Il putsch di agosto e gli altri, ecco i golpe del passato per capire il presente in Russia
di Enrico FranceschiniLONDRA – Il golpe di Evghenij Prigozhin e dei suoi mercenari è fallito in un giorno. Fallì dopo tre giorni, quello contro Gorbaciov del 1991: ma sei mesi dopo crollò l’Unione Sovietica e al Cremlino si insediò un nuovo inquilino. È una delle lezioni che si possono trarre dai numerosi colpi di stato che hanno contrassegnato la storia della Russia moderna, compreso quello incruento che rovesciò Krusciov e che potrebbe diventare, chissà, il prossimo scenario per Putin. Sono i violenti travagli di una dittatura che a tratti ha cercato di diventare una seppur fragile democrazia. Ecco una scheda per ricordarli, mentre il futuro di Mosca appare in bilico, cambiando potenzialmente anche quello della guerra in Ucraina.
La rivoluzione del 1917
A lungo presentata dalla storiografia comunista come una rivolta di popolo, la cosiddetta Rivoluzione d’Ottobre è in realtà un golpe di palazzo in cui non viene sparato quasi neanche un colpo e non ci sono praticamente vittime: un colpo di stato…
LONDRA – Il golpe di Evghenij Prigozhin e dei suoi mercenari è fallito in un giorno. Fallì dopo tre giorni, quello contro Gorbaciov del 1991: ma sei mesi dopo crollò l’Unione Sovietica e al Cremlino si insediò un nuovo inquilino. È una delle lezioni che si possono trarre dai numerosi colpi di stato che hanno contrassegnato la storia della Russia moderna, compreso quello incruento che rovesciò Krusciov e che potrebbe diventare, chissà, il prossimo scenario per Putin. Sono i violenti travagli di una dittatura che a tratti ha cercato di diventare una seppur fragile democrazia. Ecco una scheda per ricordarli, mentre il futuro di Mosca appare in bilico, cambiando potenzialmente anche quello della guerra in Ucraina.
La rivoluzione del 1917
A lungo presentata dalla storiografia comunista come una rivolta di popolo, la cosiddetta Rivoluzione d’Ottobre è in realtà un golpe di palazzo in cui non viene sparato quasi neanche un colpo e non ci sono praticamente vittime: un colpo di stato in piena regola, gestito da una determinata minoranza, i bolscevichi di Lenin, sfruttando e manipolando una crisi politica, economica e militare, contro le autorità democraticamente elette della Russia. Di autentiche rivoluzioni di popolo in Russia ce ne erano state due in precedenza, quella del 1905 che costrinse lo zar a concedere un parlamento, la Duma, e una costituzione; e quella del febbraio 1917, che vide la destituzione dello zar, con l’insediamento al suo posto di un governo civile, frutto di elezioni pluralistiche.
Le elezioni erano state vinte dal Partito Socialista Rivoluzionario, un partito di sinistra come suggerisce il nome, e perse dal partito Bolscevico guidato da Vladimir Lenin, alfiere del comunismo e contrario alla democrazia parlamentare di stampo liberale a cui pure aveva preso parte. Lenin strumentalizza abilmente lo scontento dei soldati al fronte nella Prima guerra mondiale, le difficoltà economiche, l’incertezza del governo, sobillando i “soviet” (ossia le assemblee) di operai e contadini contro il potere. Il 24 ottobre ’17, dopo che il governo chiude vari giornali nel sentore di un colpo di mano bolscevico, nella capitale Pietrogrado scoppiano piccoli scontri armati. Il giorno dopo marinai bolscevichi sbarcano nel porto della città, la loro nave spara una cannonata senza colpire nessuno e le guardie rosse occupano alcuni ministeri. Il 26 i bolscevichi occupano il Palazzo d’Inverno, sede del governo, proclamando un nuovo regime. La “pugnalata alla schiena” citata da Putin nel suo discorso di sabato in tivù, per assimilare il golpe di Prigozhin al 1917, alludeva a un presunto tradimento degli alleati occidentali nei confronti dell’esercito russo sul fronte della Grande Guerra (oltre che a un classico stereotipo antisemita), ma in realtà è Lenin a pugnalare alla schiena il nascente tentativo democratico russo, che se sviluppato pacificamente avrebbe aperto una storia completamente diversa a una nazione ricca di risorse e dinamica. Nel resto della Russia, già ex-zarista otto mesi, all’inizio non succede praticamente niente: il golpe bolscevico viene comunicato a tutto il Paese per telegramma. In seguito, non tutti lo accolgono bene: comincia una sanguinosa guerra civile fra “rossi” e “bianchi” che dura fino al 1920, con i combattimenti più aspri in Ucraina, concludendosi con la vittoria bolscevica. Nel frattempo, Lenin si accorge che il comunismo non funziona, perlomeno economicamente, e reintroduce ampi elementi di economia di mercato con la Nep (Nuova Politica Economica). Ma nel 1924 Lenin muore, Stalin (che nel suo “testamento” Lenin non voleva come erede) ne prende il posto e inizia un’era di feroci repressioni e rigidità ideologica.
