L'allarme negli Usa, quando la macchina sostituisce l'infermiere la diagnosi non è sempre esatta
di
Massimo Basile
(afp)
Sempre più ospedali si affidano all'intelligenza artificiale, preferendola al personale esperto. Gli algortimi ignorano però le voci dei pazienti e le sensazioni di campo dei paramedici
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NEW YORK - Melissa Beebe è una infermiera veterana dell'unità di oncologia alla Davis Medical Center dell'Università della California. Sa come prendere decisioni, valutando le condizioni dei pazienti. Uno addormentato con le pupille dilatate potrebbe aver avuto un ictus, una persona anziana con un respiro rancido potrebbe avere un'ostruzione addominale.
Un giorno era scattato l'allarme per un paziente di oncologia al quale era stata diagnosticata una infezione. Beebe era convinta che ci fosse un errore: "Lavoro con malati di cancro da quindici anni e so come appare un paziente colpito da setticemia". L'allarme scattato per la presenza di globuli bianchi nel s…
NEW YORK - Melissa Beebe è una infermiera veterana dell'unità di oncologia alla Davis Medical Center dell'Università della California. Sa come prendere decisioni, valutando le condizioni dei pazienti. Uno addormentato con le pupille dilatate potrebbe aver avuto un ictus, una persona anziana con un respiro rancido potrebbe avere un'ostruzione addominale.
Un giorno era scattato l'allarme per un paziente di oncologia al quale era stata diagnosticata una infezione. Beebe era convinta che ci fosse un errore: "Lavoro con malati di cancro da quindici anni e so come appare un paziente colpito da setticemia". L'allarme scattato per la presenza di globuli bianchi nel sangue era compatibile con una infezione in corso. Ma il fatto che il paziente fosse affetto da leucemia non era stato considerato. L'algoritmo che muove i macchinari dell'unità oncologica aveva fatto solo la somma algebrica dei dati, analizzato i parametri standard e fatto scattare l'alert. Il robot, come spiega il Wall Street Journal che ne racconta la storia, non ha spiegato il motivo della sua decisione.
Potrebbe essere un nuovo buco nero che riguarda la sanità americana. Sempre più ospedali negli Stati Uniti si affidano all'intelligenza artificiale e soppiantano gli infermieri che da anni lavorano non solo basandosi sulle conoscenze tecniche, ma sulle sensazioni di campo, accumulate in anni di lavoro. Il colore della pelle di un paziente, un impercettibile movimento delle palpebre o di una mano, un gonfiore sospetto spesso indicano crisi in arrivo, che il personale ospedaliero è in grado di valutare, e che a volte non figura in nessun manuale di studio. Lo stesso vale per i sintomi di cui il paziente parla e che possono dare un quadro di condizioni che cambiano, peggiorano o migliorano. Ma l'intelligenza artificiale? Niente. Procede per linee dirette, escludendo la percezione.
Come Beebe aveva immaginato, in quel caso l'algoritmo si era sbagliato: non c'era nessun caso di setticemia in corso. "Non demonizzo la tecnologia - spiega l'infermiera al Wall Street Journal - ma mi sento frustrata quando so qual è la cosa giusta da fare e non posso farla".
Il boom della tecnologia negli ospedali sta creando tensione nel personale medico e infermieristico. L'intelligenza artificiale può analizzare dati a una velocità dieci volte superiore a quella umana, ma non può capire se un paziente sta davvero soffrendo o avverte dolore. Secondo alcune testimonianze, nonostante questo gap emotivo, le direzioni degli ospedali stanno dando indicazione di affidarsi sempre più a ciò che stabiliscono i robot.
"Ma l'intelligenza artificiale - spiega Kenrick Cato, professore di infermieristica all'Università della Pennsylvania - dovrebbe fare da supporto, non da rimpiazzo di esperti". In una ricerca svolta dal sindacato di categoria, il National Nurses United, è risultato che il 24 per cento degli intervistati ha dichiarato di aver preso una decisione sulla base delle indicazioni dell'algoritmo, nonostante "non fosse ritenuta nel miglior interesse del paziente". Ma lo diceva l'intelligenza artificiale. Di questi, il 17 per cento ha detto di aver potuto scavalcare il robot, mentre il 31 per cento non ha potuto. Un altro 34 aveva dovuto chiedere il permesso al supervisore o al medico di reparto.
Nei centri di traumatologia si usano algoritmi per mettere in allerta le infermiere riguardo il cambiamento di condizione dei pazienti. I nuovi assunti tendono generalmente a fidarsi dell'IA più di quanto facciano quelli impiegati da tempo. Con il passare degli anni, e l'avanzare della tecnologia, probabilmente questa diventerà la condizione più diffusa. Sempre più algoritmi e sempre meno intuito. E sempre meno personale interverrà sulla base di un'indicazione fornita dal paziente. Non una buona notizia per chi si trova in un letto e pensa di dipendere dai suoi simili.