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Libia, polveriera Tobruk: il porto dove Haftar non onora il patto stretto con Meloni

(reuters)
Il 4 maggio e aveva garantito alla premier lo stop alle partenze in cambio di sostegno: ma non controlla le tribù locali che lucrano sui migranti
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Il disastro nel mare davanti alla costa greca di Pilos è figlio della guerra tra il generale Khalifa Haftar e i trafficanti di uomini dell'est della Libia. O per essere più precisi: è figlio della guerra tra il clan di trafficanti dominante guidato dal generale Haftar e tre clan minori di trafficanti libici che si ostinano a non volergli cedere il monopolio degli affari. Il generale si sente il solo uomo legittimato a controllare i traffici illegali e redditizi che passano per la costa della Libia orientale e così ha anche appena tentato di vendersi al governo Meloni durante un incontro discreto avvenuto con la premier giovedì 4 maggio a Roma. Quegli altri non ci stanno e si ribellano al sistema Haftar. A rimetterci in questa lotta sono i migranti presi nel mezzo, caricati in fretta su imbarcazioni spesso più grandi di quelle che vediamo arrivare dalla costa occidentale e spediti in mare.

Andiamo con ordine. Tutti sanno in Libia che H…

Il disastro nel mare davanti alla costa greca di Pilos è figlio della guerra tra il generale Khalifa Haftar e i trafficanti di uomini dell'est della Libia. O per essere più precisi: è figlio della guerra tra il clan di trafficanti dominante guidato dal generale Haftar e tre clan minori di trafficanti libici che si ostinano a non volergli cedere il monopolio degli affari. Il generale si sente il solo uomo legittimato a controllare i traffici illegali e redditizi che passano per la costa della Libia orientale e così ha anche appena tentato di vendersi al governo Meloni durante un incontro discreto avvenuto con la premier giovedì 4 maggio a Roma. Quegli altri non ci stanno e si ribellano al sistema Haftar. A rimetterci in questa lotta sono i migranti presi nel mezzo, caricati in fretta su imbarcazioni spesso più grandi di quelle che vediamo arrivare dalla costa occidentale e spediti in mare.

Andiamo con ordine. Tutti sanno in Libia che Haftar è uscito dalla guerra civile del 2019 senza più un soldo. Ha tentato di conquistare la capitale Tripoli, laggiù a ovest, si è scontrato con un avversario più forte di lui (la Turchia di Erdogan che ha sostenuto il premier Dbeibah) ed è dovuto tornare a Bengasi senza nulla in mano e con le casse vuote. Considerato che il sistema di potere del generale libico si regge sulla sua capacità di accomodare alcuni e di intimidire altri, è in una posizione pericolosa. Per fare cassa in fretta ha deciso di imitare quello che è successo nell'ovest della Libia, dove l'immigrazione verso le coste dell'Europa da anni è un affare redditizio. È uno schema di business che non delude mai: nella sua versione più semplice il traffico permette di incassare con le migliaia di euro versate dai migranti e nella sua versione più complicata il traffico permette - in teoria - di incassare grazie agli aiuti che vengono dai governi dell'Europa per bloccare i migranti. Se i disgraziati partono faccio soldi, se non partono faccio soldi lo stesso.

Il Sistema Haftar ha una falla. Il generale esercita un controllo ferreo su tutta la Libia dell'est, tranne che sul distretto di Butnan, quello dove si trova il porto di Tobruk, dal quale quattro giorni fa era partita l'imbarcazione che ieri è affondata vicino alla costa della Grecia. Tobruk sfugge al Sistema perché è la casa degli Obeidat, una tribù libica ( i suoi uomini si distinguono perché aggiungono un "al Obeidi" al loro nome) alla quale appartiene il presidente della Camera dei rappresentanti libica, Aguila Saleh. Gli Obeidat sono in combutta con due tribù che controllano il confine con l'Egitto, i Qatan e gli Haboun, secondo Mada Masr - una testata egiziana indipendente di solito bene informata. Le tre tribù gestiscono una parte del traffico di migranti nell'est in diretta concorrenza con Saddam Haftar, figlio del generale e suo successore designato, che è sospettato di gestire un'altra fetta del traffico. Saddam è anche comandante dell'unità militare Tariq bin Zayed, accusata da un rapporto di Amnesty di violenze contro civili e migranti (digressione: il nome Saddam è raro e tradisce una certa simpatia in famiglia per il dittatore iracheno. Non male per Haftar, che ha vissuto per vent'anni negli Usa sotto protezione americana).

A partire dall'ultimo giorno di maggio, gli Haftar hanno scatenato una campagna punitiva per sopprimere i trafficanti di Butnan - o per meglio dire: per convincerli a sottomettersi. Hanno mandato i duri della Tariq bin Zayed a Tobruk, a scontrarsi con i manifestanti locali che bloccavano le strade e bruciavano pneumatici - è morto un ragazzo di quattordici anni - e hanno rispedito verso il confine con l'Egitto, a piedi nudi e sotto un sole spietato, un migliaio di migranti scoperti nei nascondigli. Hanno anche distrutto imbarcazioni e hangar dove si riparavano altre imbarcazioni.

Lo scopo degli Haftar è diventare monopolisti e proporre alle capitali dell'Europa un patto sui migranti: soldi e aiuti in cambio di uno stop al traffico. Il generale l'ha detto chiaro: siamo pronti a collaborare con i governi alleati sul problema migranti. E questo spiega la visita a Roma del 4 maggio e l'incontro faccia a faccia con Meloni. Il governo italiano quel giorno ha rilasciato una nota striminzita che diceva poco, ma il 5 maggio il portavoce di Haftar ha spiegato in modo esplicito che c'è un negoziato in corso. I libici di Bengasi vogliono sul lungo termine legittimità politica, che però può arrivare soltanto con elezioni (realisticamente: chissà quando) oppure con le dimissioni del premier Dbeibah a Tripoli e un nuovo accordo politico nazionale (poco probabile ora). Sul breve termine vogliono soldi, motovedette e addestramento: insomma, lo stesso trattamento di Tripoli. Per i soldi sembra che non abbiano ottenuto nulla, ma per le motovedette e l'addestramento (capacity building) i negoziati con gli italiani promettono bene.

Haftar deve dimostrare di avere il controllo anche sui trafficanti di Tobruk. Quelli, da quanto si capisce in queste prime ore, avevano perso un migliaio di clienti due settimane fa - rispediti indietro - e ne hanno caricati altre centinaia su un'imbarcazione diretta in Grecia. Ieri il disastro.