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Il naufragio dei migranti a Pylos, le 19 chiamate disperate che i greci hanno ignorato: “Aiuto o sarà l’ultima notte”

Le 13 ore di allarmi caduti nel vuoto. Confermato che i morti sarebbero quasi 650. Arrestati a terra 9 presunti scafisti. Intanto parte il solito rimpallo sulle responsabilità
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ROMA - Diciannove disperate telefonate in 13 ore ai volontari del soccorso in mare, l'ultima alle 00.46 di mercoledì notte: "Hello my friend, the ship you sent is...". La chiamata si interrompe lì. In quel momento, le navi tanto invocate, due mercantili e una corvetta della Guardia costiera greca, sono arrivate da diverse ore, ma - con azzardatissime manovre che hanno rischiato di far capovolgere il peschereccio - hanno solo tirato bottiglie di acqua ai 750 disperati che da cinque giorni sgomitano per conquistare spazio vitale sui due ponti, la stiva stracolma di donne e un centinaio di bambini.

[[ge:rep-locali:repubblica:404423891]]Non un salvagente lanciato, non un tentativo di trasbordo delle persone per alleggerire quel barcone che oscilla paurosamente. Fino a quando sotto gli occhi dei guardacoste greci, alle 2.04, con il motore improvvisamente spentosi, il barcone diventato ingovernabile si ribalta e va giù in pochi minuti, portando negli abissi più di 500 persone: solo 78 i cor…

ROMA - Diciannove disperate telefonate in 13 ore ai volontari del soccorso in mare, l'ultima alle 00.46 di mercoledì notte: "Hello my friend, the ship you sent is...". La chiamata si interrompe lì. In quel momento, le navi tanto invocate, due mercantili e una corvetta della Guardia costiera greca, sono arrivate da diverse ore, ma - con azzardatissime manovre che hanno rischiato di far capovolgere il peschereccio - hanno solo tirato bottiglie di acqua ai 750 disperati che da cinque giorni sgomitano per conquistare spazio vitale sui due ponti, la stiva stracolma di donne e un centinaio di bambini.

[[ge:rep-locali:repubblica:404423891]]Non un salvagente lanciato, non un tentativo di trasbordo delle persone per alleggerire quel barcone che oscilla paurosamente. Fino a quando sotto gli occhi dei guardacoste greci, alle 2.04, con il motore improvvisamente spentosi, il barcone diventato ingovernabile si ribalta e va giù in pochi minuti, portando negli abissi più di 500 persone: solo 78 i corpi recuperati, 108 i superstiti e tra questi 9 presunti scafisti, egiziani, che ieri a terra sarebbero stati riconosciuti da alcuni sopravvissuti come gli uomini che conducevano la barca arrivata a Tobruk dopo esser partita vuota proprio dall'Egitto.

Dopo 36 ore, il mare non ha restituito né morti né vivi. Senza più speranza, con un fondale di 4.000 metri, i soccorsi. Da Siria, Afghanistan, Pakistan, Egitto arrivano le foto dei dispersi diffusi dalle famiglie alla ricerca dei loro cari imbarcatisi sabato a Tobruk.

[[ge:rep-locali:repubblica:404479602]]Ma adesso è l'ora delle responsabilità. Che la Grecia continua a respingere offrendo una ricostruzione che stride non solo con la cronologia delle 19 drammatiche telefonate (di cui l'attivista Nawal Soufi e Alarm phone hanno anche registrato gli audio) ma anche con una foto scattata in pieno giorno da un elicottero della guardia costiera in cui si vedono centinaia di mani alzate per richiamare l'attenzione dei soccorritori.

Dalle 9.47, ora del primo avvistamento da parte di un aereo di Frontex e della successiva segnalazione alle autorità greche e italiane, alle 2.04, ora del naufragio, passano più di 16 ore in cui la Guardia costiera greca non ritiene di andare in soccorso di quel numero straordinario di persone senza giubbini di salvataggio. Di più: ai due mercantili, il Lucky Sailor e il Faithful Warrior, viene ordinato di limitarsi a rifornire i migranti di acqua e cibo. Ed è lo stesso ministero greco della Navigazione a spiegare come la Guardia costiera si è mossa dopo aver ricevuto la prima chiamata ( alle 11) della centrale operativa di Roma che fornisce il numero del satellitare dei migranti: alle 13.50 si alza in volo un primo elicottero, poi salpa una corvetta, alle 14 il primo contatto con il peschereccio, alle 18 un secondo elicottero, alle 18.30 altro contatto con il barcone da cui un uomo, in inglese, ripete: "Non chiediamo assistenza, ci servono solo cibo e acqua. Vogliamo andare in Italia". Rifornimenti che arrivano intorno alle 19 da uno dei due mercantili in zona. Alle 22.40 la nave della Guardia costiera finalmente si avvicina e osserva: il barcone è illuminato dalle fotoelettriche. Tre ore dopo il motore si ferma, il barcone è fuori controllo, i tentativi di assicurarlo con delle cime provocano solo uno sbilanciamento fatale. E alle 2.04, il silenzio della notte è squarciato dalle urla dei pochi fortunati che riescono a rimanere a galla.

[[ge:rep-locali:repubblica:404423891]]Tra loro non c'è la giovane donna che, per buona parte della giornata, aveva parlato al telefono con Nawal Soufi, invocando aiuto: "Non c'è più acqua da giorni, niente cibo, stiamo bevendo acqua di mare". "Mi hanno detto che è morta", rivela ora Soufi, che non riesce a dimenticare l'altro uomo con cui ha lungo parlato e che alle 23 le ha detto: "Sento che questa sarà la nostra ultima notte". Parole che dalle due del pomeriggio ricorrono nella lunga serie di telefonate con Alarm phone. In una di queste, alle 17.20, raccontano che il capitano del peschereccio li ha abbandonati allontanandosi su una scialuppa. A bordo ci sono già sei morti, due di loro sono bambini.

L'Italia, questa volta, diversamente che a Cutro fa il suo dovere. Alle 11 di martedì il centro di ricerca e soccorso di Roma chiama Atene e avverte: il peschereccio è nella zona Sar greca. Ancora poche ore e sarebbe entrato in zona di competenza italiana, accompagnato dai greci assai abili nell'assecondare "il desiderio dei migranti di arrivare in Italia".

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