Miami - Donald Trump è diventato il primo ex presidente nella storia degli Stati Uniti arrestato per un reato federale. E’ accaduto ieri pomeriggio poco prima delle 3, nella Wilkie Ferguson Courthouse di Miami.
Vestito di blu, con l’abituale cravatta rossa, l’ex capo della Casa Bianca non ha parlato davanti al giudice Jonathan Goodman, che gli ha notificato i 37 capi d’accusa presentati dal procuratore speciale Jack Smith, per aver trafugato a Mar a Lago documenti segreti, complottato per nasconderli e per ostruire la giustizia. Ci ha pensato il suo avvocato, Todd Blanche, e dire che Trump non si considera colpevole. Il giudice ha deciso di non limitare i suoi movimenti, perché non c’è il rischio che scappi, essendo il favorito alla nomination repubblicana per le presidenziali del prossimo anno, ma gli ha ordinato di non parlare con i testimoni. A partire da Wal Nauta, il suo valletto e co-cospiratore, che è stato incriminato con lui e ieri era in tribunale. Nauta rischia la condanna e quindi potrebbe testimoniare contro Trump, che per questa ragione cerca di tenerselo stretto a sé.
In aula c’era anche Jack Smith, il procuratore speciale che l’ex presidente imputato ha definito «un criminale squilibrato». Non ha parlato, ma ha seguito tutto il procedimento, come per dimostrare che non si lascerà intimidire dall’ex capo della Casa Bianca, la cui portavoce Alina Habba ha accusato i procuratori di «odiare Trump e l’America».
Fuori dalla Courthouse c’era il solito circo dei sostenitori, che non hanno nemmeno letto l’incriminazione e continuerebbero a votarlo anche se sparasse a qualcuno sulla Fifth Avenue, come avveva detto lui all’inizio della sua avventura politica. Erano meno del solito, però, e non ci sono state violenze, nonostante davanti al tribunale fossero presenti anche i militanti dell’altro campo, che chiedevano di rinchiudere Donald in prigione.
Subito dopo il procedimento Trump si è fatto portare a sorpresa da "Versailles", un ristorante di Miami frequentato soprattutto dalla comunità cubana più di destra. Così l’ex presidente ha potuto stringere mani, salutare i sostenitori, fare campagna elettorale, e proiettare l’immagine di un leader non scalfito dall’arresto.
Poco dopo è ripartito per il suo resort di Bedminster in New Jersey, dove ha tenuto un discorso e una raccolta di fondi elettorali. Ha accusato Biden di essere a capo di «un’amministrazione corrotta che incrimina il principale avversario politico perché sa di perdere le elezioni». Quindi si è difeso accusando Joe, Bill e Hillary Clinton, di aver fatto la stessa cosa, ossia portare via documenti segreti, senza essere imputati. Così Trump ha in sostanza rivelato la sua linea difensiva, che si baserà sul Presidential Records Act, ossia la legge del 1978 che regola la gestione dei documenti presidenziali. Donald sostiene che aveva il diritto di portarsi a casa quello che voleva, se lo classificava come materiale personale, cosa che Clinton aveva fatto con i nastri registrati sulla sua presidenza. La realtà però è diversa. Come prima cosa, il Presidential Records Act stabilisce che alla fine del mandato tutti i documenti vanno consegnati ai National Archives. Poi c’è una differenza fondamentale nella natura dei materiali, perché gli audio di Clinton erano effettivamente un diario personale del suo lavoro, mentre le carte trafugate da Trump sono rapporti segreti redatti dalle agenzie di intelligence. Infine Donald trascura che non è stato incriminato per la violazione del Presidential Records Act, che ha solo carattere civile, ma dell’Espionage Act, che invece ha valore penale. In più il reato più grave di cui è accusato non riguarda il fatto di aver preso i documenti, ma di aver cospirato per nasconderli dopo che gli era stato chiesto di restituirli, ostruendo quindi la giustizia.
I compagni di partito per la maggior parte lo hanno difeso, perché lui ha i voti della base. Alcuni restano in silenzio, come il leader al Senato McConnell, per evitare di farsi male, mentre altri compiono peripezie giuridiche per cercare di salvare capra e cavoli. Ad esempio l’ex vice presidente Pence e l’ex segretario di Stato Pompeo hanno ammesso che l’uso inappropriato dell’intelligence è un problema serio, e i reati di cui Trump è accusato sono gravi, ma essendo lui l’ex presidente e il favorito per la nomination repubblicana non bisognava incriminarlo. Così però distruggono le fondamenta degli Stati Uniti, che sono una democrazia basata sullo stato di diritto, e quindi sul fatto che tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. Ora perciò il destino di Donald si giocherà in tribunale, e nella corte dell’opinione pubblica, se l’ultima incriminazione per un reato così serio spingerà gli elettori indipendenti ad abbandonarlo.