Kiev osserva e spera: “I russi sono demotivati, torniamo all’attacco”
dal nostro inviato Fabio TonacciKRAMATORSK – Mai visti tanti sorrisi a pochi chilometri da un fronte dove, ancora e nonostante tutto, si spara, si arranca e si muore. Avvolto dalla nuvola di fumo bianco che ha inspirato dal narghilè, il 52enne Serhiy, nome di battaglia: Carismat, sintetizza con paragone illuminante il senso di una giornata inaspettata che ha trascorso col pollice sul telefonino per scorrere i video della marcia di Prigozhin verso Mosca. «È meglio di un film porno…».
Giudizio assai definitivo, che non muta neppure quando, a sera, si capisce che il capo della Wagner si è fermato a 200 chilometri dalla capitale e ha trattato col Cremlino. «In ogni modo Putin ha subito uno smacco che cambierà le cose, anche qui a Bakhmut. Il contraccolpo sul morale dei russi è devastante, pensate cosa dev’essere combattere per Putin mentre sul telefono arrivano le immagini dei carri armati a Mosca e a Rostov. Le prossime 48 ore saranno molto interessanti».
KRAMATORSK – Mai visti tanti sorrisi a pochi chilometri da un fronte dove, ancora e nonostante tutto, si spara, si arranca e si muore. Avvolto dalla nuvola di fumo bianco che ha inspirato dal narghilè, il 52enne Serhiy, nome di battaglia: Carismat, sintetizza con paragone illuminante il senso di una giornata inaspettata che ha trascorso col pollice sul telefonino per scorrere i video della marcia di Prigozhin verso Mosca. «È meglio di un film porno…».
Giudizio assai definitivo, che non muta neppure quando, a sera, si capisce che il capo della Wagner si è fermato a 200 chilometri dalla capitale e ha trattato col Cremlino. «In ogni modo Putin ha subito uno smacco che cambierà le cose, anche qui a Bakhmut. Il contraccolpo sul morale dei russi è devastante, pensate cosa dev’essere combattere per Putin mentre sul telefono arrivano le immagini dei carri armati a Mosca e a Rostov. Le prossime 48 ore saranno molto interessanti».
C’è un bar-ristorante, a Kramatorsk, dove prima o poi capitano tutti. Chi rientra dalla prima linea e chi è nel turno di riposo. E’ un ritrovo, un confessionale, un posto coi tavolini esterni per famiglie e i narghilé dove mangiare e perdere tempo, si tirano somme e si gioca a fare gli strateghi. Rigorosamente senza alcool, perché nel Donbass la legge marziale ne vieta la vendita. La filosofia di Carismat dalle mille vite (dopo aver combattuto a Irpin, Kharkiv e Siversk è entrato nel Dipartimento speciale di supporto psicologico della difesa territoriale, ma è stato anche sociologo, batterista, comico improvvisatore e speaker di Euro 2012 per Kiev), si basa su un paio di assunti chiave. Il primo è «tutto ciò che di brutto accade al nostro nemico, per noi è buono», con il corollario «tutto ciò che può trascinare via i soldati russi dai territori che hanno occupato, è altrettanto buono».
Gli ucraini a Bakhmut si aspettano questo, che l’autocrate di Mosca sia comunque costretto a richiamare in patria una parte del suo esercito per tenere a bada prossimi furori di Prigozhin. «Se accade, la nostra controffensiva sfonderà». Il secondo assunto di Carismat è «non ci piacciono né i rospi e né i serpenti, lasciamo che si mangino tra loro». La ribellione della Wagner contro il Cremlino da queste parti non genera alcuna empatia, sono e restano i mercenari che, fino a qualche settimana fa, erano dall’altra parte della barricata, i più feroci nemici, che sono riusciti, dopo dieci mesi, a portargli via Bakhmut.
In sintesi, si sta come Zelensky alla televisione nell’ultimo meme. Circola nelle chat quasi quanto i video di Rostov: nel meme si vede il presidente da giovane, gli anni in cui faceva il comico, che davanti alla tv afferra una scatola di popcorn rapito da quanto sta vedendo. L’Ucraina fa lo stesso: osserva da lontano e aspetta di sapere quali dividendi il tentato golpe potrà portare alla lenta controffensiva. Lo Zelensky vero dall’ufficio presidenziale lancia messaggi. «Per lungo tempo la Russia ha usato la propaganda per mascherare la propria debolezza e la stupidità del proprio governo. Ora è scoppiato un caos tale che nessuna bugia lo può celare». Finora non ci sono segnali di riposizionamento delle truppe russe. Si combatte e si combatte come prima, anzi: il disordine portato da Prigozhin ha prodotto una reazione isterica delle forze armate di Putin, che hanno colpito con 53 missili e 11 attacchi aerei, devastando un palazzo a Kiev con vittime civili. E però, qualcosa di muove: a Bakhmut gli ucraini hanno ripreso il controllo di due strade e nella regione di Donetsk è stato liberato il villaggio di Krasnohorivka, nelle mani dei filorussi dal 2014. Piccolo ma simbolico. Prova che lo Stato maggiore di Kiev intende sfruttare la crisi russa.
«Certo che tentermo», spiega a Repubblica Serhiy Cherevatyy, vice comandante per le comunicazioni strategiche delle forze orientali che guidano, tra gli altri, il contrattacco a Bakhmut. «Vogliamo e lo stiamo facendo. Come e dove, lo vedrete presto. A quanto ci risulta tutti i miliziani della Wagner si sono allontanati dalle regioni occupate». Lo conferma l’intelligence britannica, che ha rilevato il passaggio della lunga colonna dei mezzi dei “musicisti” dal Donetsk a Rostov.
Carismat, che lavora con il morale della truppa e il logoramento da trincea, sa cosa può produrre nell’animo di un soldato sapere che a casa non stanno tutti bene. E che l’uomo che gli sta chiedendo di morire in un Paese straniero potrebbe a breve non essere più il presidente della Russia. «La motivazione è importante quanto i proiettili nei cannoni. L’instabilità del governo toglie forza, genera panico e spinge alla fuga. Per esempio le Storm Z, quanto pensate che resisteranno ancora a Bakhmut e a Kupiansk?». Sono le unità di assalto composte da ex detenuti. Quando ancora la Wagner puntava a Mosca, uno dei comandanti della Storm Z ha detto: «Sosteniamo Prigozhin. Al suo segnale, andremo a dargli una mano in Russia». Il segnale non è arrivato. Per ora.