Tutti morti sul Titan: “È stata una implosione, trovati solo i detriti”
di Giacomo TalignaniNel buio nero degli abissi la fine della speranza è il colore bianco di un pezzo della copertura posteriore del sottomarino Titan.
È la prima prova concreta che l’imprenditore britannico Hamish Harding, Shahzada Dawood e suo figlio Suleman, il ceo dell’OceanGate Stockton Rush e il pilota esperto Paul-Henri Nargeolet, sono morti a bordo del Titan a causa di una implosione del sottomarino. Con ogni probabilità sono deceduti sul colpo, a oltre 3mila metri di profondità, domenica scorsa.
I resti del mezzo, almeno cinque grandi detriti tra cui l’ogiva e una parte esterna dello scafo, oltre a una infinità di pezzi più piccoli, sono stati ritrovati sparsi in fondo all’oceano a meno di 500 metri dalla prua del Titanic, il relitto che i passeggeri sognavano di osservare da vicino.
Dei corpi, per ora, non c’è traccia. “Là sotto è un ambiente spietato, non c’è certezza che li recupereremo”, spiega scuro in volto il contrammiraglio…
Nel buio nero degli abissi la fine della speranza è il colore bianco di un pezzo della copertura posteriore del sottomarino Titan.
È la prima prova concreta che l’imprenditore britannico Hamish Harding, Shahzada Dawood e suo figlio Suleman, il ceo dell’OceanGate Stockton Rush e il pilota esperto Paul-Henri Nargeolet, sono morti a bordo del Titan a causa di una implosione del sottomarino. Con ogni probabilità sono deceduti sul colpo, a oltre 3mila metri di profondità, domenica scorsa.
I resti del mezzo, almeno cinque grandi detriti tra cui l’ogiva e una parte esterna dello scafo, oltre a una infinità di pezzi più piccoli, sono stati ritrovati sparsi in fondo all’oceano a meno di 500 metri dalla prua del Titanic, il relitto che i passeggeri sognavano di osservare da vicino.
Dei corpi, per ora, non c’è traccia. “Là sotto è un ambiente spietato, non c’è certezza che li recupereremo”, spiega scuro in volto il contrammiraglio della Guardia costiera Usa John Mauger che alle 21 italiane dà la conferma definitiva: “Quei detriti sono coerenti con una catastrofica perdita della camera di pressione. Condoglianze alle famiglie”.
Dopo cinque infiniti giorni di ricerca e una disperata corsa contro il tempo, a individuare i detriti è stato il Rov Odysseus 6k, uno dei pochi robot subacquei capaci di raggiungere profondità così estreme. Da 3.800 metri negli abissi ha restituito immagini che poi gli esperti hanno confrontato e accertato essere foto di pezzi del Titan.
Il mezzo della OceanGate Expedition, già criticato per la sua scarsa sicurezza, era scomparso domenica intorno alle 12 dopo essersi inabissato al largo di Terranova verso i resti del famoso relitto. Da quanto emerso ieri, anche in base alle analisi delle comunicazioni e dei sistemi di rilevamento della Polar Prince, la nave che ha trasportato il Titan fino al punto di immersione, il sommergibile sarebbe arrivato sino a oltre 3mila metri, quota in cui si è perso ogni tipo di contatto e dove probabilmente è avvenuto l’incidente.
A quella profondità anche un solo difetto del veicolo, con una pressione che è quasi 300 volte superiore a quella in superficie, può portare a una implosione fatale.
Il perché non siano scattati i sistemi di rilascio zavorra e altri utili a una riemersione del mezzo, sarà complesso da stabilire.
Di notte e di giorno il mondo intero aveva creduto di poter riscrivere il finale di questa storia inevitabilmente accostata alla maledizione del Titanic che affondò nel 1912.
Il calcolo delle ore di ossigeno a disposizione dei passeggeri – circa 96 – aveva lasciato immaginare una possibile sopravvivenza, un disperato salvataggio. Così come quegli strani rumori captati dal sonar, poi risultati non connessi a questa storia, ma che avevano tenuta alta la fede.
Anche perché le forze in campo, con esorbitanti costi milionari, sono state tantissime e in grado di scandagliare un’area per grandezza pari a due volte il Connecticut: si va dalla Guardia costiera statunitense a quella canadese, dagli aerei di diverse aviazioni alle imbarcazioni di più marine, dalle navi oceanografiche sino al sostegno dei mezzi francesi e britannici e anche, seppur con un ruolo di supporto, di alcuni esperti italiani di meccanica e logistica di un’azienda con sede in Italia che ha a che fare con sistemi specializzati per i servizi marittimi.
Nei prossimi giorni solo i mezzi dotati di alte tecnologie, dai sonar ai diversi Rov (Remotely operated vehicle), resteranno ancora in quello specchio di oceano sia per tentare di recuperare i corpi dei passeggeri, sia per raccogliere le componenti del Titan e stabilire così le cause di una tragedia che, per gli esperti, ci insegna più cose.
Da ora in poi dovrà essere necessaria una riflessione internazionale sul controllo, la costruzione e la sicurezza dei mezzi civili progettati per esplorare quell’oceano profondo che, dall’estrazione al turismo, esattamente come lo spazio, è sempre più ambito.
Ma involontariamente ci ha anche mostrato il volto funzionante, solidale e pieno di risorse di quella cooperazione internazionale che, in caso di tragedie, può far lavorare in sincrono vari Paesi e potenzialmente salvare vite. Purtroppo non quelle dei cinque “veri esploratori”, come li ha definiti la società OceanGate, che sono morti ancor prima di avvicinarsi al Titanic: la prua dell’antica nave era infatti completamente priva di detriti, segno per le autorità ”che non c’è stato alcun incidente o impatto con il relitto".