La congiura contro Krusciov del 1964
Nel 1954, alla morte di Stalin dopo un trentennio al potere che portò l’Urss “dall’aratro all’atomica” e ne fece un alleato di Stati Uniti e Gran Bretagna per sconfiggere il nazismo nella Seconda guerra mondiale (dopo un iniziale patto di non aggressione di Mosca con Hitler) ma condusse alla spartizione dell’Europa e alla guerra fredda, sale al potere al Cremlino Nikita Krusciov, che due anni dopo, nel ’56, denuncia i crimini del suo predecessore dando il via alla destalinizzazione e al disgelo politico e culturale. Ma le sue riforme non piacciono a tutti all’interno del Pcus (Partito comunista sovietico) e in particolare del Presidium (più tardi rinominato Politbjuro), il vertice e in pratica il governo dell’Urss. L’errore fatale di Krusciov è inviare missili nucleari a Cuba, per proteggere l’isola caraibica, dove l’insurrezione di Fidel Castro aveva piantato la bandiera del comunismo a 60 chilometri dalla costa degli Usa, da possibili invasioni americane.
Il braccio di ferro che ne risulta con il presidente Kennedy, poi ricordato come “la crisi dei missili”, porta le due superpotenze sull’orlo della guerra nucleare. Alla fine, Krusciov ritira i missili, in cambio della promessa Usa di non invadere Cuba (e del ritiro di missili americani da Italia e Turchia, ma questa parte dell’accordo rimane a lungo segreta). A Mosca, l’intesa viene percepita come una ritirata russa, una sconfitta politica, un segno di debolezza. In realtà si tratta di un pareggio, ma l’evento è usato dagli avversari di Krusciov per tramare contro di lui: due anni più tardi, nell’ottobre ’64, il capo dei cospiratori, Leonid Breznev, telefona a Krusciov che si trova in vacanza sul mar Nero notificandogli che il giorno dopo ci sarebbe stata una riunione straordinaria del Presidium a Mosca.
Quando Krusciov atterra a Mosca, ad attenderlo ai piedi dell’aereo c’è il capo del Kgb che gli comunica che è stato deposto. Krusciov non oppone resistenza. Alla riunione del Presidium viene attaccato da tutti i membri per i suoi “errori” e un voto unanime accetta la sua “volontaria” richiesta di dimettersi “per ragioni di salute e di età”. Breznev è eletto Segretario Generale del Pcus e di fatto suo successore come nuovo leader sovietico. Lo rimane per quasi due decenni di graduale declino economico, contrassegnato dalla fallimentare decisione di invadere l’Afghanistan per esportare il comunismo anche lì, fino all’ascesa al potere, dopo il breve interregno di altri due leader vecchi e fragili (Andropov e Cernenko), di Mikhail Gorbaciov, l’uomo che avrebbe lanciato la glasnost, ossia la libertà di stampa, e la perestrojka, riforme economiche e politiche per democratizzare il socialismo sovietico.
Il golpe contro Gorbaciov del 1991
La glasnost porta un incredibile fermento nella società. La perestrojka porta le prime elezioni di un parlamento pluralista dal 1917 ma passi avanti e indietro sul fronte economico che producono il caos. In politica internazionale, la distensione verso l’Occidente facilita il crollo del muro di Berlino e del comunismo in Europa orientale, con la successiva riunificazione della Germania. Tutto questo rende Gorbaciov impopolare. I riformisti radicali vogliono di più: indipendenza per le 15 repubbliche sovietiche, abbandono del comunismo in Russia. I nostalgici del comunismo lo considerano un traditore. In pratica, Gorbaciov è solo. In questo clima, nell’agosto del ’91, il capo del Kgb, il ministro della Difesa, il vicepresidente sovietico e altri plenipotenziari mettono praticamente Gorbaciov e i suoi familiari agli arresti nella dacia in cui stanno trascorrendo le vacanze sul mar Nero, in Crimea, annunciando al Paese che il presidente sovietico è malato e che una nuova giunta ha preso il potere. A Mosca appaiono i carri armati. La popolazione della capitale scende in strada a manifestare contro i golpisti. Tre dimostranti muoiono negli scontri. Una divisione di carristi si schiera contro il golpe.
