Per anni aveva tramato nell’ombra. Evgenij Prigozhin era l’eminenza grigia che assoldava i troll che seminavano falsità sul web e i mercenari che combattevano le guerre segrete di Vladimir Putin. Non gli bastava.
Da quando la scorsa estate era venuto allo scoperto, aveva sempre cercato la ribalta. Non c’era stato giorno che non lanciasse uno strale o una provocazione. Mirando sempre più in alto fino all’ultima sfida. La rivolta armata. La marcia su Mosca. Il primo tentato golpe in Russia in tre decenni di storia.
Per l’ex galeotto ed ex venditore di hot-dog diventato imprenditore di successo e poi signore della guerra stavolta è l’ultimo azzardo. Prigozhin si gioca tutto. Non ci sono più vie di fuga. O riuscirà a salire sullo scranno più alto o precipiterà rovino…
Per anni aveva tramato nell’ombra. Evgenij Prigozhin era l’eminenza grigia che assoldava i troll che seminavano falsità sul web e i mercenari che combattevano le guerre segrete di Vladimir Putin. Non gli bastava.
Da quando la scorsa estate era venuto allo scoperto, aveva sempre cercato la ribalta. Non c’era stato giorno che non lanciasse uno strale o una provocazione. Mirando sempre più in alto fino all’ultima sfida. La rivolta armata. La marcia su Mosca. Il primo tentato golpe in Russia in tre decenni di storia.
Per l’ex galeotto ed ex venditore di hot-dog diventato imprenditore di successo e poi signore della guerra stavolta è l’ultimo azzardo. Prigozhin si gioca tutto. Non ci sono più vie di fuga. O riuscirà a salire sullo scranno più alto o precipiterà rovinosamente come quell’Icaro che osò sfidare il Sole.
Finora la sua vita è stata tutta una scalata. Dalle celle alle stelle. Nato nell’allora Leningrado, nel 1961, nove anni dopo il cittadino pietroburghese più illustre, finisce appena maggiorenne davanti a un giudice per furto.
Due anni dopo torna in tribunale. La lista di accuse è lunghe: criminalità organizzata, furto, frode e prostituzione minorile. Lo condannano a 13 anni di carcere. Ne sconta nove. Quando viene rilasciato è il 1990: l’Unione Sovietica è agonizzante, ma per quelli come lui è un periodo di grandi opportunità.
Prigozhin inizia a vendere hot dog. Prepara la senape nella sua cucina. Cinque anni dopo decide che è giunto il momento di spiccare il volo. Fonda la società di ristorazione Concord e apre un ristorante tutto suo. È il primo di una catena che ben presto diventa ritrovo di pop star, uomini d’affari e politici. Come il sindaco Anatolij Sobchak e il suo vice: sempre lui, Putin.
Il futuro leader del Cremlino resta affascinato dalla storia di un uomo che ha creato un impero dal nulla. Una volta diventato presidente, sceglie spesso i suoi locali per ospitare i dignitari stranieri come Jacques Chirac nella sua città natale finché finisce con l’affidargli il catering dei suoi ricevimenti al Cremlino e ad appaltargli contratti governativi da miliardi di rubli, come la fornitura di cibo alle mense di Mosca. È così che Prigozhin si guadagna l’appellativo di “cuoco di Putin”. Ma a lui non piace. È stupido, dice oggi, perché non sa cucinare e non è mai stato uno chef, preferisce essere chiamato “macellaio di Putin”. Del resto, è il suo scagnozzo.
È così dal 2014, dall’annessione russa della Crimea e dall’inizio del conflitto nel Donbass. L'ex galeotto Prigozhin che è riuscito a trasformare un chiosco di hot-dog in un'impresa di ristorazione milionaria diventa l’uomo dei lavori sporchi. Fonda Wagner e l’Agenzia di Ricerca su Internet, nota come la “fabbrica dei troll”, che consentono al Cremlino di combattere sotto copertura le sue guerre, sul campo e nell’informazione.
Un’ascesa straordinaria che però irrita i vertici della Difesa che, stando alla newsletter economica russa The Bell, tagliano i contratti di Wagner da 27 miliardi di rubli (312,4 milioni di euro) nel 2015 a poco più di un miliardo (11,5 milioni) e per di più iniziano a tardare i pagamenti. Per anni Prigozhin smentisce ogni legame con i mercenari e con i soldati digitali intentando cause per diffamazione e facendo rimuovere le inchieste dal web.
