Per frenare le partenze Tajani chiede aiuto anche agli Emirati
dal nostro inviato Paolo BreraKALAMATA (Grecia) - Più di 45mila migranti sbarcati in Italia nei primi sei mesi dell'anno e almeno 1.500 tra morti e dispersi: nonostante i viaggi e gli incontri in serie con i capi di Stato e i governi di tutti i Paesi che hanno voce in capitolo nel Mediterraneo centrale, i primi otto mesi del governo Meloni coincidono con il peggior disastro dal 2017 sia sul fronte degli sbarchi che su quello delle tragedie in mare.
L'ultimo viaggio per cercare di raffreddare le partenze lo ha fatto ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani: è volato negli Emirati arabi uniti per incontrare il suo omologo, lo sceicco Abdullah bin Zayed al Nahyan.
KALAMATA (Grecia) - Più di 45mila migranti sbarcati in Italia nei primi sei mesi dell'anno e almeno 1.500 tra morti e dispersi: nonostante i viaggi e gli incontri in serie con i capi di Stato e i governi di tutti i Paesi che hanno voce in capitolo nel Mediterraneo centrale, i primi otto mesi del governo Meloni coincidono con il peggior disastro dal 2017 sia sul fronte degli sbarchi che su quello delle tragedie in mare.
L'ultimo viaggio per cercare di raffreddare le partenze lo ha fatto ieri il ministro degli Esteri Antonio Tajani: è volato negli Emirati arabi uniti per incontrare il suo omologo, lo sceicco Abdullah bin Zayed al Nahyan.
L'importanza del tema nell'agenda del governo non ha prodotto finora risultati. Anzi, dopo la tragedia di Cutro il governo ha reagito aumentando le pene per gli scafisti e varando restrizioni della protezione internazionale attraverso il "decreto Cutro", una strategia che ha già dimostrato di non funzionare nel 2018: la ministra Lamorgese fu costretta ad allentare nuovamente le maglie della concessione dello status ai rifugiati perché l'effetto delle norme introdotte dal ministro Salvini non era stato di diminuire il numero degli arrivi, ma di aumentare quello degli irregolari.
Per questo è stata in Tunisia insieme alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, e per questo ha incontrato i due protagonisti della Libia dell'Est e dell'Ovest, il generale Haftar e il premier Dbeibah a Roma.
Ma per convincere il presidente tunisino Kais Saied a fermare gli sbarchi in cambio di aiuti economici occorre passare attraverso riforme democratiche che non ha alcuna intenzione di avallare. E neppure gli accordi con Dbeibah e Haftar fermano le partenze: le tribù libiche che gestiscono i traffici sono un intreccio tale di legami che nessuno ne ha il completo controllo. Il risultato è nei bollettini quotidiani degli sbarchi, e della gente lasciata a morire in mare.