Boris Eltsin, nel frattempo eletto democraticamente dal popolo presidente della Russia, la più grande delle 15 repubbliche dell’Urss, sfugge a un tentativo di arrestarlo da parte dei golpisti, sale su un carro armato ribelle e incita il popolo a resistere. I soldati schierati dai golpisti non se la sentono di sparare sui propri concittadini. I golpisti si spaventano e, dopo appena tre giorni, vanno a prelevare Gorbaciov cercando di patteggiare con lui un accordo, ma Gorbaciov rifiuta. Torna a Mosca aspettandosi di essere accolto da eroe, invece viene accolto come complice di fatto (qualcuno sospetta addirittura che lo sia stato davvero) dei golpisti, perché a un certo punto, nella sua perenne indecisione su come procedere, era stato lui a mettere i nostalgici del comunismo, coloro che poi hanno cercato di rovesciarlo, in posizioni di potere. Così, quattro mesi più tardi, il 25 dicembre ’91, Gorbaciov annuncia in tivù le dimissioni, la bandiera rossa viene calata dalla cupola del Cremlino e finisce l’Unione Sovietica: la Russia ne eredita il potere a livello internazionale, Eltsin prende il posto di Gorbaciov e quindici nazioni indipendenti, tra cui l’Ucraina, nascono al posto dell’Urss. Nell’intervista che gli feci al Cremlino la mattina del 26 dicembre, mentre sgomberava il suo ufficio, Gorbaciov espresse la speranza che la Russia continuasse sulla via della democrazia.
Il golpe contro Eltsin del 1993
Come nei pochi mesi tra la rivoluzione del febbraio 1917 e la Rivoluzione d’ottobre dello stesso anno, in Russia nasce così la democrazia, seppure debole, corrotta e preda di una nuova classe di rapaci oligarchi capitalisti. Eltsin viene invitato al summit del G7 delle sette democrazie industriali della terra, che diventa G8. L’Unione Europea e gli Stati Uniti sono amici e alleati di Mosca. Ma i nostalgici del comunismo non si danno per vinti. All’inizio d’ottobre del ’93 tentano di rovesciare Eltsin con un golpe armato, occupando la radiotelevisione di stato e il parlamento (ribattezzato Casa Bianca per il colore dell’edificio), guidati dal vicepresidente russo Aleksandr Rutskoj, un ex-comandante dei parà in Afghanistan. Ma Eltsin non si lascia intimorire. Invia una divisione di carri armati a circondare il parlamento e ordina di aprire il fuoco. In una pausa dei combattimenti, insieme a un collega entro nell’edificio in fiamme per parlare con Rutskoj: pallido in volto, mitra a tracolla, uniforme mimetica, il capo dei golpisti dice che si consegnerà soltanto a una delegazione di ambasciatori della Ue, perché convinto che, se si fosse arreso all’esercito di Eltsin, lo avrebbero ucciso immediatamente. Alla fine, invece, si arrendersi ai militari. Né lui, né gli altri capi della rivolta vengono uccisi subito né condannati a morte, ma soltanto a pene carcerarie e dopo alcuni anni tornano in libertà. Nel corso del golpe, in particolare sotto le cannonate dei carri armati, c’è un numero imprecisato di vittime: tra 200 e 800 persone perdono la vita.
Eltsin vince anche le elezioni successive, nel ’96, la democrazia russa va avanti tra caos, corruzione e la guerra contro la Cecenia, una regione secessionista, fino al 31 dicembre 1999, quando il presidente, stanco e con seri problemi di alcol, dà le dimissioni, nominando presidente a interim un presunto “uomo d’ordine”, un ex-agente del Kgb che tre anni prima era vice sindaco di San Pietroburgo, poi oscuro funzionario del Cremlino, quindi nominato da Eltsin capo dell’Fsb (il servizio di spionaggio successore del Kgb) e infine primo ministro: Vladimir Putin. Ventitré anni dopo, Putin è ancora lì, ma adesso ha dovuto fare i conti anche lui con un tentato golpe. Vedremo con quali conseguenze.