Crimea, colpito il ponte strategico per i russi. Kiev: “A Zaporizhzhia rischio disastro atomico”
dal nostro inviato Fabio TonacciIl ponte di Chongar colpito
ZAPORIZHZHIA — Sui ponti della Crimea si gioca pericolosamente con l’escalation. E quel che sorprende è che i militari ucraini e russi alla fine sembrano i meno interessati al rischio che la guerra possa salire un altro gradino della scala delle atrocità. Meno interessati, o forse solo più abituati a convivere con minacce apocalittiche.
La Crimea ieri mattina si è svegliata con i buchi su una delle principali vie di accesso alla regione occupata di Kherson: il ponte di Chongar. “È stato centrato nella notte da quattro missili lanciati dagli ucraini”, sostengono i filorussi. Il traffico è stato subito interrotto. E, con esso, anche i rifornimenti che dalla penisola arrivano alle retrovie dell’esercito russo impegnato a sostenere l’impatto della controffensiva.
Il ponte di Chongar, infatti, è un’arteria logistica cruciale. Così come lo è quello di Kerch, distrutto da un’esplosione nell’ottobre scorso e riaperto dai russi a febbraio. Dai pezzi metallici disseminati sulla carreggiata, si …
ZAPORIZHZHIA — Sui ponti della Crimea si gioca pericolosamente con l’escalation. E quel che sorprende è che i militari ucraini e russi alla fine sembrano i meno interessati al rischio che la guerra possa salire un altro gradino della scala delle atrocità. Meno interessati, o forse solo più abituati a convivere con minacce apocalittiche.
La Crimea ieri mattina si è svegliata con i buchi su una delle principali vie di accesso alla regione occupata di Kherson: il ponte di Chongar. “È stato centrato nella notte da quattro missili lanciati dagli ucraini”, sostengono i filorussi. Il traffico è stato subito interrotto. E, con esso, anche i rifornimenti che dalla penisola arrivano alle retrovie dell’esercito russo impegnato a sostenere l’impatto della controffensiva.
Il ponte di Chongar, infatti, è un’arteria logistica cruciale. Così come lo è quello di Kerch, distrutto da un’esplosione nell’ottobre scorso e riaperto dai russi a febbraio. Dai pezzi metallici disseminati sulla carreggiata, si capisce che mercoledì notte è caduto almeno uno Storm Shadow, missile da crociera di fabbricazione franco-britannica con gittata di 550 km.
Uno di quelli donati di recente da Londra a Kiev. Esattamente il modello di arma che il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu prevedeva sarebbe stato usato per colpire il territorio della Federazione. Intendendo anche la penisola della Crimea, occupata nel 2014 e che Putin considera russa quanto Mosca. Pur di non vederla riconquistata dagli ucraini, è disposto a fare qualsiasi cosa.
“Se dovesse accadere di essere bersagliati dagli Himars o dagli Sword Shadow”, minacciava Shoigu a inizio settimana, “in risposta attaccheremo i centri dove si prendono le decisioni”. Non ha specificato quali, è facile intuire che intendesse i palazzi di Kiev dove hanno sede le autorità civili e militari, compreso l’ufficio presidenziale di Zelensky. Che è preoccupato? Non più di tanto. Basta vedere come Yuriy Sak, consigliere del ministro della difesa ucraino, commenta con Repubblica: “Prendono di mira i nostri palazzi del potere ogni notte, le parole di Shoigu non fanno la differenza”.
Come sempre, le operazioni che si svolgono al di fuori dei confini com’erano al 24 febbraio 2022 non vengono mai rivendicate da Kiev. “Non confermiamo, né smentiamo”, dichiara Andriy Yusov, ufficiale del servizio segreto militare. “Sono i leader invasori che hanno responsabilità per quanto accade nei territori occupati”. Dove, ricordano gli ucraini, ci sono sacche di resistenza partigiana capaci di organizzare attacchi dall’interno. “La Crimea in questo è come la regione russa di Belgorod”, ragiona Yuriy Sak, alludendo alle recenti incursioni dei battaglioni anti-Putin.
Nelle stesse ore mattutine in cui sul ponte di Chongar l’autoproclamatosi governatore della regione di Kherson Vladimir Saldo sollevava pezzi di ferro tra le macerie per mostrarli nei canali Telegram (su uno si vede anche la scritta “France” e un codice numerico, ma a quanto risulta ufficialmente la Francia non ha ancora consegnato quel tipo di missile a lungo raggio all’Ucraina), a Kiev Zelensky diffondeva un video-messaggio dal contenuto inquietante, che fa capire perché il rischio di escalation è dietro l’angolo.
“Secondo il report che mi è stato appena consegnato dalla nostra intelligence, la Russia sta valutando lo scenario di un attacco terroristico alla centrale nucleare di Zaporizhzhia con rilascio di radiazioni. Le radiazioni non conoscono confini di Stato e chi colpiranno è deciso solo dalla direzione del vento”. Secondo le autorità di Kiev, sarebbe un modo per la Russia di bloccare la controffensiva (“ora va a rilento, ma troverà il passo”, assicura Zelensky) e disfarsi della gestione della centrale, che non sa più come mantenere.
Da tempo gli ucraini denunciano che il bacino di raffreddamento sia stato minato, e basterebbe far saltare quello per generare avarie nei reattori, anche se l’Agenzia internazionale dell’energia atomica, pur valutando “altamente instabile” la situazione dell’impianto, fa sapere di non aver visto gli ordigni durante l’ultima visita del direttore Grossi.
“Questa non è che l’ennesima bugia di Zelensky”, ribatte il Cremlino attraverso il suo portavoce Dmitry Peskov. Però, intanto, di disastro nucleare si parla. Putin ha anche detto di voler dispiegare in assetto operativo i missili Sarmat dotati di testate nucleari. Se c’è una cosa che la guerra in Ucraina insegna è che è incauto pronunciare la frase “Putin non oserà farlo”. Quanti credevano alla possibilità di un’invasione su larga scala? O alla voluta distruzione di una diga sul Dnipro? Eppure è successo. E la linea rossa del non ritorno, sulla mappa di Putin, circonda proprio la Crimea.