzione iraniana di Khomeini.

Ebbene, fino all’anno scorso il dossier dell’Fmi era nelle mani del governo, tanto che nell’ottobre si raggiunse un accordo preliminare, che doveva concretizzarsi già in dicembre. Poi, però, Saied e i suoi compari ripresero il sopravvento, con il timore che le riforme pretese dal Fondo fossero socialmente troppo pesanti per i tunisini, a rischio di proteste.

Ora l’Europa ha promesso 900 milioni di euro (ma solo dopo il prestito dell’Fmi) e ieri il segretario di Stato americano Antony Blinken si è impegnato ad appoggiare il prestito presso l’Fmi, ma specificando: “Le decisioni che servono per averlo spettano a Tunisi. Vogliamo si risollevi, ma il governo deve decidere dove andare”. L’esecutivo deve riprendere in mano il dossier.

“Bisogna uscire da questa spirale – sottolinea Habib Zitouna, economista all’università El Manar di Tunisi -. E sulle riforme previste ci vuole più trasparenza: sul piano che era stato presentato all’Fmi, nessuno sa niente”.

Per Zitouna bisogna anche accelerare su certi punti, vedi il progetto di legge (bloccato da Saied) sulla nuova governance delle imprese pubbliche, tutte da ristrutturare. O la preparazione “di un sistema di trasferimento di risorse (ndr, una sorta di “reddito di cittadinanza”)  alle famiglie più povere, previsto per compensare la fine dei prezzi sovvenzionati, altra pretesa del’Fmi”.

Perché alla fine questo prestito dell’Fmi rappresenta una tappa necessaria per qualsiasi altro finanziamento internazionale. La possibilità di rivolgersi alla Cina, ventilata dallo stesso Saied, appare ormai come una mera chimera. “Pechino ha sostenuto negli ultimi anni altri Stati africani in difficoltà finanziaria – continua Zitouna -, ma, rispetto all’Fmi, l’ha fatto con tassi d’interesse più elevati, con condizioni opache e ipoteche sui beni dello Stato.

E, in ogni caso, la settimana scorsa, lo stesso ambasciatore cinese a Tunisi ha ammesso pubblicamente che pure loro, se interverranno, non lo faranno prima del Fondo”. A Tunisi i ministri sono già al lavoro per rivedere il piano del prestito. Avranno dalla loro parte la benevolenza strappata a italiani, europei e americani, grazie alle rigidità di Saied (nessuno degli interlocutori della Tunisia ha più parlato di diritti umani). Speriamo solo che lui (e i suoi amici sinistrorsi) non facciano più bizze.