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Tutti morti sul Titan: “È stata una implosione, trovati solo i detriti”

Il robot ha individuato i resti del mezzo a oltre 3mila metri: erano vicini al relitto del transatlantico. Anche un’azienda italiana ha partecipato alle ricerche
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Nel buio nero degli abissi la fine della speranza è il colore bianco di un pezzo della copertura posteriore del sottomarino Titan.

È la prima prova concreta che l’imprenditore britannico Hamish Harding, Shahzada Dawood e suo figlio Suleman, il ceo dell’OceanGate Stockton Rush e il pilota esperto Paul-Henri Nargeolet, sono morti a bordo del Titan a causa di una implosione del sottomarino. Con ogni probabilità sono deceduti sul colpo, a oltre 3mila metri di profondità, domenica scorsa.

I resti del mezzo, almeno cinque grandi detriti tra cui l’ogiva e una parte esterna dello scafo, oltre a una infinità di pezzi più piccoli, sono stati ritrovati sparsi in fondo all’oceano a meno di 500 metri dalla prua del Titanic, il relitto che i passeggeri sognavano di osservare da vicino.

Dei corpi, per ora, non c’è traccia. “Là sotto è un ambiente spietato, non c’è certezza che li recupereremo”, spiega scuro in volto il contrammiraglio…

Nel buio nero degli abissi la fine della speranza è il colore bianco di un pezzo della copertura posteriore del sottomarino Titan.

È la prima prova concreta che l’imprenditore britannico Hamish Harding, Shahzada Dawood e suo figlio Suleman, il ceo dell’OceanGate Stockton Rush e il pilota esperto Paul-Henri Nargeolet, sono morti a bordo del Titan a causa di una implosione del sottomarino. Con ogni probabilità sono deceduti sul colpo, a oltre 3mila metri di profondità, domenica scorsa.

I resti del mezzo, almeno cinque grandi detriti tra cui l’ogiva e una parte esterna dello scafo, oltre a una infinità di pezzi più piccoli, sono stati ritrovati sparsi in fondo all’oceano a meno di 500 metri dalla prua del Titanic, il relitto che i passeggeri sognavano di osservare da vicino.

Dei corpi, per ora, non c’è traccia. “Là sotto è un ambiente spietato, non c’è certezza che li recupereremo”, spiega scuro in volto il contrammiraglio della Guardia costiera Usa John Mauger che alle 21 italiane dà la conferma definitiva: “Quei detriti sono coerenti con una catastrofica perdita della camera di pressione. Condoglianze alle famiglie”.

Dopo cinque infiniti giorni di ricerca e una disperata corsa contro il tempo, a individuare i detriti è stato il Rov Odysseus 6k, uno dei pochi robot subacquei capaci di raggiungere profondità così estreme. Da 3.800 metri negli abissi ha restituito immagini che poi gli esperti hanno confrontato e accertato essere foto di pezzi del Titan.

[[(gele.Finegil.StandardArticle2014v1) La maledizione del Titanic: i trisavoli erano sulla nave, ora suo marito è a bordo del Titan]]

Il mezzo della OceanGate Expedition, già criticato per la sua scarsa sicurezza, era scomparso domenica intorno alle 12 dopo essersi inabissato al largo di Terranova verso i resti del famoso relitto. Da quanto emerso ieri, anche in base alle analisi delle comunicazioni e dei sistemi di rilevamento della Polar Prince, la nave che ha trasportato il Titan fino al punto di immersione, il sommergibile sarebbe arrivato sino a oltre 3mila metri, quota in cui si è perso ogni tipo di contatto e dove probabilmente è avvenuto l’incidente.

A quella profondità anche un solo difetto del veicolo, con una pressione che è quasi 300 volte superiore a quella in superficie, può portare a una implosione fatale.

Il perché non siano scattati i sistemi di rilascio zavorra e altri utili a una riemersione del mezzo, sarà complesso da stabilire.

Di notte e di giorno il mondo intero aveva creduto di poter riscrivere il finale di questa storia inevitabilmente accostata alla maledizione del Titanic che affondò nel 1912.

Il calcolo delle ore di ossigeno a disposizione dei passeggeri – circa 96 – aveva lasciato immaginare una possibile sopravvivenza, un disperato salvataggio. Così come quegli strani rumori captati dal sonar, poi risultati non connessi a questa storia, ma che avevano tenuta alta la fede.

Anche perché le forze in campo, con esorbitanti costi milionari, sono state tantissime e in grado di scandagliare un’area per grandezza pari a due volte il Connecticut: si va dalla Guardia costiera statunitense a quella canadese, dagli aerei di diverse aviazioni alle imbarcazioni di più marine, dalle navi oceanografiche sino al sostegno dei mezzi francesi e britannici e anche, seppur con un ruolo di supporto, di alcuni esperti italiani di meccanica e logistica di un’azienda con sede in Italia che ha a che fare con sistemi specializzati per i servizi marittimi.

Nei prossimi giorni solo i mezzi dotati di alte tecnologie, dai sonar ai diversi Rov (Remotely operated vehicle), resteranno ancora in quello specchio di oceano sia per tentare di recuperare i corpi dei passeggeri, sia per raccogliere le componenti del Titan e stabilire così le cause di una tragedia che, per gli esperti, ci insegna più cose.

Da ora in poi dovrà essere necessaria una riflessione internazionale sul controllo, la costruzione e la sicurezza dei mezzi civili progettati per esplorare quell’oceano profondo che, dall’estrazione al turismo, esattamente come lo spazio, è sempre più ambito.

Ma involontariamente ci ha anche mostrato il volto funzionante, solidale e pieno di risorse di quella cooperazione internazionale che, in caso di tragedie, può far lavorare in sincrono vari Paesi e potenzialmente salvare vite. Purtroppo non quelle dei cinque “veri esploratori”, come li ha definiti la società OceanGate, che sono morti ancor prima di avvicinarsi al Titanic: la prua dell’antica nave era infatti completamente priva di detriti, segno per le autorità ”che non c’è stato alcun incidente o impatto con il relitto".

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