Lo sciamano, l'ayahuasca e la tartaruga medium: "Così gli spiriti ci hanno fatto trovare i bimbi nella giungla"
di Daniele Mastrogiacomo“Ho fatto un sogno. Ho incontrato i bambini: sono vivi”. El Rubio, lo sciamano del Putumayo, è convincente. Nessuno metterebbe in dubbio quello che dice. Meno che mai i quattro indigeni che attorno alla brace di un fuoco spento, inebriati dal fumo del tabacco misto a polvere di coca, ascoltano in silenzio quelle parole. Anche Nicolás, Dairo, Eliezer e Alex fanno parte della tribù Putumayo. Da sei settimane cercano assieme ad altri 200 tra soldati e indigeni i quattro ragazzini sopravvissuti allo schianto del Cessna su cui viaggiavano assieme alla madre, al pilota e a un leader del loro villaggio.
“Ho fatto un sogno. Ho incontrato i bambini: sono vivi”. El Rubio, lo sciamano del Putumayo, è convincente. Nessuno metterebbe in dubbio quello che dice. Meno che mai i quattro indigeni che attorno alla brace di un fuoco spento, inebriati dal fumo del tabacco misto a polvere di coca, ascoltano in silenzio quelle parole. Anche Nicolás, Dairo, Eliezer e Alex fanno parte della tribù Putumayo. Da sei settimane cercano assieme ad altri 200 tra soldati e indigeni i quattro ragazzini sopravvissuti allo schianto del Cessna su cui viaggiavano assieme alla madre, al pilota e a un leader del loro villaggio.
Si riempie di dettagli e di nuovi racconti la storia che ha scosso, emozionato, angosciato e fatto esplodere di gioia la Colombia e il mondo intero. La raccontano questi quattro indigeni. Sono loro ad aver trovato i quattro bambini persi nel cuore dell’Amazzonia. È il 9 giugno scorso. Decidono di cercare ancora. “Dobbiamo trovarli prima che li prenda il Goblin, lo spirito della foresta. Lo dice anche il Rubio”, incalza Nicolás. Gli altri annuiscono in silenzio. Gettano un po' di tabacco per terra, lo innaffiano con del brandy, ne bevono dei sorsi e lo spruzzano in aria. Riempiono le pipette di tabacco e coca. Lasciano lo sciamano; sta uscendo dal suo viaggio astrale che ha compiuto grazie alla ayahuasca, in quechua aya-wasca, liana degli spiriti, l’intruglio di erbe e radici che ti fa volare in una sovra-dimensione: un decotto psichedelico naturale.
Nicolás scatta in avanti. Segue quel pianto, è a 50 metri. Stringe gli occhi, cerca di vedere in mezzo alle liane e alle foglie di questi alberi alti 60 metri. La giungla si apre su una piccola radura. In fondo, camuffata tra le frasche, verdi come il verde che li circonda, ecco una bambina. È seduta, stringe al petto un fagotto. Giace sotto un telo steso tra i rami, li osserva muta con due occhi neri, profondi. Non parla, non si muove. Resta ferma, immobile, come un animale braccato e stanco. Gli altri tre indigeni arrivato trafelati. Anche loro restano in silenzio. Avanzano piano, nascondono le armi, sorridono. Iniziano a dire qualcosa, poche parole, in lingua putumayo. “Siamo amici, siamo come voi, indigeni. Siamo qui per salvarvi, vi stiamo cercando da settimane”.
Dairo afferra un ramo, cerca un bamba, un albero dalle radici che sembrano colonne di cemento. Le colpisce come un tamburo. Produce un suono che si irradia per cinque chilometri. Serve per comunicare tra le tribù. È il segnale: vuole dare la notizia agli altri, ai soldati accampati poco lontano. Ma il suono si disperde e nessuno risponde. I quattro indigeni restano ancora sul posto. Abbracciano i bambini, li rifocillano con quello che hanno. Elizier slega la tartaruga che è rimasta sulle sue spalle. L’afferra delicatamente, sorride, la porge ai quattro bambini. “Guardate, è stata lei a farvi trovare”, dice, emozionato. I ragazzini la guardano, la più piccola la tocca con una manina.
È brava, furba, intelligente questa ragazzina. Ha imparato tutto dai suoi nonni e dagli abitanti di Coquiqui, piccolo villaggio di Araracuara. Ha vissuto in mezzo alla foresta, sa come muoversi, cosa toccare, come difendersi, cosa mangiare, come evitare i mille pericoli in agguato. Afferra anche la scatola del pronto soccorso a bordo dell’aereo. Ci sono delle forbici a cesoia. Le serviranno a tagliare piante e rami, a costruirsi un giaciglio con le foglie dei banani e altre frasche, a tagliare le lenzuola con cui fasciare i piedi dei più piccoli rimasti senza scarpe e pieni di ferite. Lesly perderà alla fine anche le cesoie. Dovrà spezzare piante e rami con i denti, rompere le canne da bambù per ricavare l’acqua da bere. Nutrirà la piccola con dosi di manioca e quando sarà finita raccoglierà i frutti viola, i milpes, li masticherà e verserà la polpa nel biberon rimasto per darlo in pasto alla piccola Cristin. Anche gli animali fanno così.
Lesly fa capire di essere rimasta nascosta con i suoi fratelli perché aveva paura degli uomini che avevano invaso l’Amazzonia. Ma aveva anche paura del Goblin, lo spirito della foresta. Poteva farli prigionieri, assorbirli, trasformarli nelle presenze che animano questa giungla. È stato lui stesso a lasciarli andare. A riportarli alla vita. Lo pensano tutti. Con l’aiuto di uno sciamano, la ayahuasca e una tartaruga che ha accolto le preghiere di quattro indigeni.