Fino allo scorso autunno quando, in piena "operazione militare speciale", ne rivendica con “orgoglio” la paternità e si fa persino riprendere mentre recluta nelle carceri detenuti da mandare a combattere in Ucraina. In ottobre si spinge ancora oltre inaugurando in pompa magna in una torre di cristallo di San Pietroburgo il quartier generale della “compagnia militare privata Wagner”.
Arriva la fama e, con essa, l’ambizione che acceca. Le luci della ribalta lo spingono a lanciare invettive sempre più ardite e a bramare la cacciata del ministro della Difesa Sergej Shojgu e del capo dello staff delle forze armate russe Valerij Gerasimov. I due però riescono a convincere Vladimir Putin che l'indipendenza di Wagner è una minaccia per l'esercito e, di conseguenza, per lo Stato.
Putin allora esautora il generale Sergej Surovikin, vicino a Prigozhin, e affida a Gerasimov la supervisione dell'intera “operazione speciale”. È un chiaro segnale. Prigozhin lo sa. Non fa parte della stretta cerchia di vecchi amici del presidente che condividono con lui un passato nell'Fsb o nell'amministrazione di San Pietroburgo negli Anni '90. Il losco imprenditore non è più rinnegabile, ma non è nemmeno accettato nell'establishment. A dispetto delle sue ambizioni, resta pur sempre un "cittadino privato", come Putin lo aveva definito già cinque anni prima nominandolo in pubblico per la prima volta.
Prigozhin si fa molti nemici. È mal visto dalle élite che non ne apprezzano la demagogia e i continui attacchi alle istituzioni, inviso persino ai nazionalisti come l'ex "ministro della Difesa" di Donetsk Igor "Strelkov" Girkin che ne disprezzano la sete di denaro. Ed è sconosciuto alle folle: stando a un sondaggio dell'istituto indipendente Levada Tsentr della fine del 2022, solo lo 0,18% della popolazione sa chi è. Ma con l’avventurismo in Ucraina guadagna anche qualche amico. Le sue dichiarazioni sui social network sono amplificate da una pletora di blogger e commentatori nazionalisti, spesso sul suo libro paga, che contano centinaia di migliaia di follower sui social network.
Per un po’ il “macellaio” sembra godere di una certa immunità. Può permettersi di criticare l'esercito, mentre altri vengono messi a tacere dalle leggi che condannato chi "discredita" o "diffonde fake news" sulle forze armate. Lo scorso novembre circola un video di un ex combattente di Wagner piacchiato a morte con una mazza dopo aver tentato di passare alla parte ucraina.
A chi gli chiede se si riconosca in Grigorij Rasputin che si guadagnò il favore dell’ultimo zar di Russia sostenendo di poter curare l'emofilia del figlio, Prigozhin risponde: "Non fermo il sangue, ma verso il sangue di i nemici della nostra Patria". Putin chiude un occhio. Il fatto è che ha bisogno di Prigozhin: gli fornisce carne da cannone e gli porta risultati, come la presa di Bakhmut. Fa persino scuola con il reclutamento nelle carceri.
Ma a un certo punto cala la censura dall’alto. Le dichiarazioni di Prigozhin sono oscurate dai media statali per ordine del Cremlino. Il signore della guerra però smania. Un mese fa rivendica la cattura di Bakhmut che diventa Artjomovsk. Pensa sia venuta l’ora della consacrazione. E invece da Putin arriva l’ordine di firmare un contratto che assoggetterebbe i suoi “volontari” alla Difesa, e dunque a Shojgu. Capisce che non farà mai parte di quel mondo che sogna. Che risprofonderà nell’oscurità. E che per lui la fine è vicina. E ha pure una data: primo luglio, il termine ultimo per siglare la resa.
Decide di combattere per sé. Lo ha imparato dal suo mecenate, Putin, che ha sempre detto: “Se la rissa è inevitabile, colpisci per primo”. Prigozhin colpisce. Anche se dall’altro lato del ring, c’è l’uomo che lo ha creato. La sua adesso è una lotta per la vita.