Il limbo degli afghani fuggiti da Kabul: bloccati in Albania, aspettano il visto americano
di Veronica StiglianiKabul
Le immagini dell’esodo degli afghani che nell’agosto del 2021 si accalcavano all'aeroporto di Kabul per lasciare il Paese le ricordiamo bene. Con il ritiro degli Stati Uniti dopo vent’anni di guerra, i talebani riprendevano il potere. Lo Stato afghano precipitava nel caos e decine di migliaia di persone terrorizzate tentavano di fuggire.
Sono passati quasi due anni da quel momento, e mentre la situazione interna all’Afghanistan è tristemente nota - i taliban hanno imposto l’applicazione della sharia, la legge islamica, nella sua interpretazione più rigida, i diritti civili e politici vengono calpestati in maniera sistematica, l’economia è in profonda recessione - poco si sa di chi è riuscito ad andarsene. Che ne è stato di loro?
Per molti l’odissea, in senso sia metaforico sia letterale, non si è ancora conclusa. In quell’estate indimenticabile la Nato aveva coordinato le operazioni di evacuazione dei civili. E cen…
Le immagini dell’esodo degli afghani che nell’agosto del 2021 si accalcavano all'aeroporto di Kabul per lasciare il Paese le ricordiamo bene. Con il ritiro degli Stati Uniti dopo vent’anni di guerra, i talebani riprendevano il potere. Lo Stato afghano precipitava nel caos e decine di migliaia di persone terrorizzate tentavano di fuggire.
Sono passati quasi due anni da quel momento, e mentre la situazione interna all’Afghanistan è tristemente nota - i taliban hanno imposto l’applicazione della sharia, la legge islamica, nella sua interpretazione più rigida, i diritti civili e politici vengono calpestati in maniera sistematica, l’economia è in profonda recessione - poco si sa di chi è riuscito ad andarsene. Che ne è stato di loro?
Per molti l’odissea, in senso sia metaforico sia letterale, non si è ancora conclusa. In quell’estate indimenticabile la Nato aveva coordinato le operazioni di evacuazione dei civili. E centinaia di loro sono arrivati in Albania. Dove sono precipitati in un limbo da cui sognano di uscire.
Washington aveva promesso di accogliere tutti coloro che avevano lavorato per il governo e le truppe americane o per organizzazioni mediatiche e gruppi non governativi in Afghanistan. Ma la gestione dei visti si è rivelata più complessa del previsto e i tempi per il rilascio dei documenti si sono dilatati.
A Shengjin, sulla costa adriatica del Paese europeo, la comunità afghana rivive ogni giorno il trauma di quella fuga obbligata. In attesa dell’agognato visto per gli Stati Uniti, qualcuno ha cercato di ricostruirsi una vita.
Firooz Mashoof, un fotoreporter di 35 anni, ha trovato lavoro in un centro commerciale. “"Mi sono salvato e ora devo iniziare la mia nuova vita in America", racconta all’Ap, "ma quando?". Spiega che le sue lunghe passeggiate in riva al mare gli evitano gli attacchi di panico. Ma la preoccupazione per i suoi cari rimasti in Afghanistan lo accompagna iad ogni suo passo.
Oltre 3mila persone hanno soggiornato nelle località turistiche dell'Albania, Paese membro della Nato che ha accettato di ospitare gli afghani in fuga. Doveva trattarsi di una situazione temporanea, in attesa del trasferimento negli Stati Uniti, dove sono arrivati circa 76mila afghani. E dove le procedure burocratiche sullo status di queste persone si sono arenate.
L’anno scorso un gruppo di afghani si è riunito a Shengjin per protestare contro i ritardi di Washington, mostrando cartelli con scritto: “Siamo stati dimenticati”. Mashoof non ha partecipato alla manifestazione, “non ho il coraggio”. Non riesce a mettere radici nella cittadina albanese: “Per me è solo un luogo di attesa”. Nel frattempo, racconta, “non c’è niente che io possa fare”.