Tra i fantasmi di Kalamata dopo il naufragio dei migranti: “Stremati per la ressa a bordo e per l’acqua di mare bevuta"
dal nostro inviato Paolo Brera
(afp)
I sopravvissauti sono chiusi in un hangar per essere curati. Ma comunicare con l’esterno è vietato
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Aggiornato alle 3 minuti di lettura
KALAMATA - C'è una balaustra blu che serve a proteggere il loro dolore dalla pressione della stampa, ma serve soprattutto a proteggere la Grecia. I migranti del peschereccio libico senz'acqua da tre giorni "volevano arrivare in Italia" e, sostengono le autorità, "avevano rifiutato il soccorso" della Guardia costiera greca. Sotto il sole del molo di Kalamata sono due ore che osserviamo il capannone navale in cui hanno rinchiuso i superstiti, e l'unica cosa che viene in mente è com'è possibile che fossero ancora vivi, a bordo del peschereccio. Qualche goccia razionata per i saggi e i fortunati, gli altri sorseggiavano acqua di mare e succhiavano frutta secca ammollata nel Mediterraneo. Tutti i marinai sanno che è una condanna peggiore della sete.
"Ho medicato le loro ferite alle braccia, erano ferite da panico", racconta Giorgis Vasilagikos, 28 anni, dottore volontario della Croce rossa. "Ho visitato dieci casi - dice - e ho diagnosticato febbre alta e polmonite, disidratazione severa e infezioni alle vie urinarie dovute a tutta l'acqua di mare che hanno bevuto. E avevano sindromi da schiacciamento per le condizioni di affollamento a bordo". Era un inferno, quel peschereccio. Ma la loro storia, la versione dei condannati a un massacro di cui forse non conosceremo mai le dimensioni esatte, è tenuta sotto chiave dalle autorità greche.
Alcuni dei dispersi nelle immagini diffuse dai familiari
C'è un ragazzone con una maglia gialla e il cartellino numero "01" sul petto, ha un braccio fasciato e si avvicina alla balaustra vicino ai gabinetti chimici nel piazzale; ma fa in tempo a dire due parole e un agente viene a chiudere la conversazione, "è vietato parlare con loro, allontanatevi", dice ai giornalisti.
Raja Farayad Khan è arrivato poco fa da Londra ed è stravolto in questo molo arso dal sole: "Avevo 14 parenti su quella barca, ho trovato solo mio cugino Adnan Bashi", racconta. È "pachistano del Kashmir, ma vivo e lavoro in Inghilterra", dice. Adnan lo ha potuto solo vedere, sano e salvo: "Mi ci hanno fatto parlare pochissimo. Erano salpati con l'obiettivo di arrivare in Italia, ma mi ha raccontato che erano fermi alla deriva in mezzo al mare, e ha sentito la barca sbandare sempre più finché sono finiti tutti da una parte, e sono caduti in acqua. Lui si è salvato perché sa nuotare, ha resistito fino a quando lo hanno soccorso". Ora Raja Khan andrà a cercare gli altri in ospedale, "qui ci sono solo una settantina di superstiti, magari sono ricoverati".
Alcuni dei dispersi nelle immagini diffuse dai familiari
Quel peschereccio in mezzo al mare era un iceberg di cui abbiamo visto solo la tolda sovraffollata, ma è là sotto coperta che l'orrore di questa storia urla all'Europa le sue responsabilità. Non tanto quelle legate alla politica migratoria, ma quella drammatica della sicurezza dei soccorsi. L'Ong dei bagnini spagnoli, Open Arms, prima di ogni intervento fa scuola ai suoi volontari spiegando che il killer più pericoloso tra le onde non è il mare, ma il panico. Gettare bottiglie d'acqua a una folla assetata da giorni senza averla prima preparata, avvicinarsi con manovre aggressive e non spiegate adeguatamente - come tentare di legare il peschereccio - a chi teme più un respingimento che un naufragio, sarebbero manovre assassine. Ma il rappresentante della Guardia costiera, il capitano Nikos Alexiou, prova addirittura a usare questa considerazione per lavare la coscienza dei soccorsi mancati e affidati a mercantili di passaggio: "Avremmo potuto causare il naufragio del peschereccio se fossimo intervenuti mentre navigava normalmente e in buone condizioni meteorologiche", dice a una tv locale come se un natante in quelle condizioni di sovraffollamento non fosse già di per sé in grave pericolo".
Ma chi era a bordo non può raccontarla, la sua verità. Sono le autorità a interrogare i profughi: "Il lavoro che si fa in queste ore è l'identificazione, ma avrebbero immediatamente bisogno di parlare con il loro familiari", diceva a metà giornata la responsabile dell'Unhcr, Erasmia Rumana. "Purtroppo mancavano i traduttori, stanno arrivando e si sta procedendo proprio alla ricostituzione dei legami familiari", dice la vice presidente della Croce Rossa locale, il medico volontario Marilena Giftea, quando è quasi sera e sono già due giorni che questi uomini sono chiusi in un hangar.
Alcuni dei dispersi nelle immagini diffuse dai familiari
"Li ha sbarcati qui uno yacht enorme, era attraccato lì e l'ho fotografato - racconta Stefanos Tyros, candidato nazionale di Volt in piena campagna elettorale - stavo per fare un'intervista alla radio ma sono corso qui sul molo e non mi sono più mosso. Dovevi vedere i loro volti e i loro corpi, quando sono scesi. Erano a pezzi, così stanchi che sono crollati a dormire ed è quando si sono risvegliati che sono entrati in crisi". Pochi viaggiavano soli, quasi tutti hanno perso qualcuno.
Ma quanta gente c'era là sotto, nella pancia dell'iceberg, nel ventre del peschereccio colato a picco? "È impossibile dirlo perché ognuno ha un racconto diverso, nessuno li ha contati e ha una prospettiva dell'intera barca. C'è chi dice che c'erano cento bambini", racconta ancora Marilena Giftea.
Solo la contabilità dei trafficanti conosce i confini della tragedia. Le autorità fanno muro, ma hanno identificato una serie di persone che potrebbero far parte dell'organizzazione. Quel che si sa è che i migranti hanno pagato "tra 4mila e 6mila euro" per finire in mare al largo del Peloponneso, dice Tarek Aldroobi. Lui è qui per i suoi due cugini: "Uno oggi ha mandato un messaggio alla moglie: 'Sono vivo'".