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Tima Kurdi, zia di Alan: “Ci fa rivivere il nostro dramma. Ho il cuore spezzato per tutte le vittime”

La zia del bambino morto durante un naufragio nell’Egeo la cui foto è diventata celebre, ha commentato la recente tragedia di Pylos in un’intervista con Repubblica: “Chiedo ai grandi del mondo di trovare una soluzione condivisa”
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L’ultimo corpo è stato recuperato ieri mattina al largo di Pylos. Ma a una settimana dalla strage dell’Egeo, sono centinaia le persone che ancora mancano all’appello, inclusi tutti i bambini. “Non posso credere che sia successo ancora una volta. Appena ho letto il tweet di Alarm phone, subito mi è tornata in mente la tragedia della mia famiglia”. Dopo aver fimato insieme ad oltre 180 ong una lettera aperta per chiedere un’inchiesta indipendente sul naufragio di Pylos, Tima Kurdi, la zia di Alan, il bimbo di due anni che il mare ha restituito senza vita su una spiaggia e divenuto simbolo della crisi dell’Egeo, anche a distanza di giorni da quella tragedia sembra avere difficoltà a parlarne. “Sono crollata quando ho saputo degli oltre cento bambini rimasti intrappolati nella stiva – dice da Vancouver, mentre la voce le si rompe - Li ho immaginati lì, che gridavano chiedendo aiuto. Mi sembrava quasi di sentire le loro urla”.


Come ha saputo della strage dell’Egeo?


“Dopo la tragedia che ha…

L’ultimo corpo è stato recuperato ieri mattina al largo di Pylos. Ma a una settimana dalla strage dell’Egeo, sono centinaia le persone che ancora mancano all’appello, inclusi tutti i bambini. “Non posso credere che sia successo ancora una volta. Appena ho letto il tweet di Alarm phone, subito mi è tornata in mente la tragedia della mia famiglia”. Dopo aver fimato insieme ad oltre 180 ong una lettera aperta per chiedere un’inchiesta indipendente sul naufragio di Pylos, Tima Kurdi, la zia di Alan, il bimbo di due anni che il mare ha restituito senza vita su una spiaggia e divenuto simbolo della crisi dell’Egeo, anche a distanza di giorni da quella tragedia sembra avere difficoltà a parlarne. “Sono crollata quando ho saputo degli oltre cento bambini rimasti intrappolati nella stiva – dice da Vancouver, mentre la voce le si rompe - Li ho immaginati lì, che gridavano chiedendo aiuto. Mi sembrava quasi di sentire le loro urla”.


Come ha saputo della strage dell’Egeo?


“Dopo la tragedia che ha colpito la mia famiglia, con la morte di Alan, del fratellino e della loro mamma, non ho mai smesso di seguire quello che succede nel Mediterraneo. Quando ho saputo, subito ho pensato a mio fratello, ai suoi tentativi disperati di salvare la sua famiglia”.


Cosa è successo da allora?


“Da allora sono morte più di 25mila persone, nel mondo ci sono milioni di profughi. Non sono numeri, le loro vite contano. Non possiamo rimanere indifferenti. La comunità internazionale ha il dovere di proteggere queste persone. Che non sono migranti”.


Cosa intende?


“In Europa li chiamate migranti, ma la definizione non è corretta. Non lasciano la propria terra per scelta, ma per fame, guerra, mancanza di diritti. Neanche io lo avrei mai fatto. Non c’era altra opzione. Hanno il diritto di essere aiutati”.


Nella sua lettera aperta spiega che dopo la tragedia che l’ha colpita, in tanti le hanno promesso che non sarebbe più successo. E invece?


“Tanti grandi del mondo mi hanno stretto la mano, mi hanno abbracciata e mi hanno promesso ‘questa sarà l’ultima volta’. Ma da allora non c’è stato giorno senza tragedie simili da piangere, mentre anno dopo anno ci sono politiche sempre più repressive, nuovi ostacoli per chi fugge, persino per chi tenta di aiutarli, come le navi che fanno soccorso in mare. La storia ci giudicherà e noi ci vergogneremo per aver tollerato tutto questo”.


Lei cosa chiede?


“Ai cosiddetti grandi del mondo, ai decisori politici chiedo per favore di sedersi al tavolo e cercare di trovare una soluzione condivisa. Le persone che partono perché sono in pericolo non hanno scelta. Ricordo perfettamente cosa abbia spinto mio fratello a salire su quella barca”.


Cos’è successo all’epoca?


“Ho provato ad aiutare lui e la sua famiglia a raggiungermi in Canada, ma le porte sono rimaste chiuse. Mio fratello mi ha chiesto di dargli una speranza, di prestargli i soldi per raggiungere l’Europa. Non è stato semplice, mi sono consultata anche con le persone a me vicine. Avevo paura. Alla fine ho ceduto alle sue preghiere. Ancora mi sento colpevole”.


L’Ue in generale e l’Italia in particolare puntano a scoraggiare le partenze. Secondo lei è possibile?


“Nel migliore dei casi è un’illusione. Chi parte non ha altra opzione, chi affronta viaggi così pericolosi non ha altra scelta. E bloccare le navi di soccorso che cercano di salvarli è semplicemente inumano. Mi piacerebbe davvero chiedere ad ogni singolo cittadino: “tu cosa faresti al posto loro?”.


Quali potrebbero essere secondo lei le soluzioni?


“Le persone partiranno fin quando non saranno in condizione di vivere una vita piena nei propri Paesi d’origine. Non si tratta di un obiettivo realizzabile a breve, ma bisogna iniziare a lavorarci. Subito Non c’è più molto margine. Nel frattempo è necessario tutelare la vita di queste persone anche smettendo di ostacolare le navi civili di soccorso”.


È mai salita su una nave della flotta civile?


“Dal momento della tragedia io ho il terrore dell’acqua, ma prima o poi salirò su una di quelle navi”.


 

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