Ucraina, la controffensiva senza testimoni, preda della propaganda. E Zelensky ammette: “L’avanzata è lenta”
dal nostro inviato Fabio TonacciZaporizhzhia - Una verità o centomila, dunque nessuna. Dalla controffensiva ucraina sono spariti i fatti. Si sente solo l’eco della propaganda: quella di Kiev (“Stiamo avanzando”) e quella di Mosca (“Siamo noi che stiamo avanzando”). La verità è nascosta nel mezzo, ma al momento non si può vedere, l’accesso è vietato.
Il silenzio chiesto e imposto dalle forze armate ucraine, con un video diventato virale sui social alla vigilia dell’operazione, si è tramutato in un muro di gomma per la stampa. "I permessi per arrivare alla prima linea sono sospesi”, è la risposta a reti unificate che si riceve dai comandi locali.
Non vogliono cronisti nemmeno nelle retrovie e nei (pochi) villaggi riconquistati nelle ultime due settimane. Si riesce lo stesso ad avvicinarsi al fronte, percorrendo viottoli secondari, ma pochi sono i soldati che hanno voglia di rompere il voto del silenzio. "Parlano loro”, dicono, voltando le spalle. Parlano i generali e i servizi di comunicazione. Con il loro g…
Zaporizhzhia - Una verità o centomila, dunque nessuna. Dalla controffensiva ucraina sono spariti i fatti. Si sente solo l’eco della propaganda: quella di Kiev (“Stiamo avanzando”) e quella di Mosca (“Siamo noi che stiamo avanzando”). La verità è nascosta nel mezzo, ma al momento non si può vedere, l’accesso è vietato.
Il silenzio chiesto e imposto dalle forze armate ucraine, con un video diventato virale sui social alla vigilia dell’operazione, si è tramutato in un muro di gomma per la stampa. "I permessi per arrivare alla prima linea sono sospesi”, è la risposta a reti unificate che si riceve dai comandi locali.
Non vogliono cronisti nemmeno nelle retrovie e nei (pochi) villaggi riconquistati nelle ultime due settimane. Si riesce lo stesso ad avvicinarsi al fronte, percorrendo viottoli secondari, ma pochi sono i soldati che hanno voglia di rompere il voto del silenzio. "Parlano loro”, dicono, voltando le spalle. Parlano i generali e i servizi di comunicazione. Con il loro gergo ufficiale e tecnico, volutamente felpato, tarato per negare le difficoltà.
Si prenda l’ultimo bollettino della Difesa ucraina, per esempio. "Continuano i progressi in direzione di Melitopol e Berdyansk, non una singola posizione è stata persa”, esordisce, segnalando nove insediamenti liberati. E poi: “Il nemico ha tentato un’offensiva nella regione di Donetsk, ma è fallita”; “i russi hanno provato una fallimentare offensiva a Bakhmut”, “gli invasori hanno provato una fallimentare operazione verso Avdiivka”, “in direzione di Maryinsky abbiamo respinto tutti gli attacchi”, “Zaporizhzhia e Kherson gli invasori sono sulla difensiva”. Solo successi. Nel resoconto governativo la controffensiva procede a passi da gigante e i russi paiono avere le ore contate. La realtà, però, è assai più complicata.
Se la lascia sfuggire lo stesso Zelensky, che alla Bbc ammette che "la liberazione dei territori occupati è più lenta del previsto”. È la stessa impressione che hanno i civili dei villaggi a ridosso del fronte. All’ultimo check-point a Sud di Zaporizhzhia capita di incontrare Svitlana Mandrych, la vice-sindaca di Orikhiv, una piccola città che contava 14mila abitanti prima della guerra e che sulle mappe digitali aggiornate dai blogger militari si trova vicino al punto dove le truppe ucraine hanno ripreso terreno. “I russi sono a cinque chilometri dalle nostre case”, spiega la donna. “Ma sono lì da settembre, non sono stati allontanati. La vera controffensiva deve arrivare”.
La propaganda, di entrambi i colori, non prevede perdite e ritirate, solo avanzamenti e obiettivi militari spazzati via. I canali Telegram dei filorussi sono intasati dai video dei mezzi donati dall’Occidente (i carri armati Leopard 2 e i blindati Bradley) che saltano in aria centrati dai missili sparati dagli elicotteri, di soldati catturati e di analisi militari un tanto al chilo, del tipo: "La strategia dei comandi russi a Zaporizhzhia funziona molto bene e permette di infliggere sconfitte pesanti al nemico”. Senza i giornalisti sul terreno a verificare, è una guerra dove vincono tutti e nessuno perde. Dipende da quel che scrivono gli addetti al bollettino ufficiale.
Le parole di Zelensky alla Bbc, però, segnalano qualcosa. E anche quelle di Putin, inquietanti come sempre: dopo aver ribadito "il rallentamento della controffensiva ucraina”, annuncia il prossimo dispiegamento in combattimento dei Sarmat, i missili nucleari balistici intercontinentali. “È un bluff, Putin teme per la propria vita, che ama molto”, replica Zelensky. Le cose non vanno con la rapidità che a Kiev speravano: questa sinora è l’unica certezza della controffensiva che non si vede.
“Con gli elicotteri Alligator Ka-52 hanno la superiorità aerea che prima non avevano", spiega un maggiore di fanteria ucraino impegnato a Zaporizhzhia. “Hanno aggiornato la loro tattica aerea, imparando dagli errori fatti all’inizio. Per combattere contro gli Alligator ci servono gli elicotteri Apache americani, altrimenti sarà una carneficina. Dateci gli F-16 ma anche gli Apache. Sulla direttrice verso Mariupol per ora siamo fermi”.
I comandi russi hanno avuto il tempo di fortificare le seconde linee disseminandole di mine (200mila chilometri quadrati infestati di ordigni), di denti di drago anti-carro, di trincee e depositi di armi. Stanno attaccando di nuovo verso Lymansk. Alexander Skakoun, vice governatore militare della regione di Kharkiv, riconosce i progressi dei suoi nemici. Soprattutto in cielo. “Gli shahed, i droni kamikaze, ora volano a bassissima quota seguendo il corso dei fiumi per non essere rilevati dai nostri sistemi”. E però, contemporaneamente, da Kiev dicono che gli ucraini avanzano. Dove? Non è chiaro. La verità del bollettino ufficiale non ammette domande.