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Proroga per Stoltenberg: per il successore alla Nato spunta l’ipotesi Sánchez

(afp)
Stallo sulla guida dell’Alleanza. Il primo ministro spagnolo entrerebbe in gioco solo se sconfitto alle elezioni di luglio
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BRUXELLES - La Nato in stallo. La nomina del successore di Jens Stoltenberg è sul punto della paralisi. Al punto che a venti giorni dal vertice dei leader dell’Alleanza, che si terrà l’11 luglio a Vilnius in Lituania, tutto è bloccato. Al punto che che sta emergendo la necessità di chiedere una ulteriore proroga al segretario generale in carica. O almeno di aspettare fino all’autunno l’indicazione del nuovo “Commander in chief”.

Il gioco dei veti incrociati, infatti, sta rendendo tutto molto complicato. E dopo il tramonto della candidatura di Ursula von der Leyen, anche quella di Mette Frederiksen, primo ministro danese, è sul punto di essere accantonata. Inizia a emergere, semmai, un altro nome: Pedro Sánchez. Il capo del governo spagnolo che a fine luglio dovrà affrontare le elezioni politiche e che rischia, appunto, di lasciare il suo incarico potendo così mettersi a disposizione del Patto Atlantico.

BRUXELLES - La Nato in stallo. La nomina del successore di Jens Stoltenberg è sul punto della paralisi. Al punto che a venti giorni dal vertice dei leader dell’Alleanza, che si terrà l’11 luglio a Vilnius in Lituania, tutto è bloccato. Al punto che che sta emergendo la necessità di chiedere una ulteriore proroga al segretario generale in carica. O almeno di aspettare fino all’autunno l’indicazione del nuovo “Commander in chief”.

Il gioco dei veti incrociati, infatti, sta rendendo tutto molto complicato. E dopo il tramonto della candidatura di Ursula von der Leyen, anche quella di Mette Frederiksen, primo ministro danese, è sul punto di essere accantonata. Inizia a emergere, semmai, un altro nome: Pedro Sánchez. Il capo del governo spagnolo che a fine luglio dovrà affrontare le elezioni politiche e che rischia, appunto, di lasciare il suo incarico potendo così mettersi a disposizione del Patto Atlantico.

Come sempre accade per la guida della Nato le carte le danno in primo luogo gli americani. La Casa Bianca aveva prima valutato la possibilità di indicare l’attuale presidente della Commissione Ue e poi si è rivolta alla politica danese.

Joe Biden, infatti, non nasconde da tempo di ritenere giunto il momento per la prima volta di una donna come segretario generale. Ma su Frederiksen non si è ancora formato il consenso necessario. Contro di lei si è schierata la Gran Bretagna, ma soprattutto la Polonia e la Turchia.

Il governo di Varsavia – il nemico più acerrimo della Russia – ritiene che le “credenziali militari” della Danimarca siano insufficienti per ricoprire un incarico di questo tipo. Soprattutto perché la missione principale del nuovo Stato maggiore resterà comunque la guerra in Ucraina. Il presidente appena rieletto ad Ankara, Recep Tayyip Erdogan, fa invece un altro discorso: deve accettare l’ingresso nella Nato di Finlandia e Svezia.

Soprattutto con Stoccolma i rapporti sono piuttosto tesi per le divergenze di opinione sull’opposizione presente in Turchia che Erdogan definisce terrorismo. Per Ankara, la disponibilità ad acconsentire l’adesione dei due Paesi scandinavi la Finlandia è già entrata) non può essere accompagnata dalla nomina di una scandinava alla guida dell’Alleanza.

Gli inglesi invece sperano ancora di poter mettere sul tavolo il nome di Ben Wallace, ministro della Difesa britannico. Con due controindicazioni, una “formale” e una “sostanziale”. La prima riguarda l’idea, appunto, che gli Usa preferirebbero una donna. La seconda che lo considerano troppo “falco” per affrontare la necessaria fase di descalation in Ucraina.

Nel quartier generale di Bruxelles è circolata anche l’idea di promuovere Kaja Kallas, primo ministro estone. Ma assegnare la Nato ad un Paese baltico, tra i più acerrimi nemici di Mosca, è considerato un errore diplomatico troppo grave. Per questo una delle ipotesi che a questo punto non viene esclusa, riguarda Sánchez. Il capo del governo spagnolo deve però affrontare le elezioni il 23 luglio e solo se non potrà più essere lui a guidare l’esecutivo, verrà preso in considerazione. In particolare se si realizzasse una situazione di pareggio tra destra e sinistra. Una soluzione, inoltre, che rispetterebbe l’alternanza tra Paesi del Nord e del Sud Europa.

Per questo il rinvio della decisione, almeno all’autunno, sta diventando la strada preferita. Del resto non è un caso che lo stesso Stoltenberg la scorsa settimana si sia limitato a ricordare che il suo mandato "terminerà il prossimo autunno”. Una vaghezza che indica chiaramente l’incertezza del momento. Poi, certo, sarà difficile evitare la strettoia della prossima fine dell’anno.

La Casa Bianca è stata piuttosto netta con gli alleati a questo proposito. Non intende far slittare la scelta al 2024, al nuovo summit dell’Alleanza. Per un motivo molto chiaro: Biden non vuole che la nomina rientri nel “paccehtto” europeo. Dopo le elezioni di giugno ‘24, infatti, l’Ue sarà impegnata nella selezione del nuovo/a presidente della Commissione, del Consiglio europeo e del Parlamento. La Nato finirebbe inevitabilmente nelle trattative e Washington non gradirebbe. In secondo luogo, la prossima estate per gli Usa sarà caldissima.

La campagna elettorale presidenziale sarà nel suo acme e scegliere il segretario generale della Nato in quel clima, e magari con la guerra in Ucraina ancora in corso, sarebbe un impaccio per l’attuale Amministrazione. Per questo Biden a Vilnius compirà un ultimo tentativo per Frederiksen. Ma la strada della proroga è ormai aperta.

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