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Funerali Berlusconi, pochi i capi di Stato stranieri: arrivano Orbán e l'emiro del Qatar

Viktor Orbán a pranzo a Milano prima del funerale di Berlusconi 
Alla cerimonia che si terrà nel Duomo di Milano, parteciperanno per l'Europa Paolo Gentiloni e gli ambasciatori dei Paesi Ue. Presente anche il ministro degli Esteri turco
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LONDRA – Giornali e televisioni di tutto il mondo hanno dedicato ampio spazio alla sua scomparsa, definendolo un protagonista della politica italiana degli ultimi trent’anni, ma ben pochi leader mondiali saranno oggi al funerale di Silvio Berlusconi a Milano. Per la precisione, soltanto tre sui circa duecento capi di stato e di governo della terra: il premier ungherese Viktor Orbán (avvistato a pranzo in un ristorante milanese prima della cerimonia) particolarmente interessato ai rapporti con Giorgia Meloni; il presidente iracheno Abdul Latif Rashid, che si trova per caso a compiere una visita di stato in Italia in questi giorni; e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad, grande amico del Cavaliere.

Un altro leader particolarmente legato a Berlusconi, il presidente turco Recep Erdogan, ha deciso di inviare alle esequie il proprio ministro degli Esteri Hakan Fidan, appena nominato, in aggiunta all’ambasciatore della Turchia in Italia e al portavoce…

LONDRA – Giornali e televisioni di tutto il mondo hanno dedicato ampio spazio alla sua scomparsa, definendolo un protagonista della politica italiana degli ultimi trent’anni, ma ben pochi leader mondiali saranno oggi al funerale di Silvio Berlusconi a Milano. Per la precisione, soltanto tre sui circa duecento capi di stato e di governo della terra: il premier ungherese Viktor Orbán (avvistato a pranzo in un ristorante milanese prima della cerimonia) particolarmente interessato ai rapporti con Giorgia Meloni; il presidente iracheno Abdul Latif Rashid, che si trova per caso a compiere una visita di stato in Italia in questi giorni; e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad, grande amico del Cavaliere.

Un altro leader particolarmente legato a Berlusconi, il presidente turco Recep Erdogan, ha deciso di inviare alle esequie il proprio ministro degli Esteri Hakan Fidan, appena nominato, in aggiunta all’ambasciatore della Turchia in Italia e al portavoce del suo partito. Per l'Europa ci sarà Paolo Gentiloni, mentre Germania, Francia e gli altri Paesi dell’Unione Europea si faranno rappresentare al funerale dai propri ambasciatori in Italia, come faranno probabilmente anche le nazioni del globo alleate tradizionali di Roma, dal Regno Unito agli Stati Uniti.

Viktor Orbán a pranzo a Milano prima del funerale di Berlusconi 

Non ci sarà Vladimir Putin, il leader che ha espresso il più affettuoso cordoglio alla notizia della morte dell’ex-premier italiano: ma avrebbe rischiato di venire arrestato appena sceso dalla scaletta dell’aereo a Milano, perché su di lui pende un mandato di cattura del Tribunale Internazionale dell’Aia per le violazioni dei diritti umani e i crimini di guerra commessi dalle truppe russe nell’invasione dell’Ucraina.

Il protocollo diplomatico prevede che in casi simili basti un ambasciatore a rappresentare un Paese al funerale di un ex-leader straniero, per cui si può considerare del tutto normale che i capi di governo presenti nella cattedrale del Duomo si contino sulle dita di una mano. Ma è anche vero che in circostanze di questo tipo la partecipazione di leader stranieri dà la misura della statura internazionale del politico scomparso.

Per esempio, ai funerali di Shimon Peres a Gerusalemme, nel 2016, c’erano numerosi capi di stato e autorità straniere, dal presidente americano Barack Obama, che pronunciò un elogio funebre alla cerimonia (fu soltanto il secondo funerale a cui partecipò Obama, dopo quello di Nelson Mandela), all’ex-presidente americano Bill Clinton, dal presidente francese François Hollande al primo ministro canadese Justin Trudeau, da re Felipe di Spagna al principe Carlo d’Inghilterra, oltre a tre ex-premier britannici, David Cameron, Gordon Brown e Tony Blair. Giudicato uno dei padri dello Stato ebraico, Peres aveva terminato due anni prima il suo ultimo incarico, quello di presidente di Israele, dopo essere stato primo ministro, ministro degli Esteri e ministro della Difesa, e ancora prima stretto collaboratore del fondatore di Israele, David Ben Gurion, ma soprattutto era visto all’estero come una figura di peso storico, premiato con il Nobel per la pace per il suo ruolo nel negoziato con i palestinesi.