KALAMATA - C'è una balaustra blu che serve a proteggere il loro dolore dalla pressione della stampa, ma serve soprattutto a proteggere la Grecia. I migranti del peschereccio libico senz'acqua da tre giorni "volevano arrivare in Italia" e, sostengono le autorità, "avevano rifiutato il soccorso" della Guardia costiera greca. Sotto il sole del molo di Kalamata sono due ore che osserviamo il capannone navale in cui hanno rinchiuso i superstiti, e l'unica cosa che viene in mente è com'è possibile che fossero ancora vivi, a bordo del peschereccio. Qualche goccia razionata per i saggi e i fortunati, gli altri sorseggiavano acqua di mare e succhiavano frutta secca ammollata nel Mediterraneo. Tutti i marinai sanno che è una condanna peggiore della sete.
"Ho medicato le loro ferite alle braccia, erano ferite da panico", racconta Giorgis Vasilagikos, 28 anni, dottore volontario della Croce rossa. "Ho visit…
KALAMATA - C'è una balaustra blu che serve a proteggere il loro dolore dalla pressione della stampa, ma serve soprattutto a proteggere la Grecia. I migranti del peschereccio libico senz'acqua da tre giorni "volevano arrivare in Italia" e, sostengono le autorità, "avevano rifiutato il soccorso" della Guardia costiera greca. Sotto il sole del molo di Kalamata sono due ore che osserviamo il capannone navale in cui hanno rinchiuso i superstiti, e l'unica cosa che viene in mente è com'è possibile che fossero ancora vivi, a bordo del peschereccio. Qualche goccia razionata per i saggi e i fortunati, gli altri sorseggiavano acqua di mare e succhiavano frutta secca ammollata nel Mediterraneo. Tutti i marinai sanno che è una condanna peggiore della sete.
"Ho medicato le loro ferite alle braccia, erano ferite da panico", racconta Giorgis Vasilagikos, 28 anni, dottore volontario della Croce rossa. "Ho visitato dieci casi - dice - e ho diagnosticato febbre alta e polmonite, disidratazione severa e infezioni alle vie urinarie dovute a tutta l'acqua di mare che hanno bevuto. E avevano sindromi da schiacciamento per le condizioni di affollamento a bordo". Era un inferno, quel peschereccio. Ma la loro storia, la versione dei condannati a un massacro di cui forse non conosceremo mai le dimensioni esatte, è tenuta sotto chiave dalle autorità greche.
Raja Farayad Khan è arrivato poco fa da Londra ed è stravolto in questo molo arso dal sole: "Avevo 14 parenti su quella barca, ho trovato solo mio cugino Adnan Bashi", racconta. È "pachistano del Kashmir, ma vivo e lavoro in Inghilterra", dice. Adnan lo ha potuto solo vedere, sano e salvo: "Mi ci hanno fatto parlare pochissimo. Erano salpati con l'obiettivo di arrivare in Italia, ma mi ha raccontato che erano fermi alla deriva in mezzo al mare, e ha sentito la barca sbandare sempre più finché sono finiti tutti da una parte, e sono caduti in acqua. Lui si è salvato perché sa nuotare, ha resistito fino a quando lo hanno soccorso". Ora Raja Khan andrà a cercare gli altri in ospedale, "qui ci sono solo una settantina di superstiti, magari sono ricoverati".
Ma quanta gente c'era là sotto, nella pancia dell'iceberg, nel ventre del peschereccio colato a picco? "È impossibile dirlo perché ognuno ha un racconto diverso, nessuno li ha contati e ha una prospettiva dell'intera barca. C'è chi dice che c'erano cento bambini", racconta ancora Marilena Giftea.