✕

Lo sciamano, l'ayahuasca e la tartaruga medium: "Così gli spiriti ci hanno fatto trovare i bimbi nella giungla"

Militari colombiani e soccorritori sul luogo del ritrovamento dei bambini / Foto Esercito colombiano 
Parlano i quattro indigeni della tribù Putumayo che per primi hanno raggiunto i piccoli dispersi dopo l'incidente aereo in Colombia. L'animale legato sulle spalle li avrebbe condotti fino a loro
4 minuti di lettura

“Ho fatto un sogno. Ho incontrato i bambini: sono vivi”. El Rubio, lo sciamano del Putumayo, è convincente. Nessuno metterebbe in dubbio quello che dice. Meno che mai i quattro indigeni che attorno alla brace di un fuoco spento, inebriati dal fumo del tabacco misto a polvere di coca, ascoltano in silenzio quelle parole. Anche Nicolás, Dairo, Eliezer e Alex fanno parte della tribù Putumayo. Da sei settimane cercano assieme ad altri 200 tra soldati e indigeni i quattro ragazzini sopravvissuti allo schianto del Cessna su cui viaggiavano assieme alla madre, al pilota e a un leader del loro villaggio.

Sono persi in Amazzonia dal primo maggio. Li stanno cercando con ogni mezzo. È una sfida …

“Ho fatto un sogno. Ho incontrato i bambini: sono vivi”. El Rubio, lo sciamano del Putumayo, è convincente. Nessuno metterebbe in dubbio quello che dice. Meno che mai i quattro indigeni che attorno alla brace di un fuoco spento, inebriati dal fumo del tabacco misto a polvere di coca, ascoltano in silenzio quelle parole. Anche Nicolás, Dairo, Eliezer e Alex fanno parte della tribù Putumayo. Da sei settimane cercano assieme ad altri 200 tra soldati e indigeni i quattro ragazzini sopravvissuti allo schianto del Cessna su cui viaggiavano assieme alla madre, al pilota e a un leader del loro villaggio.

Sono persi in Amazzonia dal primo maggio. Li stanno cercando con ogni mezzo. È una sfida impossibile. È più del classico ago in un pagliaio. " È come cercare una pulce in un enorme tappeto”, ci dirà il comandante della missione, il generale Pedro Sáncez García. I soccorritori sono all’estremo delle loro forze. Non si lavano da 40 giorni, non accendono un fuoco, mangiano solo razioni militari. Vivono costantemente all’erta. La giungla, questo tratto di giungla fittissima, dove non si vede a dieci metri di distanza, dove sei accecato dal verde, dove tutto è buio, dove sei bagnato da una pioggia che cade fin a 16 ore al giorno, è una giungla piena di pericoli. Non solo giaguari, serpenti, piante velenose. È una zona di guerriglia. I narcoterroristi sono in agguato. Ma i quattro indigeni credono allo sciamano. Sono le 4 del pomeriggio, fra un po’ farà buio. È rischioso proseguire. 

Si riempie di dettagli e di nuovi racconti la storia che ha scosso, emozionato, angosciato e fatto esplodere di gioia la Colombia e il mondo intero. La raccontano questi quattro indigeni. Sono loro ad aver trovato i quattro bambini persi nel cuore dell’Amazzonia. È il 9 giugno scorso. Decidono di cercare ancora. “Dobbiamo trovarli prima che li prenda il Goblin, lo spirito della foresta. Lo dice anche il Rubio”, incalza Nicolás. Gli altri annuiscono in silenzio. Gettano un po' di tabacco per terra, lo innaffiano con del brandy, ne bevono dei sorsi e lo spruzzano in aria. Riempiono le pipette di tabacco e coca. Lasciano lo sciamano; sta uscendo dal suo viaggio astrale che ha compiuto grazie alla ayahuasca, in quechua aya-wasca, liana degli spiriti, l’intruglio di erbe e radici che ti fa volare in una sovra-dimensione: un decotto psichedelico naturale. 

Si mettono in marcia. Incontrano una tartaruga. Eliezer la raccoglie. La guarda negli occhi. La minaccia: “Piccola, se non consegni i bambini mangerò il tuo fegato fritto”. Gli altri ridono. Nessuno oserebbe toccarla. Nicolás è più diretto, quasi feroce: “E io mi berrò il tuo sangue”. Eliezer se la lega sulle spalle, come uno zainetto. Tutti proseguono il loro cammino. Avanzano a fatica, tra la vegetazione, in mezzo al buio che adesso avvolge la foresta. Passa un’oretta. Dairo sente qualcosa. Dice agli altri di fare silenzio. La giungla è un grande mantello nero. Le urla degli animali in lontananza lo rendono ancora più cupo. Ma c’è un grido sommesso, umano, che le sovrasta. Il suono di un pianto, un lamento umano. “Sono loro”, dice, la voce strozzata Dairo. “I bambini”. Tocca la tartaruga: “Bravissima, grazie”. La bacia.

Nicolás scatta in avanti. Segue quel pianto, è a 50 metri. Stringe gli occhi, cerca di vedere in mezzo alle liane e alle foglie di questi alberi alti 60 metri. La giungla si apre su una piccola radura. In fondo, camuffata tra le frasche, verdi come il verde che li circonda, ecco una bambina. È seduta, stringe al petto un fagotto. Giace sotto un telo steso tra i rami, li osserva muta con due occhi neri, profondi. Non parla, non si muove. Resta ferma, immobile, come un animale braccato e stanco. Gli altri tre indigeni arrivato trafelati. Anche loro restano in silenzio. Avanzano piano, nascondono le armi, sorridono. Iniziano a dire qualcosa, poche parole, in lingua putumayo. “Siamo amici, siamo come voi, indigeni. Siamo qui per salvarvi, vi stiamo cercando da settimane”. 

La ragazzina continua a tacere. Non si fida. Lo ha imparato dai suoi nonni. Mai con degli estranei. Possono rapirti, farti schiava, possono essere cattivi, farti male. I quattro indigeni lo sanno. Per questo avanzano ma poi si fermano. Parlano a distanza. Dal profondo spunta un altro ragazzino. È Tien Noriel, 5 anni, l’unico maschietto tra tre sorelle. Si strofina gli occhi. “Ho fame”, dice con voce lagnosa. Dietro di lui c’è anche Soleiny, 9 anni. Si stringono alla sorella maggiore, Lesly, che tiene in braccio la più piccola, Cristin, un anno appena compiuto. Adesso hanno più fiducia, si lasciano andare, piangono, gridano, toccano quei quattro salvatori. Sanno che non faranno loro del male. 

Dairo afferra un ramo, cerca un bamba, un albero dalle radici che sembrano colonne di cemento. Le colpisce come un tamburo. Produce un suono che si irradia per cinque chilometri. Serve per comunicare tra le tribù. È il segnale: vuole dare la notizia agli altri, ai soldati accampati poco lontano. Ma il suono si disperde e nessuno risponde. I quattro indigeni restano ancora sul posto. Abbracciano i bambini, li rifocillano con quello che hanno. Elizier slega la tartaruga che è rimasta sulle sue spalle. L’afferra delicatamente, sorride, la porge ai quattro bambini. “Guardate, è stata lei a farvi trovare”, dice, emozionato. I ragazzini la guardano, la più piccola la tocca con una manina. 

Lesly adesso è più loquace. Dopo tanto silenzio. Racconta cosa è successo, l’aereo che si schianta, loro che si salvano perché erano nella coda, gli altri morti perché il Cessna è caduto di muso, la madre agonizzante che li invita a lasciare il posto e a salvarsi. Lei che afferra la torcia, i due telefoni scarichi, due lenzuola, un telo da tenda, la farina di manioca che si erano portati per il viaggio, la bottiglietta di aranciata semivuota. 

È brava, furba, intelligente questa ragazzina. Ha imparato tutto dai suoi nonni e dagli abitanti di Coquiqui, piccolo villaggio di Araracuara. Ha vissuto in mezzo alla foresta, sa come muoversi, cosa toccare, come difendersi, cosa mangiare, come evitare i mille pericoli in agguato. Afferra anche la scatola del pronto soccorso a bordo dell’aereo. Ci sono delle forbici a cesoia. Le serviranno a tagliare piante e rami, a costruirsi un giaciglio con le foglie dei banani e altre frasche, a tagliare le lenzuola con cui fasciare i piedi dei più piccoli rimasti senza scarpe e pieni di ferite. Lesly perderà alla fine anche le cesoie. Dovrà spezzare piante e rami con i denti, rompere le canne da bambù per ricavare l’acqua da bere. Nutrirà la piccola con dosi di manioca e quando sarà finita raccoglierà i frutti viola, i milpes, li masticherà e verserà la polpa nel biberon rimasto per darlo in pasto alla piccola Cristin. Anche gli animali fanno così.

È riuscita a sfamare le sue sorelline e il fratellino. È l’altra eroina di questa incredibile vicenda intrisa di magia e di miracoli. Arrivano finalmente i soldati. Hanno sentito i colpi sul bamba. Gioia, pianti, abbracci. Una festa. L’operazione speranza che diventa l’operazione miracolo. La parola d’ordine che ora tutti gridano, le braccia sollevate al cielo, il whisky e il brandy che girano di mano in mano. C’è chi prega e ringrazia, chi si batte il petto e guarda la giungla per ossequiare gli spiriti che sono stati magnanimi. La foresta è morte e anche vita. Decide il nostro destino. Persino per noi che siamo lontani ma dipendiamo da lei. 

Lesly fa capire di essere rimasta nascosta con i suoi fratelli perché aveva paura degli uomini che avevano invaso l’Amazzonia. Ma aveva anche paura del Goblin, lo spirito della foresta. Poteva farli prigionieri, assorbirli, trasformarli nelle presenze che animano questa giungla. È stato lui stesso a lasciarli andare. A riportarli alla vita. Lo pensano tutti. Con l’aiuto di uno sciamano, la ayahuasca e una tartaruga che ha accolto le preghiere di quattro indigeni.